TASSAZIONE DEGLI ATTI GIUDIZIARI

4 Marzo 2020

Gli atti giudiziari, ovvero, tutti gli atti che concludono una fase di giudizio o un procedimento, o gli atti a impulso di parte, prodotti, comunque, in giudizio, sono sottoposti a registrazione, con conseguente liquidazione e riscossione in capo all’Agenzia delle Entrate, di un’imposta di registro, secondo quanto prevede il D.P.R. 131/1986. Il sistema tributario nazionale ha elaborato, all’uopo, un inquadramento generale delle imposte e, conseguentemente, delle singole tipologie degli atti, sottoposti a registrazione e conseguente tassazione.
Tra gli esborsi connessi all’instaurazione di un procedimento giurisdizionale, uno dei meno noti è sicuramente quello relativo all’imposta di registro, alla quale sono soggetti tutta una serie di provvedimenti dell’Autorità giudiziaria specificamente previsti dalla legge.

Tradizionalmente definita come “imposta d’atto” – in quanto collegata ad un atto o negozio giuridico normalmente documentato in forma scritta – l’imposta di registro rientra nell’ambito di quelle forme di imposizione indiretta attraverso le quali l’ordinamento colpisce non l’immediata produzione di un reddito, bensì, successivi fenomeni di movimentazione di ricchezza tra i consociati: anche lo scambio ed il trasferimento di beni e valori possono infatti costituire espressione della capacità contributiva individuata dall’art. 53 Cost., come necessario presupposto del potere impositivo dello Stato.
La disciplina dell’imposta in commento è dettata dal D.P.R. 131/1986 – Testo unico delle disposizioni concernenti l’imposta di registro (spesso abbreviato con l’acronimo T.U.R.); a tale complesso normativo, contenente le regole generali relative al meccanismo di applicazione dell’imposta, sono allegati sia una Tariffa, nell’ambito delle quali vengono analiticamente individuati gli atti da sottoporre a registrazione e le relative aliquote, sia una Tabella, recante indicazione degli atti per i quali non vi è invece obbligo di chiedere la registrazione.

 

Nell’ambito del menzionato testo unico, norma di riferimento per la tassazione degli atti giudiziari è l’art. 37, in base al quale sono soggetti ad imposta “gli atti dell’autorità giudiziaria in materia di controversie civili che definiscono anche parzialmente il giudizio, i decreti ingiuntivi esecutivi, i provvedimenti che dichiarano esecutivi i lodi arbitrali e le sentenze che dichiarano efficaci nello Stato sentenze straniere“.
Dalla lettura di tale disposizione, emergono una serie di elementi importanti al fine di circoscrivere l’area dei provvedimenti giurisdizionali soggetti ad imposta di registro.
In primo luogo, sotto il profilo soggettivo, il riferimento agli atti “dell’autorità giudiziaria consente di attribuire rilievo ai soli provvedimenti emessi da un giudice (sentenze, ordinanze, decreti), escludendo di conseguenza tutti gli altri atti che – pur collocandosi all’interno di procedure giurisdizionali – siano riconducibili a soggetti privi di potestas iudicandi.

Quindi, chi è obbligato a pagare la tassa di registro?

Le parti processuali sono solidalmente obbligate nei confronti del fisco, ad eccezione di coloro che sono intervenuti volontariamente nel processo.

Nei rapporti tra le parti, invece, l’onere di pagare l’imposta segue le spese ed è quindi posta a carico del soccombente o, di tutte le parti, solo se è intervenuta la compensazione. Di conseguenza, chi si fa carico materialmente di pagare l’imposta perché vi ha interesse, potrà poi chiedere all’altra parte processuale il rimborso di quanto pagato.

Avendo chiarito la natura e la genesi dell’imposta di registro, è opportuno trattare un aspetto poco conosciuto quanto spinoso dell’imposizione fiscale citata, ovvero, la determinazione della tassa sugli interessi, che possono essere legali o moratori, a seconda della natura, rispettivamente, del credito e dei soggetti processuali.

CASO PRATICO

Il caso di specie che si esplicherà ha evidenziato una profonda discrasia tra la richiesta effettuata dal ricorrente nel proprio ricorso per decreto ingiuntivo all’Organo Giudicante, il provvedimento della stessa Autorità e la tassazione effettuata dall’Agenzia delle Entrate.

Il ricorrente presentando ricorso per decreto ingiuntivo al fine di recuperare un’ingente somma di denaro destinata per l’acquisto di porzioni immobiliari, produceva a fondamento di ciò, specifica documentazione, idonea a provare il diritto creditizio per cui agiva; contestualmente richiedeva il riconoscimento e la liquidazione degli interessi legali maturati sul capitale, dalla presentazione del ricorso sino al saldo. Il Giudice adito così liquidava, non mutando la natura degli interessi.

L’agenzia delle Entrate analizzava l’atto giuridico e la natura creditizia del ricorso al fine di inquadrare giuridicamente lo stesso e applicare la relativa imposta.

L’ente impositore ai sensi dell’art. 37 del TUR in combinato con l’art. 8 della Tariffa, Parte I, allegata al D.P.R. citato, qualificava l’atto giuridico suindicato come decreto ingiuntivo esecutivo e ai sensi della lettera b) dello stesso articolo, inquadrava il credito come “atto recante condanna al pagamento di somme o valori”, assoggettandolo alla tassazione con aliquota variabile al 3% e, non invece, fissa, oltretutto, applicando e calcolando sul capitale ingiunto gli interessi moratori, anziché quelli legali (come da richiesta del creditore).

Dando atto che il contribuente presentava ricorso con contestuale istanza di mediazione alla Commissione Provinciale Tributaria competente, lo stesso contestava il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate in merito all’applicazione dell’aliquota variabile al 3% sulla tassa di registro in punto tassazione atto, oltrechè per l’erronea applicazione degli interessi moratori, anziché legali.

L’Ente pubblico difendeva il proprio operato, asserendo che alla luce delle nuove disposizioni dell’art. 17, comma 1 del D.L. 12/09/2014, N. 132, convertito nella L. 10/11/2014, n. 162, da applicarsi ai procedimenti iniziati a partire dal 11.12.2014, in caso di ricorso per il recupero di crediti, alla luce dell’introduzione dei nuovi commi 4 e 5 dell’art. 1284 C.c., al creditore è riconosciuto il diritto di richiedere al debitore gli interessi moratori, con tasso superiore a quello legale. Suddetta facoltà è riconosciuta anche al creditore che non ne ha fatto esplicita richiesta.

Alla luce di ciò, l’Agenzia specificava, inoltre, che suddetta disposizione si applica anche quando le parti non stabiliscono contrattualmente il tasso d’interesse desiderato, potendo, quindi, ricorrere all’applicazione degli interessi moratori previsti, in passato, esclusivamente, per i ritardati pagamenti nelle transazioni commerciali.

Il ricorrente replicava affermando che in primis che la normativa citata, entrata in vigore a far data dal 2014, si applica oltrechè per transazione commerciali tra partner professionali, anche in caso di tardivo pagamento, qualora il creditore ne faccia richiesta, senza la necessità per lo stesso, di mettere in mora il debitore o quando, non espliciti la natura degli interessi.

Suddetta normativa è stata elaborata dal legislatore ad esclusivo vantaggio del creditore e per meglio tutelare il suo credito.

Nel caso analizzato, invece, il creditore, aveva esplicitamente richiesto all’Organo Giudicante, oltrechè calcolato, correttamente, gli interessi sul capitale, al tasso legale e non moratorio; e suddetta specifica istanza era stata accolta pienamente dal Giudice.

La Commissione Tributaria accoglieva l’istanza del ricorrente.

La medesima, ha correttamente ravvisato come il Giudice Ordinario avesse, in sede di emissione del decreto, previsto di ingiungere alla debitrice di pagare in favore della ricorrente le somme da questa richieste come da domanda, peraltro in perfetto adempimento del principio di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato sancito ex art. 112 c.p.c.

Come  noto infatti, ai sensi della citata norma, “Il giudice deve pronunciare su tutta la domanda e non oltre i limiti di essa; e non può pronunciare d’ufficio su eccezioni, che possono essere proposte soltanto dalle parti”.

Non essendo dunque stata né richiesta né disposta l’applicazione degli interessi moratori di cui al D.Lgs. 231/02, l’unica tassazione possibile per gli interessi applicati e previsti dal decreto ingiuntivo avrebbe dovuto avere come oggetto i soli interessi legali.

In accoglimento della domanda di parte ricorrente, la Commissione ha ritenuto conseguentemente illegittima ed arbitraria l’imposizione e determinazione di tassa di registro su degli interessi moratori mai previsti e riconosciuti in favore del creditore.

 

 

  Autrice Avv. Roberta Fissolo



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