La concessione del sequestro conservativo sullo yacht nel corso del giudizio di appello: la Corte d’appello di Genova conferma l’ordinanza emessa in sede di sospensiva.

LA CONCESSIONE DEL SEQUESTRO CONSERVATIVO SUL BENE YACHT IN SEDE DI SOSPENSIVA IN APPELLO: LA CORTE D’APPELLO DI GENOVA EMETTE ORDINANZA EX ART. 351 – 771 c.p.c. E CONFERMA IL SEQUESTRO IN SEDE DI RECLAMO EX ART. 669terdecies c.p.c.

I FATTI PROCESSUALI: UNA SINTESI.

Il procedimento che ha dato origine ai provvedimenti della Corte d’Appello di Genova, Sezione Prima e Sezione Seconda, oggetto del presente contributo, viene introdotto da un ricorso autonomo ex artt. 283 – 351 c.p.c. che parte cantiere – appellante promuove, in corso di causa, per chiedere la sospensione dell’esecutività della sentenza di primo grado in punto “riconsegna dello yacht” e, in via di subordine, la concessione di una nuova misura cautelare nella forma del sequestro conservativo da disporsi sull’imbarcazione medesima.

Il contenzioso trae origine dall’azione giudiziaria introdotta da una società operante nel settore della cantieristica navale, assistita dal nostro studio, nei confronti di un armatore – proprietario di uno yacht battente bandiera straniera, a fronte del mancato pagamento di una consistente somma di denaro dovuta in ragione di attività di refitting e manutenzione di natura ordinaria e straordinaria effettuate sull’imbarcazione.

La predetta società ha ottenuto, prima dell’inizio del giudizio ordinario di primo grado, un sequestro conservativo sullo yacht, ubicato presso le sedi cantieristiche, sequestro che è stato confermato ripetutamente in corso di causa dal Tribunale, sia in forma monocratica che collegiale, e revocato, inaspettatamente, all’esito del giudizio.

Promosso appello da parte della società cantieristica unitamente all’istanza di sospensiva, il ricorso ex artt. 283 – 351 c.p.c. viene trattato autonomamente.

In sede di ricorso e in sede di discussione vengono messe in evidenza le ragioni che legittimano la società cantieristica a non poter dar seguito all’ordine di restituzione dello yacht, pena l’impossibilità di soddisfazione del proprio credito, nonché l’esigenza di ottenere nuovo sequestro conservativo, laddove quello concesso in primo grado sia divenuto inefficace.

 

LE MOTIVAZIONI DELLA CORTE D’APPELLO DI GENOVA – SEZIONE PRIMA.

Con provvedimento emesso nel mese di Dicembre 2021 la Corte d’Appello di Genova, in accoglimento delle domande formulate da parte ricorrente – appellante (cfr cantiere), ha ritenuto di poter concedere un nuovo sequestro conservativo sullo yacht, impedendone così la riconsegna a parte armatrice, non essendovi alcuna circostanza di ordine fattuale e giuridica tale da poter escludere la sua concessione in sede di sospensiva e ritenendo configurabili le condizioni per una riforma della sentenza di primo grado.

Brevemente i motivi della decisione.

La Corte osserva che: “Ai fini dell’accoglimento dell’inibitoria, la Corte viene chiamata ad esprimere una valutazione riguardante la sussistenza di elementi di “fumus boni iuris” dell’impugnazione tali da far apparire, allo stato degli atti, sicuramente o probabilmente destinata ad incisiva riforma la sentenza appellata, dovendo essere prima di tutto chiarito che una tale valutazione non è preclusa nel caso concreto dal rigetto dell’istanza ex art. 283 c.p.c., la quale non implica l’insussistenza del fumus boni iuris, in quanto fondata unicamente sulla natura dichiarativa della pronuncia di revoca del sequestro alla quale consegue la disposta restituzione del bene sequestrato. (…) Se, dunque, si ammette che il giudice di appello compia, in sede di inibitoria, una valutazione di fumus boni iuris, in termini di probabilità di riforma della sentenza appellata, il che implica ovviamente, atteso anche il normale effetto devolutivo del giudizio di appello , una valutazione, sempre in forma sommaria e provvisoria, della fondatezza delle ragioni della parte appellante, non si vede perché si dovrebbe vietare una valutazione del tutto analoga con riferimento ad una richiesta cautelare come quella in esame, avuto riguardo alla particolarità del caso concreto, in cui la motivazione della sentenza considera irrilevanti ai fini del decidere due circostanze che invece appaiono – solo in via di sommaria delibazione e naturalmente riservata alla sede decisoria ogni ulteriore ed eventualmente diversa valutazione – rilevanti ai fini del decidere (…)”.

In secondo luogo, quanto alla configurabilità del c.d. periculum, il Collegio ha correttamente rilevato che: “è sufficiente fare riferimento alla circostanza che l’istante rischia di perdere la garanzia del proprio credito, vale a dire il privilegio marittimo ex art. 552 cod. nav., applicabile alle imbarcazioni da diporto ai sensi dell’art. 1 comma d.lgs n.171/2005, in forza del quale “Per quanto non previsto dal presente codice, in materia di navigazione da diporto si applicano le leggi, i regolamenti e gli usi di riferimento ovvero, in mancanza, le disposizioni del codice della navigazione” nonché “alla non trascurabile entità del credito azionato (…)”. E, ancora, “il sequestro della nave in questione, battente bandiera di stato estero, appare consentita anche in applicazione dell’art. 2 Convenzione di Bruxelles del 10/5/1952”.

La Corte ha, quindi, disposto un nuovo sequestro conservativo sull’imbarcazione ex artt. 669quater e 671 c.p.c.

 

LE CONCLUSIONI ALL’ESITO DEL GIUDIZIO DI RECLAMO EX ART. 669TERDECIES C.P.C AVVERSO L’ORDINANZA CAUTELARE EMESSA DALLA CORTE D’APPELLO DI GENOVA – SEZIONE PRIMA: LE MOTIVAZIONI DELLA CORTE D’APPELLO DI GENOVA – SECONDA SEZIONE CIVILE.

Avverso il predetto provvedimento è stato promosso reclamo ex art. 669terdecies c.p.c. da parte armatrice davanti ad altra Sezione della Corte d’Appello. Concessi i termini per le difese ed esaurita la fase di discussione, la Corte ha rigettato il reclamo, ivi compresa l’istanza di revoca ex art. 684 c.p.c. formulata in via di subordine.

In relazione alla ritualità della domanda cautelare in sede di sospensiva, il Collegio ha osservato quanto segue.

Va respinta, altresì, l’eccezione preliminare formulata dal reclamante circa l’”irritualità del provvedimento impugnato, non emanabile in sede di trattazione dell’istanza di inibitoria”. Infatti, il sequestro conservativo può essere chiesto in corso di causa anche nel giudizio di appello e la Corte di Appello adita, cui è stata chiesta la concessione del sequestro conservativo in corso di causa, trattandosi del giudice del merito del gravame, ha accolto l’istanza, ritenendo configurabili i requisiti del fumus boni iuris e del periculum in mora posti a base dell’istanza di sospensiva, non essendovi alcuna preclusione in relazione alla sede nella quale concedere, in appello, la misura cautelare. Va notato che, avuto riguardo all’urgenza, che è un elemento normale, se non essenziale, della situazione che induce a chiedere il sequestro, la legge configura l’attività che conduce alla pronuncia del provvedimento cautelare come un procedimento a cognizione sommaria per il quale è sufficiente la delibazione del fumus boni iuris e del periculum in mora. Pertanto, se la Corte di Appello compie, in sede di inibitoria, una valutazione del fumus boni iuris e del periculum in mora, non vi sono ragioni ostative ad una analoga valutazione relativamente ad una richiesta cautelare quale quella in esame, non essendo ciò impedito nemmeno dal fatto che l’istanza di inibitoria è stata rigettata dalla Corte di Appello in quanto tale rigetto è derivato dalla natura dichiarativa della pronuncia.

 

CONCLUSIONI

Le recenti decisioni della Corte d’Appello di Genova confermano, pertanto, la ricostruzione giuridica offerta dalla nostra difesa in virtù della quale, laddove sussistenti i presupposti di fatto e di diritto, analiticamente argomentati, il sequestro conservativo possa essere concesso in corso di causa ed in sede di sospensiva in appello, laddove sia già ravvisabile una probabile riforma della sentenza di primo grado e sia necessario garantire la soddisfazione del credito della società cantieristica.

 

alessandra-labanca-lexchance  Autrice avv. Alessandra Labanca

UN LIMITATO VIA LIBERA ALLA COLTIVAZIONE DOMESTICA DI STUPEFACENTI: LA SENTENZA N. 12348/2019 DELLA CORTE DI CASSAZIONE A SEZIONI UNITE

La questione

A quasi un anno dalla famosa pronuncia sulla c.d. “cannabis light” (…e quattro giorni prima della “giornata mondiale della cannabis”), sono state depositate le motivazioni della sentenza con cui le Sezioni Unite della cassazione si sono pronunciate sulla rilevanza penale della coltivazione di piante stupefacenti (Cass. SS.UU. 19 dicembre 2019 n. 12348).

Tale sentenza compone l’ultimo tassello di un lungo cammino giurisprudenziale, segnato da plurimi pronunciamenti della Corte di cassazione e della Corte costituzionale, volto a precisare il bene giuridico tutelato dalla fattispecie prevista dall’art. 73 DPR 309/90 (produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope) e a valutarne gli ambiti di estensione vis-a-vis del principio di offensività (astratta e concreta) del reato.

Più nello specifico, con la sentenza in oggetto, le Sezioni Unite della cassazione sono state chiamate a dirimere un contrasto giurisprudenziale sorto sulla rilevanza penale della coltivazione di piante stupefacenti, in particolare laddove la coltivazione non abbia caratteristiche “agricole” ma sia bensì finalizzata all’autoconsumo, anche qualora le piante non siano ancora giunte a piena maturazione e sviluppo del principio attivo.

I precedenti orientamenti giurisprudenziali

Occorre innanzitutto riassumere i vari indirizzi giurisprudenziali andati a stratificarsi nel tempo, richiamati dalle Sezioni Unite, dal momento che nel sistema italiano i principi enunciati dalla Corte di cassazione hanno una funzione di indirizzo giurisprudenziale, ma i giudici di merito – che sono soggetti solamente alla Legge – non sono tenuti ad aderirvi (come avviene ad esempio negli Stati Uniti con le pronunce della Corte Suprema, che hanno invece un’efficacia vincolante).

Un primo orientamento – maggiormente restrittivo – sottolineava come la coltivazione, sia essa “tecnico-agricola” o “domiciliare”, è attività di per sé illecita, poiché crea un rischio di diffusione nel mercato di sostanza stupefacente. Secondo tale orientamento, non rileverebbe la quantità di principio attivo espresso dalla pianta (anche per non avvenuta maturazione), dovendosi incardinare la rilevanza penale dell’attività di coltivazione nella sola capacità della pianta di giungere a maturazione e di produrre sostanza stupefacente.

Il secondo orientamento maturato sul punto – maggiormente ancorato sul parametro della “efficacia drogante della sostanza”, ossia della sua capacità a produrre effetti psicotropici sugli assuntori (elemento cardine anche della sopracitata sentenza sulla c.d. “cannabis light”) – richiedeva invece, ai fini della rilevanza penale della condotta, il concreto raggiungimento da parte della pianta di un grado di maturazione tale da esprimere efficacia drogante, unito alla capacità della coltivazione di produrre un quantitativo di sostanza stupefacente tale da favorire concretamente la circolazione della droga e l’alimentazione del mercato degli stupefacenti (ossia una coltivazione estesa e non “domestica”).

La coltivazione “domestica”

Discostandosi da una mera adesione acritica ad uno o l’altro orientamento, il ragionamento della Corte principia con il riconoscimento dell’autonomia concettuale dell’attività di coltivazione di sostanze stupefacenti, differenziata dalla semplice detenzione. La coltivazione sarebbe difatti riconducibile alla “attività di fabbricazione illecita di sostanze stupefacenti” a norma dell’art. 28 DPR 309/90. Si valorizzerebbe altresì il dato oggettivo che essa – a differenza della detenzione – è sempre considerata un reato a prescindere dall’uso esclusivamente personale dello stupefacente (l’art. 75 del DPR, sull’uso personale, non prevede infatti la coltivazione tra le condotte integranti l’illecito amministrativo).

Il ragionamento delle Sezioni Unite procede tuttavia distinguendo tra coltivazione “tecnico-agraria” e coltivazione “domestica”. Pur ribadendo che quest’ultima non è riconducibile alla detenzione – e la sua irrilevanza penale non può pertanto essere ancorata meramente al fine dell’autoconsumo – la Corte sottolinea come tale irrilevanza sia da ricercarsi nell’impossibilità di ricondurre una coltura di minima estensione nella definizione di coltivazione prevista dalla norma penale. Difatti, la coltivazione domestica intrapresa con il solo scopo di soddisfare esigenze personali presenta, per definizione, una capacità produttiva estremamente scarsa e di per sé incapace di impattare sulla circolazione della droga nel mercato.

Il discrimine tra la coltivazione penalmente irrilevante e quella illecita viene pertanto riconosciuto nella “prevedibilità” della coltivazione di produrre un basso quantitativo di sostanza stupefacente. A tal fine, le Sezioni Unite danno pertanto rilievo ad una serie di elementi correlati alle “tecniche” di coltivazione, che devono essere tutti compresenti nel caso concreto, quali:

  • la minima dimensione della coltivazione”;
  • il suo svolgimento in forma domestica e non in forma industriale”;
  • la rudimentalità delle tecniche utilizzate”;
  • lo scarso numero di piante”;
  • la mancanza di indici di un inserimento dell’attività nell’ambito del mercato degli stupefacenti”;
  • l’oggettiva destinazione di quanto prodotto all’uso esclusivo del coltivatore”.

La coltivazione “tecnico-agraria”

La Corte sottolinea pertanto la distinzione tra la coltivazione “domestica”, caratterizzata da una produttività modesta, e quella “tecnico-agraria”, astrattamente idonea invece ad aumentare, anche in maniera considerevole, l’offerta del mercato delle sostanze stupefacenti.

La sentenza in esame interviene quindi a chiarire un altro punto di primaria importanza, confermando come la configurabilità del reato di cui all’art 73 dpr 309/90 prescinda dalla quantità di principio attivo ricavabile dalla pianta al momento dell’analisi.

È pacifico infatti che la valutazione del principio attivo di piante giunte al completamento del loro ciclo di maturazione possa essere indicativa dell’idoneità a produrre effetto drogante. Tuttavia, per quanto attiene a coltivazioni non ancora “mature”, la Corte ritiene che il potersi raffigurare il positivo sviluppo della stessa sia elemento sufficiente a caratterizzarne la rilevanza penale. Ad esclusione dell’illiceità verrebbero pertanto valorizzati alcuni dati impattanti sulla “prevedibilità” di produzione di sostanza stupefacente, quali in primis la conformità delle piante coltivate al tipo botanico vietato o l’uso di modalità di coltivazione inadeguate che non possano portare le piante ad una corretta maturazione con annesso sviluppo di principio attivo drogante.

Conclusioni

In conclusione la Corte precisa che laddove la coltivazione domestica volta all’autoconsumo non integri il reato di cui all’art. 73 del DPR 309/90, non potrà trovare applicazione neanche l’illecito amministrativo previsto dall’art. 75 del decreto, poiché tale norma (che punisce l’uso personale con le sanzioni amministrative della sospensione o del divieto di conseguimento, per un periodo ricompreso tra 1 mese e 1 anno, della patente di guida e/o della licenza di porto d’armi e/o del passaporto e/o del permesso di soggiorno per motivi di turismo) non si riferisce in nessun caso alla coltivazione.

Piuttosto, incorrerà in tali sanzioni amministrative il coltivatore che detenga sostanza coltivata e già contenente principi attivi al fine del suo consumo.

 

 

  Autore Avv. Federico Caporale

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