Fine processo mai

Il 1° gennaio 2020 è entrata in vigore la riforma della disciplina della prescrizione del reato contenuta nella Legge n. 3 del 9 gennaio 2019, la c.d. “spazzacorrotti”.

Al fine di comprendere la portata della riforma in oggetto, nonché al fine di valutare le molteplici critiche che sono state sollevate in merito dagli addetti ai lavori del sistema giustizia e dai vari commentatori, è necessario fare un breve excursus sulla natura dell’Istituto giuridico e sugli ultimi interventi che l’hanno interessato.
Innanzitutto, che cos’è la prescrizione? La prescrizione è una causa di estinzione del reato che si verifica quando non si riesce ad addivenire ad una sentenza irrevocabile – quindi esauriti tutti i gradi di giudizio – di condanna dell’imputato entro un termine temporale individuato dalla legge.
Quando ciò avviene, l’autore del reato va pertanto esente dalle conseguenze pregiudizievoli connesse alla condanna penale, ad eccezione dell’obbligo di risarcire il danno cagionato alla persona offesa del reato, nel caso in cui la prescrizione intervenga successivamente ad una sentenza di condanna in primo grado.
Le principali ragioni sottostanti all’istituto sono state individuate dalla dottrina e dalla giurisprudenza nel fatto che il trascorrere del tempo affievolisce l’esigenza punitiva dello Stato e soprattutto incide sul fine rieducativo della pena eventualmente irrogata al termine del processo, che a distanza di molti anni va a colpire un individuo profondamente diverso da quello che all’epoca aveva commesso il reato.
Per quanto riguarda il funzionamento dell’istituto – e semplificando il più possibile – il tempo necessario a prescrivere un determinato reato corrisponde al massimo della pena prevista dalla Legge per quella tipologia di reato; è dunque evidente che a reati più gravi corrispondono termini di prescrizione più lunghi.
E’ poi previsto un termine prescrizionale minimo, che dunque prescinde dall’entità della pena, di sei anni per i delitti e di quattro anni per le contravvenzioni, nonché l’imprescrittibilità di alcuni gravi reati.

Nel corso di un procedimento penale vi sono poi alcuni eventi che sospendono il tempo necessario a  prescrivere (che inizia nuovamente a decorrere una volta terminata la causa sospensiva) o che interrompono detto tempo (che al termine dell’evento interruttivo riparte da capo).
A prescindere dal numero di eventi sospensivi ed interruttivi, il tempo necessario a prescrivere non può essere – salvo rari casi – comunque superiore al tempo “base” aumentato di un quarto.
La regola appena esposta, unitamente all’altissima probabilità di incorrere nell’arco di un procedimento penale in eventi sospensivi o interruttivi della prescrizione, fa sì che il termine minimo prescrizionale, per i delitti meno gravi, sia di sette anni e mezzo (sei anni di “minimo” più un anno e mezzo di aumento massimo).

In questo quadro era già intervenuta nel 2017 la c.d. “riforma Orlando”, che aveva allungato i termini prescrizionali (solamente però nei casi di sentenze di condanna) di tre anni, introducendo due periodi di sospensione del corso della prescrizione, di un anno e mezzo ciascuno, tra il primo ed il secondo grado e tra il secondo grado e la Cassazione.

La nuova riforma ha abrogato quella del 2017 prima che gli effetti della stessa potessero essere adeguatamente monitorati ed analizzati (la riforma Orlando si applica ai procedimenti iniziati nella seconda metà del 2017) ed ha formalmente introdotto una nuova ipotesi di sospensione del termine prescrizionale, che costituisce in sostanza un’eliminazione dell’istituto dopo il primo grado di giudizio.
Il nuovo art. 159 del Codice Penale prevede infatti che “il corso della prescrizione rimane altresì sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado o del decreto di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o dell’irrevocabilità del decreto di condanna”.
Essendo il termine finale della “sospensione” collocato in corrispondenza dell’esecutività della sentenza, ossia successivamente all’irrevocabilità della stessa, la decorrenza del termine prescrizionale non riprenderà mai dopo la fine del giudizio di primo grado. All’atto pratico, quindi, il termine prescrizionale calcolato con le vecchie regole (pena edittale aumentata di un quarto) potrà essere utilizzato interamente per la fase delle indagini preliminari e per il giudizio di primo grado, non essendoci invece più limiti temporali per lo svolgimento dei successivi gradi di giudizio.
Quanto sopra vuol dire che la persona sottoposta ad un procedimento penale, la quale – è doveroso ricordarlo – si presume innocente fino a prova contraria, potrà astrattamente subire le conseguenze pregiudizievoli a questo connesse (ivi comprese quelle patrimoniali come il sequestro dei propri beni) per un tempo indefinito e, in caso di condanna, scontare la pena irrogata a distanza di 20, 30 o 40 anni dalla commissione del fatto.
Non solo.
Una delle maggiori criticità che sono state evidenziate in merito alla riforma è il fatto che la nuova ipotesi di “sospensione” interviene a seguito di qualsiasi sentenza di primo grado, di condanna ma anche di assoluzione.
Questo significa che anche una persona andata assolta in primo grado dall’ipotesi accusatoria contestatagli potrà, in caso di appello proposto dal Pubblico Ministero, continuare a subire, sempre per un tempo indefinito, le conseguenze pregiudizievoli del processo penale. Occorre poi considerare che questo allungamento, potenzialmente infinito, dei tempi processuali potrà andare altresì a discapito delle persone offese, che dovranno attendere tempistiche più lunghe per soddisfare le proprie pretese risarcitorie.

In conclusione si concorda con chi ritiene che in assenza di un potenziamento delle risorse, soprattutto umane, assegnate all’amministrazione della Giustizia, la riforma appena entrata in vigore non apporterà alcun beneficio al sistema ma solamente un notevole pregiudizio a danno di coloro i quali si troveranno, loro malgrado, ad affrontare, in qualsiasi veste, il processo penale.

 

 

  Autore Avv. Federico Caporale

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