FOUR WOMEN

Arte e teatro contro la violenza sulle donne.

Lexchance è lieta di sponsorizzare l’evento FOUR WOMEN dove le opere dell’artista torinese Sabrina Rocca e
la performance teatrale del gruppo torinese Doppeltraum renderanno unica questa serata dedicata alla lotta contro la violenza delle donne.
I volontari di Emergency Torino presenteranno i progetti in Afghanistan, in particolare sull’assistenza alle donne e ai loro diritti.

Four Women.

L’evento FOUR WOMEN nasce con l’intento di creare un format che combina il sociale e l’arte, in ogni sua forma.
Per questo evento il fil rouge è la lotta contro la violenza delle donne, una denuncia sociale che vogliamo trasmettere attraverso la forza e il coraggio delle stesse.

Sabrina Rocca con il suo stile pop esalta i “superpoteri” delle donne ecco alcune sue opere:

 

         

 

La compagnia teatrale Doppeltraum riassume qui la sua performance:

“Nessuno è di fronte alle donne più arrogante, aggressivo e sdegnoso di un uomo poco sicuro della propria virilità.”
Simone De Beauvoir

Il 25 Novembre è la giornata dedicata a tutte quelle donne che sono state e sono vittime di violenza. Purtroppo, non basta un solo giorno a ricordare quanto di drammatico accade nella vita delle donne ogni giorno; donne che combattono sole contro un sistema patriarcale radicato a livello politico e domestico e donne che invece diventano il volto dell’egemonia del sistema.

Proprio ragionando sulle donne che nel tempo hanno testimoniato la violenza subita, Cristina Renda, Luana Doni e Chiara Bosco della compagnia teatrale torinese Doppeltraum Teatro, hanno deciso di dare voce alle esperienze di chi, di violenza, ne ha scritto. Annie Ernaux, Harriet Jacobs, Francesca Genti, Serena Dandini, Simone de Beauvoir, Audre Lorde, Vanessa Springora tra le donne che, attraverso l’arte, sono riuscite ad alleviare un dolore insopportabile e ad aprire gli occhi di chi le osservava, ascoltava, vedeva, sulla valenza proteiforme della violenza.
Per questa ragione, durante la serata del 9 di Giugno, le attrici di Doppeltraum Teatro hanno deciso di creare un percorso fatto di letture e di musica, quella di Nina Simone, voce del dolore, dell’anima e della lotta. Ognuna con la sua storia, ognuna con la propria espressione, tutte unite da un unico dolore.

I testi che andranno a leggere le 3 attrici saranno tratti da:

Annie Ernaux
-Francesca Genti
-Harriet Jacobs
-Vanessa Springora
-Serena Dandini
-Giuseppe Carrisi
-Simone de Beauvoir
-Audre Lorde
-Nina Simone

La data da segnare è giovedì 9 giugno 2022 dalle ore 18.30 nella location Castello Galli a La Loggia, Torino.

Cliccando BIGLIETTI  potrai acquistare i biglietti a seguito di una donazione libera.

 

LAVORO IRREGOLARE: QUANDO SCATTA LA MAXISANZIONE.

In via generale, la maxisanzione non trova applicazione tutte le volte che viene evidenziata la volontà del datore di lavoro di non occultare il rapporto di lavoro, anche se si tratta di una diversa qualificazione dello stesso.

Ne consegue che il personale ispettivo non adotterà la maxisanzione:

– nei casi di intervenuta regolarizzazione spontanea ed integrale del rapporto di lavoro originariamente in “nero”, prima di qualsiasi accertamento da parte di organismi di vigilanza o prima dell’eventuale convocazione per l’espletamento del tentativo di conciliazione monocratica e in caso di differente qualificazione del rapporto di lavoro. In presenza di erogazione di prestazioni economiche (es. indennità di infortunio), assume rilievo la data dell’evento. Ciò significa che se la regolarizzazione del lavoratore che si è infortunato è intervenuta prima dell’accesso ispettivo, non verrà considerata spontanea (e quindi troverà applicazione la maxisanzione) se la comunicazione preventiva non è stata effettuata almeno 24 ore prima dell’infortunio e se il datore di lavoro prova di non aver occultato il rapporto di lavoro;

– e se il datore di lavoro si è trovato nell’impossibilità di effettuare la comunicazione del rapporto di lavoro a causa della chiusura dello studio di consulenza ha cui ha affidato la gestione degli adempimenti lavoro (ad esempio per ferie).

 

Criteri di irrogazione della maxisanzione

Le sanzioni si dividono in tre diversi scaglioni che variano a seconda della durata dell’illecito prima della regolarizzazione:

1)     da euro 1.800 a euro 10.800 per ciascun lavoratore irregolare, in caso di impiego del lavoratore sino a trenta giorni di effettivo lavoro;

2)     da euro 3.600 a euro 21.600 per ciascun lavoratore irregolare, in caso di impiego del lavoratore da trentuno sino a sessanta giorni di effettivo lavoro;

3)     da euro 7.200 a euro 43.200 per ciascun lavoratore irregolare, in caso di impiego del lavoratore oltre sessanta giorni di effettivo lavoro.

 

Le suddette sanzioni sono aumentate del 20% in caso di impiego:

  • di lavoratori stranieri irregolari;
  • di minori in età lavorativa (vale a dire coloro che non possono far valere dieci anni di scuola dell’obbligo ed il compimento dei sedici anni);
  • di percettori del reddito di cittadinanza di cui al D.L. n. 4/2019 (conv. da L. n. 26/2019).

 

Le sanzioni sono raddoppiate se il datore di lavoro, nei tre anni precedenti, è stato destinatario di sanzioni amministrative o penali per i medesimi illeciti.
Affinchè trovi applicazione la recidiva, è necessario che tali illeciti risultino definitivamente accertati (ossia sia decorso il termine per impugnare l’ordinanza-ingiunzione e/o sia stata pagata la sanzione e/o sia passata in giudicato la sentenza emessa a seguito di impugnazione della medesima ordinanza).
In caso di irrogazione della maxisanzione, non trovano applicazione le altre sanzioni previste dalla normativa sui rapporti di lavoro come quella per la mancata consegna della lettera di assunzione oppure quella sull’omessa registrazione nel LUL, salvo che il datore di lavoro non fosse tenuto ad istituirlo per il lavoratore in nero. In quest’ultimo caso trova applicazione la sanzione per l’omessa istituzione.
Troverà invece applicazione sia la maxisanzione che la sanzione prevista per aver   effettuato pagamenti non utilizzando strumenti tracciabili nel caso in cui venga accertato l’impiego di lavoratori irregolari remunerati in “nero”.

 

stefano ponte Autore Avv. Stefano Ponte

La concessione del sequestro conservativo sullo yacht nel corso del giudizio di appello: la Corte d’appello di Genova conferma l’ordinanza emessa in sede di sospensiva.

LA CONCESSIONE DEL SEQUESTRO CONSERVATIVO SUL BENE YACHT IN SEDE DI SOSPENSIVA IN APPELLO: LA CORTE D’APPELLO DI GENOVA EMETTE ORDINANZA EX ART. 351 – 771 c.p.c. E CONFERMA IL SEQUESTRO IN SEDE DI RECLAMO EX ART. 669terdecies c.p.c.

I FATTI PROCESSUALI: UNA SINTESI.

Il procedimento che ha dato origine ai provvedimenti della Corte d’Appello di Genova, Sezione Prima e Sezione Seconda, oggetto del presente contributo, viene introdotto da un ricorso autonomo ex artt. 283 – 351 c.p.c. che parte cantiere – appellante promuove, in corso di causa, per chiedere la sospensione dell’esecutività della sentenza di primo grado in punto “riconsegna dello yacht” e, in via di subordine, la concessione di una nuova misura cautelare nella forma del sequestro conservativo da disporsi sull’imbarcazione medesima.

Il contenzioso trae origine dall’azione giudiziaria introdotta da una società operante nel settore della cantieristica navale, assistita dal nostro studio, nei confronti di un armatore – proprietario di uno yacht battente bandiera straniera, a fronte del mancato pagamento di una consistente somma di denaro dovuta in ragione di attività di refitting e manutenzione di natura ordinaria e straordinaria effettuate sull’imbarcazione.

La predetta società ha ottenuto, prima dell’inizio del giudizio ordinario di primo grado, un sequestro conservativo sullo yacht, ubicato presso le sedi cantieristiche, sequestro che è stato confermato ripetutamente in corso di causa dal Tribunale, sia in forma monocratica che collegiale, e revocato, inaspettatamente, all’esito del giudizio.

Promosso appello da parte della società cantieristica unitamente all’istanza di sospensiva, il ricorso ex artt. 283 – 351 c.p.c. viene trattato autonomamente.

In sede di ricorso e in sede di discussione vengono messe in evidenza le ragioni che legittimano la società cantieristica a non poter dar seguito all’ordine di restituzione dello yacht, pena l’impossibilità di soddisfazione del proprio credito, nonché l’esigenza di ottenere nuovo sequestro conservativo, laddove quello concesso in primo grado sia divenuto inefficace.

 

LE MOTIVAZIONI DELLA CORTE D’APPELLO DI GENOVA – SEZIONE PRIMA.

Con provvedimento emesso nel mese di Dicembre 2021 la Corte d’Appello di Genova, in accoglimento delle domande formulate da parte ricorrente – appellante (cfr cantiere), ha ritenuto di poter concedere un nuovo sequestro conservativo sullo yacht, impedendone così la riconsegna a parte armatrice, non essendovi alcuna circostanza di ordine fattuale e giuridica tale da poter escludere la sua concessione in sede di sospensiva e ritenendo configurabili le condizioni per una riforma della sentenza di primo grado.

Brevemente i motivi della decisione.

La Corte osserva che: “Ai fini dell’accoglimento dell’inibitoria, la Corte viene chiamata ad esprimere una valutazione riguardante la sussistenza di elementi di “fumus boni iuris” dell’impugnazione tali da far apparire, allo stato degli atti, sicuramente o probabilmente destinata ad incisiva riforma la sentenza appellata, dovendo essere prima di tutto chiarito che una tale valutazione non è preclusa nel caso concreto dal rigetto dell’istanza ex art. 283 c.p.c., la quale non implica l’insussistenza del fumus boni iuris, in quanto fondata unicamente sulla natura dichiarativa della pronuncia di revoca del sequestro alla quale consegue la disposta restituzione del bene sequestrato. (…) Se, dunque, si ammette che il giudice di appello compia, in sede di inibitoria, una valutazione di fumus boni iuris, in termini di probabilità di riforma della sentenza appellata, il che implica ovviamente, atteso anche il normale effetto devolutivo del giudizio di appello , una valutazione, sempre in forma sommaria e provvisoria, della fondatezza delle ragioni della parte appellante, non si vede perché si dovrebbe vietare una valutazione del tutto analoga con riferimento ad una richiesta cautelare come quella in esame, avuto riguardo alla particolarità del caso concreto, in cui la motivazione della sentenza considera irrilevanti ai fini del decidere due circostanze che invece appaiono – solo in via di sommaria delibazione e naturalmente riservata alla sede decisoria ogni ulteriore ed eventualmente diversa valutazione – rilevanti ai fini del decidere (…)”.

In secondo luogo, quanto alla configurabilità del c.d. periculum, il Collegio ha correttamente rilevato che: “è sufficiente fare riferimento alla circostanza che l’istante rischia di perdere la garanzia del proprio credito, vale a dire il privilegio marittimo ex art. 552 cod. nav., applicabile alle imbarcazioni da diporto ai sensi dell’art. 1 comma d.lgs n.171/2005, in forza del quale “Per quanto non previsto dal presente codice, in materia di navigazione da diporto si applicano le leggi, i regolamenti e gli usi di riferimento ovvero, in mancanza, le disposizioni del codice della navigazione” nonché “alla non trascurabile entità del credito azionato (…)”. E, ancora, “il sequestro della nave in questione, battente bandiera di stato estero, appare consentita anche in applicazione dell’art. 2 Convenzione di Bruxelles del 10/5/1952”.

La Corte ha, quindi, disposto un nuovo sequestro conservativo sull’imbarcazione ex artt. 669quater e 671 c.p.c.

 

LE CONCLUSIONI ALL’ESITO DEL GIUDIZIO DI RECLAMO EX ART. 669TERDECIES C.P.C AVVERSO L’ORDINANZA CAUTELARE EMESSA DALLA CORTE D’APPELLO DI GENOVA – SEZIONE PRIMA: LE MOTIVAZIONI DELLA CORTE D’APPELLO DI GENOVA – SECONDA SEZIONE CIVILE.

Avverso il predetto provvedimento è stato promosso reclamo ex art. 669terdecies c.p.c. da parte armatrice davanti ad altra Sezione della Corte d’Appello. Concessi i termini per le difese ed esaurita la fase di discussione, la Corte ha rigettato il reclamo, ivi compresa l’istanza di revoca ex art. 684 c.p.c. formulata in via di subordine.

In relazione alla ritualità della domanda cautelare in sede di sospensiva, il Collegio ha osservato quanto segue.

Va respinta, altresì, l’eccezione preliminare formulata dal reclamante circa l’”irritualità del provvedimento impugnato, non emanabile in sede di trattazione dell’istanza di inibitoria”. Infatti, il sequestro conservativo può essere chiesto in corso di causa anche nel giudizio di appello e la Corte di Appello adita, cui è stata chiesta la concessione del sequestro conservativo in corso di causa, trattandosi del giudice del merito del gravame, ha accolto l’istanza, ritenendo configurabili i requisiti del fumus boni iuris e del periculum in mora posti a base dell’istanza di sospensiva, non essendovi alcuna preclusione in relazione alla sede nella quale concedere, in appello, la misura cautelare. Va notato che, avuto riguardo all’urgenza, che è un elemento normale, se non essenziale, della situazione che induce a chiedere il sequestro, la legge configura l’attività che conduce alla pronuncia del provvedimento cautelare come un procedimento a cognizione sommaria per il quale è sufficiente la delibazione del fumus boni iuris e del periculum in mora. Pertanto, se la Corte di Appello compie, in sede di inibitoria, una valutazione del fumus boni iuris e del periculum in mora, non vi sono ragioni ostative ad una analoga valutazione relativamente ad una richiesta cautelare quale quella in esame, non essendo ciò impedito nemmeno dal fatto che l’istanza di inibitoria è stata rigettata dalla Corte di Appello in quanto tale rigetto è derivato dalla natura dichiarativa della pronuncia.

 

CONCLUSIONI

Le recenti decisioni della Corte d’Appello di Genova confermano, pertanto, la ricostruzione giuridica offerta dalla nostra difesa in virtù della quale, laddove sussistenti i presupposti di fatto e di diritto, analiticamente argomentati, il sequestro conservativo possa essere concesso in corso di causa ed in sede di sospensiva in appello, laddove sia già ravvisabile una probabile riforma della sentenza di primo grado e sia necessario garantire la soddisfazione del credito della società cantieristica.

 

alessandra-labanca-lexchance  Autrice avv. Alessandra Labanca

LA TUTELA DELL’AMBIENTE ENTRA NELLA COSTITUZIONE ITALIANA: LE NOVITA’ INTRODOTTE DALLA RIFORMA DEL 2022.

Con 468 voti a favore, 1 contrario e 6 astenuti, la Camera dei deputati ha concluso, l’8 febbraio 2022, l’iter di approvazione della Legge costituzionale 11 febbraio 2022, n. 1, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 44 del 22 febbraio 2022, che ha modificato gli articoli 9 e 41 della Costituzione, al fine di introdurre nella nostra Carta fondamentale la tutela dell’ambiente.

Una riforma epocale, i cui contenuti innovativi e tempi record di conclusione restituiscono il forte consenso che ha guidato il nostro Parlamento nella sua approvazione.

Le modifiche apportate agli artt. 9 e 41 della Costituzione.

Per la prima volta nella storia repubblicana viene modificato uno degli articoli che enunciano i principi fondamentali della Costituzione, ossia l’articolo 9: al testo originario, che imponeva la tutela del patrimonio paesaggistico e del patrimonio storico e artistico della nazione, è stato aggiunto un terzo comma, che prevede che la Repubblica “Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”.

La modifica all’articolo 41, invece, introduce due nuovi limiti all’iniziativa economica pubblica e privata, oltre a quelli già previsti della sicurezza, della libertà e della dignità umana: la salute e l’ambiente, che diventano, quindi, paradigmi da tutelare da parte dell’economia.

La nuova formulazione dell’articolo 41 prevede, inoltre, che le istituzioni possano orientare l’attività economica pubblica e privata non soltanto verso fini sociali, ma anche verso fini ambientali.

Verso l’abbandono di una prospettiva meramente antropocentrica. 

Le modifiche introdotte si inseriscono nel trend avviato già da diversi anni nell’ambito dell’Unione europea, consolidatosi anche grazie all’intervento di importanti sentenze della nostra Corte costituzionale, e sono fortemente innovative per l’assetto costituzionale e legislativo italiano.

Con questa riforma, infatti, l’ambiente, la biodiversità, gli ecosistemi e gli animali non solo sono considerati beni oggetto di tutela costituzionale, ma sono elevati al rango di valori primari, dotati di una dignità autonoma e, pertanto, considerati meritevoli di essere tutelati in quanto tali e non solo come strumenti o risorse a servizio dell’umanità.

Naturalmente, la modifica legislativa non è un punto d’arrivo, ma una tappa verso l’evoluzione del diritto e, soprattutto, verso un reale cambiamento nell’operato sia delle istituzioni che dei privati: l’impatto innovativo dipenderà anche dalle interpretazioni ed applicazioni di tali norme che gli operatori del diritto adotteranno in concreto nel prossimo futuro.

 

avv. Luna Ambrosino  Autrice Avv. Luna Ambrosino

Lexchance non si ferma: con Donatella Mento pronta anche la sede di Brescia.

Dopo Torino e Roma, Lexchance apre anche a Brescia con l’integrazione dello studio dell’avvocato Donatella Mento. L’indirizzo della nuova sede è via Cipro 30, vicino a Confindustria Brescia.  

L’integrazione sarà effettiva dal 10 febbraio. In quell’occasione la Mento sarà ospite del Rotary Club della Città insieme al Senior Partner Vittorio Aversano ed al Counsel Nicolò Bussolati per parlare di Online Brand Protection e di repressione delle violazioni ai diritti di proprietà intellettuale sul web, practice su cui lo studio sta investendo moltissimo.  

Aprire in una zona di comprovata importanza economico-sociale come la Lombardia, con la nuova sede di Brescia, e avere con noi una personalità del livello di Donatella Mento – grande esperta di diritto amministrativo – è motivo di orgoglio e la conferma di voler realizzare progetti di lungo termine, destinati ad innovare il mondo della consulenza” hanno affermato Stefano Ponte e Francesco Marabeti, Managing Partners di Lexchance. 

Lexchance, Vittorio Aversano nuovo responsabile Head of IP & Brand Protection.

Lexchance rinforza il proprio organico con l’entrata di Vittorio Aversano in qualità di senior partner responsabile del dipartimento Intellectual Property & Brand Protection. L’avvocato Aversano ha ricoperto il ruolo di Senior IP & Brand Protection Counsel presso Bulgari (gruppo LVMH), azienda in cui ha operato per oltre sei anni, implementando un sistema globale di online brand protection e dedicandosi allo sfruttamento delle nuove tecnologie nonché allo sviluppo di mobile applications, al coordinamento delle operazioni di anticontraffazione in decine di Paesi, a complesse acquisizioni di contenuti protetti da copyright e di licenze negli ambiti dell’advertising e degli eventi internazionali.  

Abilitatosi a Torino nel 2009, ha ottenuto la doppia qualifica di Solicitor of the Senior Courts of England and Wales presso la Solicitors Regulation Authority di Londra.  

Tra le sue esperienze lavorative figurano quelle in Brandit a Zurigo, come Head of Online Legal Enforcement, Jacobacci & Partners, Ls Lexjus Sinacta e Interpatent.   

Vittorio Aversano opererà dalla sede di Torino e condividerà con i professionisti del dipartimento IP l’ulteriore sviluppo della practice sulla protezione del brand online nonché sulla prevenzione e repressione delle violazioni ai diritti di proprietà intellettuale sul web. 

IL MOBBING E’ REATO?

Oltre alla tutela in ambito civile, al verificarsi di determinate circostanze è possibile prevedere una tutela del lavoratore anche in sede penale in caso di soprusi e vessazioni patiti sul posto di lavoro.
Per anni la Giurisprudenza ha ricondotto tali comportamenti nell’alveo delle condotte punite ai sensi dell’art. 572 c.p., adattando la fattispecie dei maltrattamenti in famiglia, ricorrendo ad un concetto allargato di famiglia.

 

Quando si parla di para-familiarità?

E’ stato, in proposito, creato il concetto di “para-familiarità”, che si verifica in caso di sottoposizione di una persona all’autorità di un’altra in un contesto di prossimità permanente, di abitudini di vita (anche lavorativa) e di affidamento, fiducia e aspettative del sottoposto rispetto all’azione di chi ha ed esercita su di lui la posizione di supremazia (Cass. Pen., sez. VI, 28.09.2016, n. 51591). In sostanza, si ravviseranno gli estremi penalmente rilevanti del “mobbing” in tutti i casi di rapporto stretto e, per l’appunto, para-familiare connotato da una soggezione e subordinazione di un soggetto rispetto all’altro, come nel caso di un dipendente nei confronti di un datore di lavoro che gestisca l’azienda con atteggiamento “padronale” (Cass. Pen., sez. VI, 07.06.2018, n. 39920).

 

Oltre i maltrattamenti, nuove forme di tutela

Occorrerà poi distinguere le ipotesi di “abuso dei mezzi di correzione o di disciplina” (art. 571 c.p.), tipiche di quei casi in cui un superiore gerarchico superi i limiti fisiologici connessi a tale potere (ad esempio ricorrendo ad epiteti offensivi, etc..) dalle ipotesi di mobbing ex art. 572 c.p. che ricorreranno in caso di comportamenti del tutto avulsi dal potere di correzione e di disciplina funzionale ad assicurare l’efficacia e la qualità lavorativa.

 

Quando lo stalking si verifica sul posto di lavoro

Ancora, recentemente si è posto il problema di come sanzionare le condotte che esulano dall’ipotesi della para-familiarità, come in caso di assenza di una subordinazione (ad es. condotte verificatesi tra colleghi di pari grado o addirittura da parte di un sottoposto in danno di un superiore gerarchico). Recentemente è stata riconosciuta la sussistenza del reato di atti persecutori (il noto “stalking”), ovviamente a condizione che le condotte persecutorie presentino anche tutte le altre caratteristiche del reato quali l’insorgenza di un grave e perdurante stato di ansia o il cambio di abitudini della persona offesa o il timore per la propria o altrui incolumità (Cass. Pen., sez. V, 14.09.2020, dep. 09.11.2020, n. 31273).

Variegato è quindi il panorama anche in ambito penale per la tutela del lavoratore sul posto di lavoro.

 

Chiara Luciani  Autrice Avv. Chiara Luciani

IL MOBBING SUL LAVORO: COS’E’ E QUANDO PUO’ ESSERE RISARCITO.

Il mobbing: definizione

 

Come è noto, il termine mobbing è oggi diffusamente utilizzato nell’ambito lavorativo per indicare un attacco ripetuto e continuato con finalità persecutoria contro una persona e/o un gruppo di persone da parte del datore di lavoro, dei superiori o di pari grado.

 

Le condotte mobizzanti possono consistere in:

  • Attribuzione di compiti esorbitanti o eccessivi, e comunque tesi a produrre disagi in relazione alle condizioni fisiche e psicologiche del lavoratore; di compiti dequalificanti; o processi di marginalizzazione rispetto ad iniziative di aggiornamento professionale;
  • Impedimento sistematico ed immotivato a condividere informazioni utili all’attività lavorativa;
  • Pressioni o molestie psicologiche;
  • Critiche immotivate ed atteggiamenti ostili;
  • Esercizio esasperato ed eccessivo di forme di controllo nei confronti del lavoratore mediante l’avvio di procedimenti disciplinari pretestuosi.

 

Chi sono le persone coinvolte

 

Le persone coinvolte nel processo e nella strategia mobizzante sono essenzialmente tre:

  • Il mobizzato – la vittima – che subisce tali comportamenti sino ad essere isolato, nonché spesso incompreso e solo di fronte al suo “persecutore”;
  • Il mobber – l’aggressore – che mette in atto l’attività vessatoria da solo o assieme ad altri;
  • il co-mobber – lo spettatore – che coincide con coloro che pur non essendo coinvolti direttamente nel processo di mobbing, lo percepiscono, non si oppongono e non si attivano per porvi fine, contribuibuendo indirettamente al mantenimento dell’azione vessatoria.

 

 

I riferimenti normativi

 

Il fenomeno del mobbing trova la sua disciplina in due provvedimenti normativi:

  • il d. lgs. n. 215/2003, attuativo della direttiva 2000/43/CE, per la parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica;
  • il d.lgs. n. 216/2003, attuativo della direttiva 2000/78/CE, per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro a prescindere dalla religione, dalle convenzioni personali, dagli handicap, dall’età o dall’orientamento sessuale.

 

Il maggiore apporto interpretativo lo ha tuttavia offerto la giurisprudenza, che ha creato un vero e proprio “codice” delle condotte mobizzanti. L’apporto dei giudici ha infatti consentito, ad esempio:

  • di distinguere il mobbing dal demansionamento (vale a dire tra la condotta illecita ed il mancato rispetto dell’obbligo del datore di lavoro di adibire il lavoratore alle mansioni per le quali è stato assunto o a mansioni equivalenti, ai sensi dell’art. 2103 Cod. Civ.);
  • di delimitare gli oneri probatori a carico del lavoratore;
  • di tipizzare le varie forme di mobbing;
  • e di individuare il danno conseguente all’aver subito una strategia mobizzante.

 

L’onere della prova

 

Tra le tante pronunce sul tema, si menziona quella della Corte di Cassazione a Sezioni Unite n. 6572/06 che ha riconosciuto la sussistenza del danno esistenziale come un’autonoma e legittima categoria giuridica in seno all’art. 2059 Cod. Civ. qualificandola come. «Ogni pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare areddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno».

A ciò si aggiunga che con la sentenza in esame, le Sezioni Unite, chiamate a decidere su quale parte processuale – ricorrente o resistente – incomba l’onere della prova relativamente al danno non patrimoniale conseguente da demansionamento e/o dequalificazione, hanno statuito che l’onere probatorio è a carico della parte ricorrente. Il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico e esistenziale che ne deriva – non ricorrendo automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale – non potrà dunque prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio, sulla natura e sulle caratteristiche del pregiudizio medesimo.

 

In conclusione

 

Il danno esistenziale – da intendersi come ogni pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare areddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendo a scelte di vita diverse quanto alla espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno – va dimostrato in giudizio:

  • sia per il tramite delle prove documentali e/o testimoniali;
  • sia attraverso la c.d. prova per presunzioni, per cui dalla complessiva valutazione di precisi elementi dedotti – (caratteristiche, durata, gravità, conoscibilità all’interno ed all’esterno del luogo di lavoro della operata dequalificazione, frustrazione di precisate e ragionevoli aspettative di progressione professionale, eventuali reazioni poste in essere nei confronti del datore comprovanti la avvenuta lesione dell’interesse relazionale, effetti negativi dispiegati nella abitudine di vita del soggetto) – si possa, attraverso un prudente apprezzamento, coerentemente risalire al fatto ignoto, ossia all’esistenza del danno, facendo ricorso, ex 15 del codice di procedura civile, a quelle nozioni generali derivanti dall’esperienza.

 

stefano ponte Autore Avv. Stefano Ponte

IL CONTRATTO DI FRANCHISING

Cosa si intende per contratto di franchising

Per franchising (dal francese franchise, franchigia o privilegio) s’intende una forma di collaborazione continuativa per la commercializzazione di beni e/o servizi, tra un imprenditore – detto affiliante o franchisor – e uno o più imprenditori – detti affiliati o franchisee – economicamente e giuridicamente indipendenti. Tale contratto trova un’organica disciplina nella L. n. 129 del 06.05.2004.

Affiliante e affiliato stipulano un apposito contratto, con il quale si impegnano al rispetto di reciproci obblighi: l’affiliante – dietro corrispettivo – concede all’affiliato l’utilizzazione della propria formula commerciale, unitamente ad altre prestazioni e forme di assistenza atte a consentire allo stesso la gestione della propria attività con la medesima immagine dell’impresa affiliante. L’affiliato, viceversa, s’impegna a far proprie la politica commerciale e l’immagine dell’affiliante nell’interesse reciproco delle parti medesime e del consumatore finale.

Il successo del franchising

Nonostante le diverse condizioni generate dall’emergenza pandemica, il modello di franchising ha dimostrato una solida capacità di tenuta e adattamento, risultando oggi una scelta vincente. Infatti, secondo il Rapporto 2021 condotto da Assofranchising (Associazione Italiana del Franchising), il giro d’affari del franchising in Italia ha raggiunto i 27 miliardi di euro, con un incremento del 3,5% rispetto al 2019. Non solo, negli ultimi dieci anni, lo sviluppo delle imprese in franchising è raddoppiato, raggiungendo quota 877 imprese rispetto alle circa 400 dell’anno 2000. Tra i settori maggiormente attivi vi sono il Settore dei Servizi ai privati e alle imprese, il Settore dell’Abbigliamento ed il Settore della GDO. Quest’ultimo, pur avendo subito un calo significativo nella costituzione di nuove reti di franchising a seguito dell’epidemia da Covid-19, genera ad oggi oltre 9 miliardi di fatturato.

 

I vantaggi di aprire un franchising

I vantaggi per il soggetto che decide di intraprendere un’attività in franchising sono ampiamente noti. In estrema sintesi, l’affiliato – grazie alla riconoscibilità del marchio, alla consolidata reputazione aziendale, alla clientela già fidelizzata e all’assistenza continua da parte del franchisor – ha la garanzia di un agevole accesso al capitale e di una rapida espansione commerciale. In questo modo, la possibilità di inserirsi sul mercato avviene con costi e rischi notevolmente ridotti. D’altro canto, anche i vantaggi per il franchisor sono diversi: l’azienda madre, attraverso l’affiliazione commerciale di nuovi franchisee, radica la propria presenza attiva sul mercato, intensificando la distribuzione dei prodotti e valorizzando il proprio marchio con minori costi rispetto ai canali tradizionali di vendita.

Conclusione

È, dunque, di tutta evidenza il successo che un soggetto può ottenere dalla progettazione e messa a regime di sistemi di franchising. In tale contesto, è però opportuno, da un lato, che l’affiliato raccolga il maggior numero di informazioni sull’azienda madre, e dall’altro, che in sede di trattativa con il franchisor e di valutazione dell’affiliazione commerciale proposta si avvalga di un supporto professionale adeguato, in modo tale da acquisire tutti gli elementi utili prima della stipula del contratto. In tal modo è possibile assicurarsi, ad esempio, che il contratto non contenga clausole vessatorie e/o compromissorie, che il business plan non riporti dati erronei e che il know-how trasmesso dal franchisor si riveli del tutto evanescente. Ciò è tanto più importante laddove si consideri che l’affiliato in franchising risponde interamente della propria attività, in quanto imprenditore soggetto al rischio d’impresa.

 

 

virginia viale Autrice Virginia Viale

CRISI D’IMPRESA: LE NOVITA’ INTRODOTTE DAL D.L. 118/2021

Con l’emanazione del Decreto-legge 24 agosto 2021, n. 118, il legislatore ha approvato nuove misure urgenti in materia di crisi d’impresa e di risanamento aziendale, con l’obiettivo di ampliare gli strumenti a disposizione delle imprese per sopravvivere all’emergenza epidemiologica ed attuare la tanto agognata “ripartenza”.
In particolare, per quanto è di nostro interesse, il provvedimento interviene su tre fronti.

 

  1. Differimento dell’entrata in vigore del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza

In primo luogo, il D.L. n. 118/2021 rinvia nuovamente l’entrata in vigore del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (d.lgs. n. 14/2019) al 16 maggio 2022, con ulteriore differimento delle disposizioni concernenti le procedure di allerta e di composizione assistita della crisi innanzi all’OCRI (Organismo di composizione della crisi d’impresa) al 31 dicembre 2023.

 

  1. Introduzione dell’istituto della composizione negoziata della crisi d’impresa e del concordato semplificato per la liquidazione del patrimonio

La novità più importante contenuta nel decreto-legge in esame è l’introduzione della procedura di composizione negoziata per la soluzione della crisi d’impresa: consiste in un istituto di carattere stragiudiziale, che potrà essere utilizzato, a decorrere dal 15 novembre 2021 (salvo eventuali modifiche che potranno essere introdotte in sede di conversione in legge), dall’imprenditore che si trova in condizioni di squilibrio patrimoniale od economico-finanziario, ma non ancora in stato di insolvenza.

In forza della procedura in commento, in particolare, l’imprenditore potrà essere affiancato da un esperto terzo ed indipendente, che avrà l’incarico di agevolare le trattative con i creditori, al fine di trovare la migliore soluzione per il superamento dello stato di crisi ed il risanamento aziendale.

Le possibili soluzioni adottabili in esito alla procedura – disciplinate all’art. 11, comma 1 – sono:

  • la conclusione di un contratto con uno o più creditori idoneo ad assicurare la continuità aziendale per un periodo non inferiore a 2 anni;
  • la conclusione di una convenzione di moratoria ai sensi dell’art. 182-octiesFall.;
  • la stipula di un accordo sottoscritto dall’imprenditore, dai creditori e dall’esperto, che produce i medesimi effetti di un piano di risanamento ai sensi dell’ 67, comma 3, lett. d), L.Fall., senza tuttavia la necessità di attestazione.

Come precisato all’art. 11, comma 2, l’imprenditore potrà sempre domandare l’omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti ai sensi degli artt. 182-bis, 182-septies e 182-novies L.Fall., con la precisazione che la percentuale di cui all’art. 182-septies è ridotta al 60%  se  il raggiungimento dell’accordo risulta dalla relazione finale dell’esperto.

Segnaliamo, seppure nella presente sede non è possibile approfondirne tutti gli aspetti, che l’art. 6 prevede la possibilità, per l’imprenditore che si avvalga della procedura di composizione negoziata della crisi, di richiedere l’applicazione di misure protettive del patrimonio, che hanno l’effetto di limitare le possibilità di azione nei confronti dell’imprenditore da parte dei creditori e di precludere il pronunciamento di sentenze di fallimento o di stato di insolvenza fino alla conclusione delle trattative o all’archiviazione dell’istanza di composizione negoziata.

Sono, inoltre, previste, all’art. 14, alcune c.d. misure premiali in favore dell’imprenditore in crisi, ossia misure e agevolazioni fiscali derivanti dal ricorso alla composizione negoziata.

Ulteriore novità nel campo delle procedure concorsuali è prevista dall’art. 11, comma 3, secondo cui, nel caso di mancata individuazione, in esito alla procedura negoziata, di una soluzione idonea al superamento della situazione di crisi, l’imprenditore potrà, oltre ad avvalersi delle classiche procedure concorsuali di cui alla normativa previgente (piano attestato di risanamento, fallimento, amministrazione straordinaria, ecc.), anche presentare una proposta di concordato semplificato per la liquidazione del patrimonio ex art. 18 del D.L. n. 118/2021.

Viene così introdotto l’istituto del concordato per cessione di beni unitamente al piano di liquidazione, che prevede l’omologazione da parte del Tribunale, a fronte di una valutazione positiva circa la fattibilità del piano di liquidazione, l’insussistenza di un pregiudizio per i creditori rispetto all’alternativa della liquidazione fallimentare e l’assicurazione di una utilità per ciascun creditore, e, successivamente, la nomina di un liquidatore.

 

  1. Introduzione di modifiche alla legge fallimentare, con l’anticipazione di alcuni strumenti di composizione negoziale previsti dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza

L’art. 20, comma 1, reca, infine, importanti novelle alla legge fallimentare (R.D. 16  marzo 1942, n. 267), intervenendo principalmente sulla disciplina del concordato preventivo e degli accordi di ristrutturazione dei debiti ed anticipando, di fatto, alcune disposizioni contenute nel Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza.

Con particolare riferimento a tale ultima categoria di novelle, l’articolo in commento prevede l’inserimento nella legge fallimentare della disciplina degli accordi di ristrutturazione ad efficacia estesa, della nuova disciplina della convenzione in moratoria e degli accordi di ristrutturazione agevolati, istituti già disciplinati dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, i quali, con tale introduzione, vedono anticipare la loro entrata in vigore rispetto al differimento di cui al punto 1 della presente disamina.

 

Un cambiamento radicale di prospettiva: dalla centralità del fallimento alla valorizzazione delle procedure negoziali di gestione della crisi di impresa.

Come più volte evidenziato nella relazione illustrativa al Decreto-legge in esame, il legislatore ha preso definitivamente atto dell’impossibilità di affrontare la crisi delle aziende nel periodo
successivo alla pandemia con gli istituti vigenti, riconducibili alla legge fallimentare, ritenuti ormai inadeguati a fronteggiare le esigenze di tutela dei creditori ed, al contempo, della produzione.

Il principale obiettivo dell’intervento normativo in commento è, quindi, quello di incentivare, con strumenti nuovi e che prevedano una maggiore interazione tra le parti coinvolte, l’accesso alle procedure alternative rispetto al fallimento, favorendo, per un verso, l’emersione anticipata della  crisi e, per altro verso, il risanamento delle imprese in condizioni di squilibrio patrimoniale o economico-finanziario che hanno le potenzialità necessarie per restare sul mercato.

 

avv. Luna Ambrosino Autrice Avv. Luna Ambrosino

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