I FINANZIAMENTI FINO A 25.000 EURO DEL DECRETO LIQUIDITA’ E LA POSSIBILITA’ DI CONFIGURARE I REATI DI CUI AGLI ARTT. 640 BIS O 316 TER C.P.

Il “Decreto Liquidità”

Stante il periodo emergenziale che l’Italia (ed il resto del mondo) sta attraversando, il Governo ha correttamente stabilito di fornire il proprio supporto economico ai cittadini che ne avessero bisogno e, soprattutto, alle aziende ed a tutti quegli enti il cui lavoro è stato bloccato ai fini di tutela della salute e che, per far fronte all’emergenza, hanno avuto la necessità di richiedere dei finanziamenti.

Tali aiuti prevedono, però, non la possibilità di richiedere finanziamenti agevolati direttamente allo Stato o agli Enti Pubblici ma, anzi, la possibilità di richiederli ad enti Privati con la sicurezza che, laddove si verificasse l’impossibilità di far fronte al pagamento delle rate, a quel punto intervenga lo Stato.

Sono, quindi, finanziamenti garantiti dallo Stato.

Come è ormai noto, una delle tipologie di finanziamento introdotte dal c.d. “Decreto Liquidità”, che risponde alle esigenze sopra descritte, è quella che ha ad oggetto i prestiti di un importo non superiore al 25% dell’ammontare dei ricavi del richiedente, così come risultanti dall’ultimo bilancio o dichiarazione fiscale, e comunque non superiore a 25.000,00 Euro, interamente garantiti dal Fondo di Garanzia per le PMI.

La richiesta del finanziamento in oggetto viene avanzata dal legale rappresentante dell’impresa o dal professionista / lavoratore autonomo che, oltre alla compilazione e sottoscrizione del modulo di richiesta, dovrà indicare i ricavi registrati nell’ultimo bilancio depositato o, in caso di costituzione del soggetto beneficiario successiva al 1 gennaio 2019, risultanti da altra documentazione, ivi compresa un’autocertificazione degli stessi.

Con il modulo di richiesta il soggetto richiedente dichiara altresì, tra le altre cose:

  • di non essere destinatario di provvedimenti giudiziari che applicano le sanzioni amministrative di cui al decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, articolo 9, comma 2, lettera d);
  • di non essere incorso in una delle fattispecie di esclusione di un operatore economico dalla partecipazione ad una procedura di appalto o concessione ai sensi dell’articolo 80, commi 1, 2 e 3 del decreto legislativo 18 aprile 2016 n. 50, nei limiti e termini previsti dai commi 10 e 11 del medesimo articolo 80;
  • di impegnarsi a trasmettere al Gestore del Fondo ovvero al soggetto richiedente tutta la documentazione necessaria per effettuare i controlli orientati all’accertamento della veridicità dei dati contenuti nel modulo di richiesta e dell’effettiva destinazione dell’agevolazione del Fondo e di essere a conoscenza che il soggetto richiedente, per le medesime finalità, potrà inviare al Gestore documentazione riguardante i dati andamentali dell’impresa provenienti dalla Centrale Rischi di Banca d’Italia o da altra società privata di gestione di sistemi di informazione creditizia”;
  • “di impegnarsi a consentire, in ogni momento e senza limitazioni, l’effettuazione di controlli, accertamenti documentali ed ispezioni in loco presso le sedi dei medesimi stessi, da parte del Gestore del Fondo”.

In questo caso non viene effettuata, ai fini della concessione della garanzia, la valutazione del merito del credito, anche se non sussiste in capo agli Istituti Bancari, che possono effettuare una propria istruttoria, un obbligo di concessione del finanziamento.

A livello sanzionatorio è stato previsto che la revoca totale o parziale dell’agevolazione comporterà il versamento al Fondo di Garanzia di un importo pari all’aiuto ottenuto, maggiorato delle eventuali e ulteriori sanzioni previste dall’art. 9 del D.Lgs n. 123/1998 (da due a quattro volte l’importo dell’intervento).

Occorre, però, interrogarsi sugli eventuali profili penali connessi alla condotta di colui il quale richieda ed ottenga il finanziamento in forza di dichiarazioni e documentazioni mendaci e/o false. Va da sé, infatti, che il rischio connesso alla richiesta di tali finanziamenti garantiti sia quello -da parte dei richiedenti- di dichiarare falsamente di avere i requisiti necessari per l’accesso alle erogazioni.

 

I reati di cui agli artt. 640 bis e 316 ter C.P.

Le fattispecie che astrattamente potrebbero delinearsi, laddove tali condotte si pongano in essere, sono da una parte quella di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, di cui all’art. 640 bis C.P.; dall’altra quella di cui all’art. 316 ter C.P., indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato.

Tale ultimo reato è, secondo il nostro codice penale, sussidiario rispetto al primo. Ciò significa che essi non possono concorrere (non possono essere entrambi addebitati all’imputato per il medesimo fatto). Anzi, il reato di cui all’art. 316 ter C.P. viene addebitato all’agente solo laddove la condotta di quest’ultimo non rientri altresì nella fattispecie -più grave- della truffa aggravata.

Ed infatti, si legge nel testo dell’art. 316 ter C.P. che “Salvo che il fatto costituisca il reato previsto dall’articolo 640 bis, chiunque mediante l’utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere, ovvero mediante l’omissione di informazioni dovute, consegue indebitamente, per sè o per altri, contributi, finanziamenti, mutui agevolati o altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati dallo Stato, da altri enti pubblici o dalle Comunità europee è punito…”. Ciò a significare che, laddove il fatto rientri nella più grave fattispecie di cui all’art. 640 bis C.P., tale reato non verrà contestato.

La ratio della norma risiede – in ottica repressiva – nella tutela della corretta e leale competizione al fine di ottenere danari pubblici, affinché tale procedura non venga viziata da soggetti che attestano il falso.

Il bene giuridico tutelato dalla norma è, evidentemente, il patrimonio pubblico.

Nello specifico, però, quando chi consegue l’erogazione senza averne diritto commette il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche e non, invece, quello più grave di truffa aggravata?

Occorre analizzare, per semplicità, la fattispecie delittuosa meno grave di cui all’art. 316 ter C.P., essendo anche -stante la modalità di richiesta di tali finanziamenti- quella maggiormente confacente alle possibili condotte dei soggetti richiedenti.

Per l’integrazione di tale reato è sufficiente che il richiedente presenti, unitamente alla richiesta, dichiarazioni o documenti falsi o attestanti cose non vere ovvero ometta informazioni dovute e che da tale condotta derivi, come diretta conseguenza, il conseguimento indebito dell’erogazione del finanziamento.

Con riferimento al requisito oggettivo dell’induzione in errore, poi, occorre precisare che, secondo la ormai pacifica giurisprudenza di legittimità (cfr, ex multis, Cass. Pen. 10231/2006), per integrare la fattispecie di indebita percezione di erogazioni pubbliche di cui all’art. 316 ter C.P., sia sufficiente il semplice utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere ovvero l’omissione di informazioni dovute da cui derivi come conseguenza il conseguimento indebito del finanziamento al quale non si avrebbe diritto.

Non sarebbero necessario, pertanto, andare ad individuare gli specifici requisiti richiesti ai fini dell’integrazione del più grave reato di truffa aggravata e, in particolare, quegli artifici e raggiri che necessariamente devono sussistere per dirsi commessa la condotta delittuosa.

Tale fattispecie, peraltro, si è sostenuto sia integrata ogni qualvolta la documentazione non rispondente al vero abbia superato (o sia potenzialmente idonea a superare) gli specifici ed attenti controlli da parte dell’autorità: ciò significa, quindi, che se ci sono voluti controlli approfonditi per scoprire il reato, logica conseguenza ne è che vi siano senza dubbio stati quegli artifici e raggiri che connotano la truffa aggravata e confermano, quindi, l’esistenza di una qualche induzione in errore. In questo caso, l’imputazione corretta sarebbe quella di cui all’art. 640 bis C.P..

Parrebbe, quindi, che il reato di cui all’art. 316 ter C.P. sia integrato a prescindere sia dalla induzione in errore sia dal verificarsi di un danno patrimoniale, elementi questi che, invece, caratterizzano il più grave delitto di truffa aggravata.

 

Conclusioni

Non sfugge però come entrambe le norme di cui abbiamo finora discusso facciano espresso riferimento ai concetti di “concessione” o “erogazione” dei finanziamenti da parte dello Stato; occorrerà dunque interrogarsi sulla differenza tra questi concetti e quello di garanzia del finanziamento, al fine di appurare se, ai fini dell’imputazione penale, essi rilevino ugualmente.

Un conto, infatti, è richiedere allo Stato l’erogazione di un finanziamento attraverso una condotta delittuosa. Altro è chiederne la garanzia, ma indirizzare la condotta delittuosa nei confronti di enti privati.

Occorre altresì evidenziare il fatto che, sebbene le garanzie previste dal “Decreto Liquidità” siano qualificate come “aiuto di Stato” ai sensi dell’art. 87 del Trattato dell’Unione Europea, secondo cui “sono incompatibili con il mercato  comune,  nella  misura  in  cui  incidano  sugli  scambi tra Stati membri, gli  aiuti  concessi  dagli  Stati,  ovvero  mediante risorse statali, sotto qualsiasi  forma  che,  favorendo  talune  imprese  o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza”, l’intervento dello Stato (e dunque il danno per lo stesso conseguente alla condotta di reato) sarebbe successivo ed eventuale, attivandosi in caso di morosità da parte del beneficiario.

I dubbi interpretativi di cui sopra hanno probabilmente indotto i Procuratori della Repubblica presso i Tribunali di Milano e Napoli, Francesco Greco e Giovanni Melillo, a propendere per l’inapplicabilità delle fattispecie delittuose configurate negli artt. 316 ter e 640 bis C.P. alle condotte di percezione indebita di finanziamenti bancari garantiti dallo Stato ed a suggerire conseguentemente al Parlamento di procedere, in sede di conversione in legge del “Decreto Liquidità”, alla modifica delle suddette norme con l’introduzione del riferimento alla garanzia dello Stato al fianco di quello, già presente, relativo all’erogazione da parte dello Stato.

 

Autore Avv. Federico Caporale

 

Autrice Avv. Valentina Dicorato

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