IL SINISTRO NELLA PISCINA CONDOMINIALE E LA RESPONSABILITA’ DELL’AMMINISTRATORE.

La piscina condominiale.

La piscina condominiale, anche se non espressamente prevista tra i beni comuni dall’art. 1117 c.c. – comprendente alcuni beni in via meramente esemplificativa – è considerata, per la sua destinazione, un bene a servizio di una struttura condominiale e degli abitanti dell’edificio.

Ma di chi è la responsabilità se, durante l’utilizzo della piscina condominiale, si verifica un sinistro, che provochi delle lesioni, anche mortali? Il tema è stato affrontato di recente dalla sentenza della Cassazione del 19 maggio 2021, n. 13595.

La responsabilità in caso di sinistro e la sentenza della Cassazione 19/5/2021 n. 13595.

La sentenza 19/05/2021 n. 13595 prende in esame un sinistro occorso ad una minore rimasta incastrata nel foro ove vi era la pompa di aspirazione, posta sul fondo della piscina condominiale, e successivamente deceduta.

Nei primi due gradi di giudizio è stata affermata la responsabilità sia del Condominio che della società appaltatrice dei lavori di manutenzione ordinaria della piscina, con conseguente condanna al risarcimento danni ai familiari (madre e fratello) della vittima in via paritaria.

A seguito di gravame proposto dalla compagnia assicurativa del Condominio, la Suprema Corte, preliminarmente, ha affrontato il tema della custodia del bene individuando quali soggetti -pubblici o privati- che siano custodi di un bene coloro che:

  • hanno il possesso o la detenzione della cosa, in ragione della relativa disponibilità ed effettiva possibilità di controllo;
  • hanno obblighi di vigilanza, controllo e diligenza;
  • hanno l’onere di adottare tutte le misure idonee a prevenire ed impedire la produzione di danni a terzi, con lo sforzo adeguato alla natura e alla funzione della cosa e alle circostanze del caso concreto.

Nel caso della piscina, custode è certamente l’appaltatore, con riferimento all’appalto -conferito dal Condominio- del servizio continuativo e periodico di manutenzione.

La responsabilità da custodia è però anche configurabile in capo al Condominio.

Lo stesso è infatti un autonomo soggetto di diritto e, pertanto, risponde autonomamente quale custode dei beni e servizi comuni.

L’amministratore di Condominio ha il potere – dovere di provvedere non solo alla gestione e al controllo delle cose comuni, ma anche alla relativa custodia, col conseguente obbligo di vigilare affinché le stesse non rechino danni a terzi o agli stessi condomini.

Potere-dovere che si estende anche alla piscina condominiale, la cui gestione soddisfa esigenze collettive della comunità condominiale.

Lo stesso è inoltre obbligato ad adottare tutte le misure necessarie affinché le cose comuni non rechino pregiudizio, ed è di conseguenza responsabile dei danni derivanti dalle parti comuni dell’edificio e dagli accessori e pertinenze, ivi ricompresa la piscina condominiale.

Peraltro, nel caso in esame, l’amministratore e l’appaltatore erano consapevoli del pericolo rappresentato dalla grata in fondo alla piscina, ma:

– non lo avevano in alcun modo segnalato (ad esempio non era stato apposto alcun cartello o altri sistemi di avvertimento);

– non avevano destinato persone alla sorveglianza della piscina;

– non era stata disposta la chiusura dell’impianto.

Concustodia.

La Suprema Corte precisa che l’obbligo di custodia del Condominio e i corrispondenti poteri dell’amministratore non vengono meno nemmeno qualora siano appaltati a terzi lavori riguardanti le parti comuni dell’edificio condominiale, di norma ricorrendo in tal caso l’ipotesi della concustodia.

Il Condominio non ha pertanto potuto invocare la sola responsabilità della società appaltatrice, sussistendo anche in capo all’Amministratore l’onere di vigilanza e controllo.

 

 

  Autrice Avv. Elisa Macrì

Al danneggiato spetta una somma superiore al danno subito solo nell’ipotesi di sfruttamento di beni o risorse di sua proprietà.

Il caso.

Una società editrice pubblicava alcuni articoli su un proprio quotidiano in cui alludeva al coinvolgimento di un avvocato in eventi di terrorismo.

La società editrice veniva condannata, in diversi giudizi, al risarcimento dei danni da diffamazione, prima a favore del predetto professionisti, e poi, dopo la sua morte, in favore degli eredi.

La stessa era stata altresì condannata alla pubblicazione, a sue spese, della sentenza di condanna su diversi quotidiani nazionali.

Non avendo ottemperato a quest’ordine, gli eredi agivano per il risarcimento del danno. Risarcimento che veniva quantificato dal Tribunale di Firenze nella misura corrispondente all’arricchimento del danneggiante, ossia al costo da quest’ultimo risparmiato a seguito dell’omessa pubblicazione, stimato in oltre euro 130.000.

La Corte di Appello, adita in secondo grado, riduceva l’ammontare del danno in ragione della inerzia dei danneggiati che, pur potendo provvedere a loro spese alla pubblicazione (art. 120 c.p.c.), non vi avevano provveduto cosi contribuendo al danno subito (art. 1227 c.c.).

La Corte di cassazione, con sentenza 2087 del 2015, smentiva la Corte d’Appello annullando la decisione assunta da quest’ultima ed affermando il principio di diritto secondo cui l’inerzia del danneggiato che non provvede da sè alla pubblicazione della sentenza non costituisce concorso colposo valutabile ai fini del risarcimento.

La Corte di Appello di Firenze, in sede di rinvio, riteneva tuttavia che il danno non potesse stimarsi tenendo conto dell’arricchimento del danneggiato, vale a dire del costo risparmiato da costui per l’omessa pubblicazione, ma dovesse valutarsi in base all’art. 2043 c.c., ed andasse, proprio in tale ottica, stimato equitativamente non essendovi parametri oggettivi cui ancorarlo.

Avverso tale sentenza che liquidava un risarcimento inferiore ad euro 100.000 ricorrevano gli eredi.

 

Ragioni della decisione.

La sentenza di appello, in sede di rinvio, ha qualificato la condotta del diffamante, che omette di ottemperare all’ordine di pubblicazione della sentenza, come fatto illecito ex art. 2043 c.c. anche sulla scorta della ratio del rimedio della pubblicazione della sentenza di condanna, sul presupposto che funzione di quella misura è di integrare il risarcimento, ossia di fornire una riparazione del danno subito, complementare a quella che può venire dal risarcimento per equivalente; cosi che anche l’ordine di pubblicare la sentenza ha uno scopo risarcitorio, e la sua violazione provoca un danno risarcibile nei termini di cui all’art. 2043 c.c., dunque nei termini del pregiudizio subito.

Con la conseguenza che, trattandosi di un pregiudizio non stimabile con criteri oggettivi, ne è imposta una valutazione equitativa.

Le parti ricorrenti hanno contestato questa tesi con due motivi subordinati l’uno all’altro.

Con il primo motivo hanno lamentato la violazione degli artt. 2041 e 1226 c.c. sostenendo che è errato ritenere che il danno da risarcire coincida con il pregiudizio subito dai danneggiati, senza tener conto dell’arricchimento che invece ha avuto il danneggiante mediante il fatto illecito; che dunque si dovrebbe applicare alla fattispecie l’art. 2041 c.c. e non già l’art. 2043 c.c., anche in ragione della funzione del rimedio della pubblicazione della sentenza che non è meramente risarcitorio e non è complementare al risarcimento per equivalente.

Con il secondo motivo, invece le parti ricorrenti hanno proposto una censura subordinata al mancato accoglimento della prima, denunciando la violazione degli artt. 1226 e 2043 c.c., nel senso che ove si dovesse ritenere che il danno coincide con la mera perdita senza alcun rilievo per l’arricchimento, allora la stima effettuata dalla corte è stata motivata in maniera apodittica e senza tenere conto della gravità delle ripercussioni che la diffamazione ha avuto nell’ambito familiare, oltre che erronea quanto al calcolo degli accessori.

Tralasciata la trattazione del secondo motivo di impugnazione in quanto semplicemente dichiarato infondato in ragione di una -ritenuta- adeguata motivazione della determinazione del danno e risarcimento compiuta dalla Corte di merito e della correttezza di tale quantificazione, peraltro insindacabile davanti alla Suprema Corte, occorre soffermarsi sul primo motivo di censura (anch’esso rigettato) ovvero sulla pretesa di un risarcimento non coincidente con il pregiudizio subito ma corrispondente al maggiore arricchimento derivatone per la società editrice.

La questione è dunque quella posta, da tempo, per il caso di arricchimento mediante fatto ingiusto.

Vi sono ossia casi in cui il fatto illecito procura un arricchimento al danneggiante, che spesso è anche maggiore del danno inferto; casi in cui, come è noto, si è suggerito di prevedere che il danneggiato abbia azione per l’intero.

E’ questa, del resto, la soluzione corrente in Germania e nei sistemi di common law, dove nel caso in cui l’illecito produca un arricchimento per il danneggiante, costui risarcisce nei limiti di tale arricchimento, anche se superiore al danno inferto.

Le parti ricorrenti hanno chiesto l’applicazione di una regola simile, che, tuttavia, non è espressamente codificata nel nostro ordinamento, dove, anzi, vige il principio opposto secondo cui il risarcimento è limitato al pregiudizio subito e non deve superare il valore di quest’ultimo.

La tesi delle parti danneggiate (risarcimento del fatto ingiusto non nei limiti del danno subito, ma in quello dell’arricchimento conseguito dal danneggiante), ripete una origine sostenuta in dottrina, secondo cui dal sistema sarebbe ricavabile un principio di divieto di arricchimento mediante fatto ingiusto, indicato da alcune norme significative: in primo luogo l’art. 1148 c.c. da cui si ricava, a contrario, che il possessore in mala fede deve restituire i frutti anche se superano quelli che il proprietario avrebbe potuto ricavare dalla cosa, dunque deve restituire l’arricchimento; e poi l’art. 2032 c.c. da cui si ricava, per interpretazione corrente, che ciascuno attraverso la ratifica può costringere chi ha compiuto affari ingerendosi nella sua sfera a riversargli gli utili ottenuti, ossia il guadagno fatto attraverso una gestione di affari illecita, come si deduce dal riferimento che la norma fa alla disciplina del mandato.

Infine, l’art. 125 del codice della proprietà industriale che obbliga l’usurpatore a restituire gli utili conseguiti usurpando.

In sostanza, secondo la cennata corrente di pensiero, è ricavabile dal sistema una regola generale in base alla quale quando il fatto illecito è fonte di arricchimento per il danneggiante, costui deve risarcire nella misura dell’arricchimento se superiore a quella del danno inferto.

La ratio dell’istituto, ossia dell’arricchimento mediante fatto ingiusto, sarebbe quella di garantire la funzione preventiva del risarcimento, che altrimenti sarebbe vanificata.

Chi prevede che danneggiando un terzo ricava un guadagno maggiore del danno che infligge, e sa che dovrà restituire solo quest’ultimo, sarà portato a danneggiare, avendone comunque un vantaggio, pur dopo aver corrisposto il risarcimento.

La regola dell’arricchimento mediante fatto ingiusto mira ad evitare questo effetto scoraggiando l’illecito proprio attraverso la previsione di restituire l’intero arricchimento ottenuto.

Il danneggiato è in tal modo svincolato dai limiti dell’art. 2041 c.c., che non avrebbe in tal caso carattere sussidiario proprio per la sua coincidenza con il fatto illecito, o meglio la sua interferenza con esso, cosi che la necessità di risarcire nei limiti dell’arricchimento ricavato è il frutto della combinazione delle due norme.

Questa tesi, sostenuta in sede teorica, è però inadeguata al caso de quo, ed in generale lo è anche rispetto al danno aquiliano in genere.

L’insieme delle norme che si sono viste sopra – e come forse più chiaramente si deduce dall’art. 125, comma 3 codice della proprietà industriale, che riconosce al titolare del diritto leso la restituzione degli utili realizzati dall’usurpatore- manifesta un principio diverso da quello, cosi ampio e generale, sopra riferito; ossia manifesta il principio che il profitto dell’autore dell’illecito rileva, nella determinazione del rimedio, quando è realizzato sfruttando indebitamente un diritto altrui, di natura proprietaria o che consente al titolare il godimento e lo sfruttamento del bene, indebitamente sottratto (lo sfruttamento) dal terzo per suo personale profitto.

In sostanza, l’arricchimento è determinante ai fini risarcitori se è frutto di una particolare condotta: quella di sfruttamento indebito di beni o risorse altrui.

In questi casi, infatti, può farsi anche applicazione analogica artt. 1148 c.c., e art. 125, comma 3 codice proprietà industriale.

In ogni altra ipotesi, se si ammettesse rilievo all’arricchimento, il danneggiato lucrerebbe una somma superiore al danno subito.

Ossia, la regola propria dell’illecito civile, secondo cui il risarcimento va commisurato al danno subito dal danneggiato, e non deve essere superiore a questo, potrebbe in ipotesi subire eccezioni quando l’illecito sia connotato dai presupposti propri dell’arricchimento senza causa, che sono, per l’appunto, quelli di una condotta di interferenza nei beni altrui, e di sfruttamento illecito delle loro potenzialità.

Nessuna di queste ipotesi ricorre nel caso trattato dalla pronuncia in commento, nel quale l’arricchimento del gruppo editoriale è consistito nel risparmio realizzato nel non aver sopportato i costi di pubblicazione, ed è un arricchimento che non solo non deriva dallo sfruttamento indebito del diritto altrui, ma è semplicemente insito nell’inadempimento stesso, ossia nella stessa mancata ottemperanza alla sentenza.

 

 

Autore Avv. Luigi Critelli

Powered by: Fweb Group