IL MOBBING E’ REATO?

Oltre alla tutela in ambito civile, al verificarsi di determinate circostanze è possibile prevedere una tutela del lavoratore anche in sede penale in caso di soprusi e vessazioni patiti sul posto di lavoro.
Per anni la Giurisprudenza ha ricondotto tali comportamenti nell’alveo delle condotte punite ai sensi dell’art. 572 c.p., adattando la fattispecie dei maltrattamenti in famiglia, ricorrendo ad un concetto allargato di famiglia.

 

Quando si parla di para-familiarità?

E’ stato, in proposito, creato il concetto di “para-familiarità”, che si verifica in caso di sottoposizione di una persona all’autorità di un’altra in un contesto di prossimità permanente, di abitudini di vita (anche lavorativa) e di affidamento, fiducia e aspettative del sottoposto rispetto all’azione di chi ha ed esercita su di lui la posizione di supremazia (Cass. Pen., sez. VI, 28.09.2016, n. 51591). In sostanza, si ravviseranno gli estremi penalmente rilevanti del “mobbing” in tutti i casi di rapporto stretto e, per l’appunto, para-familiare connotato da una soggezione e subordinazione di un soggetto rispetto all’altro, come nel caso di un dipendente nei confronti di un datore di lavoro che gestisca l’azienda con atteggiamento “padronale” (Cass. Pen., sez. VI, 07.06.2018, n. 39920).

 

Oltre i maltrattamenti, nuove forme di tutela

Occorrerà poi distinguere le ipotesi di “abuso dei mezzi di correzione o di disciplina” (art. 571 c.p.), tipiche di quei casi in cui un superiore gerarchico superi i limiti fisiologici connessi a tale potere (ad esempio ricorrendo ad epiteti offensivi, etc..) dalle ipotesi di mobbing ex art. 572 c.p. che ricorreranno in caso di comportamenti del tutto avulsi dal potere di correzione e di disciplina funzionale ad assicurare l’efficacia e la qualità lavorativa.

 

Quando lo stalking si verifica sul posto di lavoro

Ancora, recentemente si è posto il problema di come sanzionare le condotte che esulano dall’ipotesi della para-familiarità, come in caso di assenza di una subordinazione (ad es. condotte verificatesi tra colleghi di pari grado o addirittura da parte di un sottoposto in danno di un superiore gerarchico). Recentemente è stata riconosciuta la sussistenza del reato di atti persecutori (il noto “stalking”), ovviamente a condizione che le condotte persecutorie presentino anche tutte le altre caratteristiche del reato quali l’insorgenza di un grave e perdurante stato di ansia o il cambio di abitudini della persona offesa o il timore per la propria o altrui incolumità (Cass. Pen., sez. V, 14.09.2020, dep. 09.11.2020, n. 31273).

Variegato è quindi il panorama anche in ambito penale per la tutela del lavoratore sul posto di lavoro.

 

Chiara Luciani  Autrice Avv. Chiara Luciani

IL SINISTRO NELLA PISCINA CONDOMINIALE E LA RESPONSABILITA’ DELL’AMMINISTRATORE.

La piscina condominiale.

La piscina condominiale, anche se non espressamente prevista tra i beni comuni dall’art. 1117 c.c. – comprendente alcuni beni in via meramente esemplificativa – è considerata, per la sua destinazione, un bene a servizio di una struttura condominiale e degli abitanti dell’edificio.

Ma di chi è la responsabilità se, durante l’utilizzo della piscina condominiale, si verifica un sinistro, che provochi delle lesioni, anche mortali? Il tema è stato affrontato di recente dalla sentenza della Cassazione del 19 maggio 2021, n. 13595.

La responsabilità in caso di sinistro e la sentenza della Cassazione 19/5/2021 n. 13595.

La sentenza 19/05/2021 n. 13595 prende in esame un sinistro occorso ad una minore rimasta incastrata nel foro ove vi era la pompa di aspirazione, posta sul fondo della piscina condominiale, e successivamente deceduta.

Nei primi due gradi di giudizio è stata affermata la responsabilità sia del Condominio che della società appaltatrice dei lavori di manutenzione ordinaria della piscina, con conseguente condanna al risarcimento danni ai familiari (madre e fratello) della vittima in via paritaria.

A seguito di gravame proposto dalla compagnia assicurativa del Condominio, la Suprema Corte, preliminarmente, ha affrontato il tema della custodia del bene individuando quali soggetti -pubblici o privati- che siano custodi di un bene coloro che:

  • hanno il possesso o la detenzione della cosa, in ragione della relativa disponibilità ed effettiva possibilità di controllo;
  • hanno obblighi di vigilanza, controllo e diligenza;
  • hanno l’onere di adottare tutte le misure idonee a prevenire ed impedire la produzione di danni a terzi, con lo sforzo adeguato alla natura e alla funzione della cosa e alle circostanze del caso concreto.

Nel caso della piscina, custode è certamente l’appaltatore, con riferimento all’appalto -conferito dal Condominio- del servizio continuativo e periodico di manutenzione.

La responsabilità da custodia è però anche configurabile in capo al Condominio.

Lo stesso è infatti un autonomo soggetto di diritto e, pertanto, risponde autonomamente quale custode dei beni e servizi comuni.

L’amministratore di Condominio ha il potere – dovere di provvedere non solo alla gestione e al controllo delle cose comuni, ma anche alla relativa custodia, col conseguente obbligo di vigilare affinché le stesse non rechino danni a terzi o agli stessi condomini.

Potere-dovere che si estende anche alla piscina condominiale, la cui gestione soddisfa esigenze collettive della comunità condominiale.

Lo stesso è inoltre obbligato ad adottare tutte le misure necessarie affinché le cose comuni non rechino pregiudizio, ed è di conseguenza responsabile dei danni derivanti dalle parti comuni dell’edificio e dagli accessori e pertinenze, ivi ricompresa la piscina condominiale.

Peraltro, nel caso in esame, l’amministratore e l’appaltatore erano consapevoli del pericolo rappresentato dalla grata in fondo alla piscina, ma:

– non lo avevano in alcun modo segnalato (ad esempio non era stato apposto alcun cartello o altri sistemi di avvertimento);

– non avevano destinato persone alla sorveglianza della piscina;

– non era stata disposta la chiusura dell’impianto.

Concustodia.

La Suprema Corte precisa che l’obbligo di custodia del Condominio e i corrispondenti poteri dell’amministratore non vengono meno nemmeno qualora siano appaltati a terzi lavori riguardanti le parti comuni dell’edificio condominiale, di norma ricorrendo in tal caso l’ipotesi della concustodia.

Il Condominio non ha pertanto potuto invocare la sola responsabilità della società appaltatrice, sussistendo anche in capo all’Amministratore l’onere di vigilanza e controllo.

 

 

  Autrice Avv. Elisa Macrì

LA TRUFFA TRAMITE “PHISHING”: COME RICONOSCERLA E COME REAGIRE.

Il phishing.

 

Il c.d. “phishing” è un particolare tipo di truffa in cui il truffatore finge di essere un interlocutore affidabile (spesso una banca o un istituto finanziario) per farsi consegnare dati sensibili, finanziari o password. Solitamente essa avviene attraverso comunicazioni email, ma possono anche essere sfruttati post sui social media, banner pubblicitari, sms, messaggi whatsapp o telefonate.

Il meccanismo su cui si basa questo tipo di truffa è però sempre lo stesso:

 

  • la vittima si trova davanti a comunicazioni che – a prima vista – sembrano provenire da un soggetto conosciuto, fidato o comunque affidabile;
  • spesso, tale soggetto finge una situazione di emergenza (ad esempio: “il tuo account sta per essere chiuso” o “il tuo conto bancario è oggetto di un attacco informatico”);
  • viene richiesto alla vittima di rivelare dati che verranno poi utilizzati a suo danno.

 

Come riconoscerlo.

 

Nel mondo moderno riceviamo ogni giorno tantissime comunicazioni. Tra esse, possono nascondersi dei tentativi di truffa. Come possiamo riconoscerli?

Innanzitutto, sviluppando un po’ di sana diffidenza. Allo stesso modo in cui non ci fideremmo di un soggetto che, fermatici per strada, si presentasse come il direttore della nostra banca e ci chiedesse una firma su un documento bancario – dobbiamo imparare a dubitare di comunicazioni NON RICHIESTE da parte di enti che ci invitano a fornire password o dati sensibili (in particolare se finanziari).

Ogni qualvolta si ricevono comunicazioni di questo tipo, è importante fare attenzione ai particolari. E’ bene allertarsi in presenza di alcuni indicatori di rischio, ad esempio:

 

  • la comunicazione contiene degli errori grammaticali o ortografici;

 

  • la grafica è diversa da quella che solitamente contraddistingue le comunicazioni di quell’ente;

 

  • l’indirizzo del mittente (controlliamolo sempre!) non è riconoscibile o non è quello tipico dell’ente (ad esempio, contiene errori o formulazioni diverse da quelle originali).

 

In ogni caso, non clicchiamo su link o non apriamo allegati alle mail in presenza di elementi di sospetto e, più in generale, non forniamo mai nostri dati se la richiesta non deriva da una comunicazione che abbiamo stimolato noi. In caso di dubbio, possiamo sempre chiamare l’ente e controllare che sia stato proprio lui a contattarci.

 

Come reagire.

 

Nel caso fossimo caduti vittima di phishing, rechiamoci subito dalle forze di polizia o in uno studio legale specializzato che sappia assisterci nella predisposizione della querela e, nel caso ci fossero stati rubati dei soldi, nella richiesta di risarcimento. Ricordiamoci che questo tipo di truffa coinvolge sovente di due aspetti, tra loro strettamente correlati.

Il primo, di carattere penale, attiene al reato commesso nei nostri confronti e riguardo al quale si deve presentare denuncia-querela alla Procura della Repubblica.

Il secondo, di carattere civile, attiene invece ai danni patrimoniali da noi subiti. Questo aspetto spesso coinvolge una richiesta di risarcimento all’ente finanziario e si basa sostanzialmente sull’assenza di gravi colpe da parte della vittima. E’ quindi importante mettere in atto tutti gli accorgimenti che sono stati esposti sopra, al fine di non agire incautamente.

Ad ogni modo, ricordiamoci sempre che in caso di truffa è bene muoversi velocemente, al fine di mitigarne le conseguenze dannose.

 

 

nicolo' bussolati  Autore Avv. Nicolò Bussolati

PILLOLE DI DISCIPLINA IN MATERIA DI TRASPARENZA ED ANTI-CORRUZIONE

“Convinti che la corruzione non sia più una questione locale ma un fenomeno transnazionale che colpisce tutte le società e tutte le economie”.
In questi termini la Convenzione di Merida si presentava agli Stati firmatari come modello di legislazione innovativo e pronto per una nuova modalità di lotta alla corruzione, il cui cambio di direzione risiede principalmente nel tentativo di fondare un sistema di regole che puntino più sulla “prevenzione” che sulla “repressione” del fenomeno corruttivo.

Settantuno articoli, quelli che compongono la Convenzione, che hanno fatto da base alla legge 190/2012- poi modificata con dal d.lgs 97/2016- con la quale è stata innovata la legislazione in materia, adattandola alle nuove previsioni internazionali.

Emblematica, a tal fine, la creazione di una figura nuova ed interna alle Pubbliche Amministrazioni (tutte, anche quelle c.d. di secondo grado quali i Collegi e gli Ord0ini Professionali), appositamente istituita per rispondere alle esigenze di prevenzione e trasparenza del filone amministrativo: “Il responsabile per la prevenzione della corruzione e della trasparenza” (RPCT).

I COMPITI DEL RESPONSABILE PER LA PREVENZIONE DELLA CORRUZIONE E DELLA TRASPARENZA

Prima di individuare i compiti posti in capo a tale figura, vale la pena specificare che il RPCT viene nominato tra i dirigenti di ruolo in servizio che, tuttavia, non abbiano incarichi ulteriori (ad esempio, non devono ricoprire il ruolo di “tesoriere”).

La nomina spetta all’organo di indirizzo e non deve riguardare, salvo casi di assoluta eccezione, esperti esterni all’amministrazione di riferimento. I compiti, i poteri e le funzioni di tale figura sono stati rafforzati e meglio individuati dal Decreto Legislativo 97/2016 nell’ottica di meglio integrarla con il c.d. sistema dei piani: quell’insieme, cioè, di adempimenti che determinati soggetti pubblici debbono compiere per rendere evidenti verso l’esterno, ma anche verso l’interno, previsioni, obiettivi e strategie in materia di corruzione e trasparenza.

Il RPCT si occupa – in via esclusiva- di predisporre il Piano triennale per la prevenzione della corruzione e della trasparenza (PTPC) e di sottoporlo all’Organo di indirizzo per la necessaria approvazione. Lo stesso, dunque, dovrà vigilare sul “funzionamento e sull’osservanza del Piano” vagliandone, quindi, la sua efficacia, proponendo all’uopo le modifiche nel caso di mutamenti nell’organizzazione o attività dell’amministrazione stessa. Vengono, inoltre, previsti obblighi “relazionali” poiché il RCPT dovrà redigere la relazione annuale per illustrare i risultati dell’attività svolta relativamente alle misure di prevenzione previste nel PTPC. Esistono ulteriori precisazioni che attengono maggiormente al grande tema del diritto d’accesso- istituto innovato e divenuto di centrale importanza- prevedendo, tra l’altro, il compito di occuparsi dei casi di riesame dell’accesso civico, alle quali deve dare riscontro con provvedimento motivato entro 20 giorni.

Ben si comprende che la figura del RPCT è cruciale in quel processo di maggior “apertura e trasparenza” della P.A. al cittadino. Lo spazio di autonomia e di indipendenza dell’organo lo rendono, dunque, essenziale per quell’immagine riflessa all’esterno della pubblica amministrazione che potrebbe trovare spazio anche nel procedimento sanzionatorio a carico del dipendente (basti ricordare il sistema di sanzioni per danno all’immagine).

RESPONSABILITA’ A CARICO DEL RPCT

L’eventuale fase patologica dell’incarico è strettamente connessa con le risultanze tanto delle indagini interne promosse dall’Autorità Garante, quanto con le risultanze del processo penale eventualmente conseguente alle riscontrate violazioni (se integranti fattispecie di rilevanza penale). Le sanzioni previste quali conseguenza della fase patologica mirano sostanzialmente a limitare gli eventuali effetti che potrebbero ledere l’immagine esterna della pubblica amministrazione, nonché a stabilire le eventuali responsabilità.

Discernere gli eventuali profili di responsabilità dei diversi soggetti del sistema è fondamentale per chiarire le misure previste dall’ordinamento. Se da un lato ci sarà la figura del RPCT, dall’altro ci potrebbero essere profili di colpevolezza relativi ad altri soggetti, a vario titolo coinvolti o aventi responsabilità per l’evento o per la condotta.

Ancora, il responsabile potrebbe essere colpito da una responsabilità indiretta e di riflesso delle azioni o omissioni perpetrate a danno della P.A. da altri dipendenti/organi.

 

Autrice avv. Valentina Dicorato

La responsabilità del consulente in concorso con i reati commessi dal cliente: un recente arresto della cassazione sul sequestro preventivo operato nei confronti del PROFESSIONISTA.

Con la sentenza n. 25022 del 3 settembre 2020 relativa ad un procedimento cautelare per sequestro preventivo, la Cassazione torna a pronunciarsi sui criteri di allocazione della responsabilità penale nei confronti del consulente per reati commessi dall’assistito.

Con la sentenza n. 25022 del 2020 (Cass. pen., Sez. II, Sent. n. 25022 del 3 settembre 2020, ud. 13 luglio 2020, Presidente Gallo, Relatore Imperiali), la Cassazione torna a pronunciarsi sui criteri di allocazione della responsabilità penale nei confronti del consulente per reati commessi dall’assistito.
Il tema appare di particolare delicatezza, posta la funzione di discrimine tra consulenza lecita e aiuto penalmente rilevante da parte del consulente, in specie per la consulenza in materia tributaria, fallimentare e più latamente aziendale.

La recentissima pronuncia della Corte di cassazione si sofferma specificatamente sull’ammissibilità del sequestro preventivo operato direttamente nei confronti del consulente, inserendosi nell’alveo di una serie di arresti giurisprudenziali in tema che, con l’occasione, appare utile richiamare.

La giurisprudenza sul concorso del consulente fiscale negli illeciti tributari del cliente.

Di particolare importanza appare la giurisprudenza sviluppata dalla Corte di cassazione con riguardo alla partecipazione penalmente rilevante del consulente fiscale negli illeciti tributari commessi in via principale dal suo assistito. Sul punto, si ricorda che la legge sui reati tributari ha tipizzato il concorso del consulente in forma di circostanza aggravante (D.Lgs. 74/2000, art. 13bis: “le pene stabilite per i delitti di cui al titolo II sono aumentate della metà se il reato è commesso nell’esercizio dell’attività di consulenza fiscale svolta da un professionista o da un intermediario finanziario o bancario attraverso l’elaborazione o la commercializzazione di modelli di evasione fiscale”). A riguardo dell’elemento soggettivo del reato, è richiesta in capo al commercialista la coscienza e la volontà di partecipare al reato dell’assistito (Cass. n. 1999/2018). Tuttavia, la Cassazione ha ritenuto che anche la forma “eventuale” del dolo (conoscenza e accettazione di un rischio di realizzazione del reato) sia sufficiente ad integrare la responsabilità del consulente, soprattutto in presenza di anomalie nella contabilità del cliente che, appunto, dovrebbero ingenerare nel commercialista la consapevolezza del rischio di commissione di illeciti tributari (Cass. n. 28158/2019). In relazione all’attività materiale richiesta – sebbene la Corte si sia recentemente espressa in maniera stringente, rilevando come, al fine di fondare una responsabilità concorsuale, il contributo dato alla commissione dell’illecito da parte del consulente debba essere “concreto, consapevole, seriale e ripetitivo”, e tale da renderlo “consapevole e cosciente ispiratore della frode” (Cass. n. 36461/2019) – la giurisprudenza formatasi sul punto ha più volte ribadito come il commercialista possa concorrere nel reato tributario anche laddove il beneficio dell’attività fraudolenta sia percepito dal solo assistito e l’attività del consulente – sebbene in stretta collaborazione con il cliente – sia limitata ad offrire il mezzo tecnico attraverso cui commettere il reato (si veda, in tema di emissione di: fatture false – Cass. n. 28341/2001; indebita compensazione – Cass. n. 1999/2017, n. 24166/2011; dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti – Cass. n. 7384/2018, n. 39873/2013).

Il concorso nei reati fallimentari.

E’ parimenti ritenuto ammissibile il concorso nel reato di bancarotta fraudolenta da parte del consulente – estraneo alla compagine della società fallita – che assuma un contegno idoneo a pregiudicare gli interessi del ceto creditorio. A livello generale, è in tal caso richiesto che il consulente fornisca un ausilio agevolatore della produzione dell’evento illecito con la consapevolezza e la volontà di aiutare l’imprenditore in dissesto a frustrare gli adempimenti predisposti dalla legge a tutela dei creditori dell’impresa (ex plurimis, Cass. n. 27367/2011).

A particolare riguardo dell’ipotesi di bancarotta fraudolenta per distrazione (ossia con il depauperamento del patrimonio sociale ai danni della classe creditoria), la giurisprudenza di legittimita’ ha chiarito che il soggetto esterno alla società puo’ concorrere nel reato dell’imprenditore anche senza necessità di un previo accordo o, perfino, una specifica conoscenza della situazione di dissesto della società (Cass. n. 39387/2012).

Anche in relazione alla partecipazione a reati fallimentari, pertanto, appare emergere una problematica di “confine” nell’offerta dell’ausilio tecnico proprio della funzione consulenziale, in particolare laddove tale ausilio – sebbene formalmente tipico della funzione di consulenza – venga poi sfruttato dall’assistito per la commissione di un reato.

Forse in maniera più precisa di quanto sviluppato dalla giurisprudenza in materia di concorso nei reati tributari, la Cassazione ha qui chiarito che, in assenza di un diretto coinvolgimento nella concreta attuazione dello schema fraudolento, i limiti del contributo penalmente rilevante devono essere trovati nell’attività consulenziale che, esorbitando l’ordinaria consulenza legale o fiscale, si traduca in una vera e propria “ideazione” o “programmazione” del reato (ex plurimis, Cass. 19545/2010).

Il sequestro preventivo operato direttamente nei confronti del consulente.

La Corte di cassazione, con sentenza del 3 settembre ultimo scorso relativa ad un procedimento per truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche ex art. 640 bis c.p., è quindi recentemente tornata sul tema del contributo concorsuale del professionista, pronunciandosi sull’ammissibilità del sequestro preventivo nei confronti del consulente aziendale dell’autore principale dei fatti.

In tale pronuncia, la Corte identifica espressamente i requisiti caratterizzanti la soglia minima di rilevanza del contributo consulenziale nella “strettissima solidarietà, sul piano materiale e morale” con l’autore principale del reato. Tale criterio, tuttavia, appare eccessivamente vago, e atto a comprendere attività “ordinarie” di consulenza anche qualora prive di quel quid ideativo o programmativo richiesto negli arresti giurisprudenziali sopra analizzati.

Nel caso di specie, la Corte rileva come il consulente non si sarebbe limitato a svolgere mera attività di consulenza aziendale finalizzata all’ottenimento di finanziamenti ed agevolazioni pubbliche, ma avrebbe per converso prestato una consapevole partecipazione ai reati di truffa. Elementi sintomatici di tale partecipazione sarebbero state alcune movimentazioni di denaro tra i due correi, tali da rivelare una compartecipazione del consulente all’ingiusto profitto acquisito, e la diretta presentazione da parte dello stesso, con procedura online, delle istanze per il conseguimento di finanziamenti.

Se è pacifico che la posizione concorsuale possa fondare presupposto sufficiente per un sequestro probatorio, la questione appare di particolare rilevanza con riguardo a quei reati – come quelli tributari – per i quali è prevista la possibilità di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente (ossia di beni per un valore equivalente all’accertato profitto criminoso). In tal caso, la giurisprudenza appare univoca nel ritenere che il sequestro per equivalente possa interessare indifferentemente ciascuno dei concorrenti nel reato fiscale, anche per l’intera entità del profitto accertato e in misura superiore alla quota astrattamente riferibile al singolo indagato (ex multis, Cass. 4195/2017), creando pertanto il rischio per il consulente di vedersi sequestrare e confiscare beni pari all’intero profitto illecito possibilmente realizzato dal suo assistito.

 

 

nicolo' bussolati Autore Avv. Nicolò Bussolati

 

In caso di esito positivo della messa alla prova è illegittima la confisca del veicolo per il reato di guida in stato di ebbrezza.

La questione

Con la sentenza n. 75/2020 la Corte Costituzionale ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale dell’art. 224-ter, comma 6, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (nuovo Codice della Strada), nella parte in cui prevede che il prefetto verifica la sussistenza delle condizioni di legge per l’applicazione della sanzione amministrativa accessoria della confisca del veicolo, anziché disporne la restituzione all’avente diritto, in caso di estinzione del reato di guida sotto l’influenza dell’alcool per esito positivo della messa alla prova”.

La questione, ritenuta fondata dalla Corte, traeva le mosse dalla notevole differenza di trattamento, in tema di confisca del veicolo, tra chi, accusato del reato di guida in stato di ebbrezza, chiedeva la sostituzione della pena detentiva e pecuniaria prevista dall’art. 186 C.d.S. con quella del Lavoro di Pubblica Utilità, “consistente nella prestazione di un’attività non retribuita a favore della collettività da svolgere, in via prioritaria, nel campo della sicurezza e dell’educazione stradale presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni o presso enti o organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato, o presso i centri specializzati di lotta alle dipendenze” e chi, invece, davanti alla medesima contestazione, chiedeva la sospensione del processo con messa alla prova, la cui concessione è, ai sensi dell’art. 168-bis C.P., “subordinata alla prestazione di lavoro di pubblica utilità”.

Il ricorso dell’imputato al secondo istituto – tendenzialmente motivato dall’impossibilità di accedere al primo per i motivi ostativi citati dall’art. 186 C.d.S. (l’aver provocato un incidente stradale e/o l’aver già usufruito dei Lavori di Pubblica Utilità) – comporta(va) conseguenze maggiormente pregiudizievoli per lo stesso in merito all’applicazione delle sanzioni amministrative accessorie della sospensione della patente e della confisca del veicolo.

Mentre, infatti, in caso di svolgimento positivo del Lavoro di Pubblica Utilità, il giudice dichiara estinto il reato, disponendo la riduzione alla metà della sanzione della sospensione della patente e la revoca della confisca del veicolo sequestrato, ai sensi dell’art. 168-ter C.P. l’esito positivo della messa alla prova, pur estinguendo anch’esso il reato per cui si procede, “non pregiudica l’applicazione delle sanzioni amministrative accessorie”.

Ai sensi del previgente testo dell’art. 224-ter C.d.S., in caso di estinzione del reato il potere di verifica in merito alla sussistenza o meno delle condizioni di legge per l’applicazione delle sanzioni amministrative  accessorie passava, quindi, dal giudice penale al prefetto.

Con la sentenza in commento, il “Giudice delle Leggi” ha aderito alla prospettazione secondo cui appariva manifestamente irragionevole che, in caso di estinzione del reato per svolgimento positivo dei Lavori di Pubblica Utilità, il giudice dovesse obbligatoriamente revocare la confisca del veicolo mentre, viceversa, in caso di estinzione del reato per esito positivo della messa alla prova, egli dovesse trasmettere gli atti al prefetto, affinché quest’ultimo disponesse la confisca in caso di sussistenza delle condizioni di legge.

In pratica, all’esito (positivo) di prestazioni analoghe ed a fronte della medesima conseguenza dell’estinzione del reato, potevano corrispondere esiti totalmente opposti in merito alla confisca del veicolo. Non solo ma, come rilevato dalla Corte, un eventuale provvedimento negativo (la confisca) conseguiva all’esito di “una misura più articolata ed impegnativa dell’altra”, ossia la messa alla prova.

 

I dubbi irrisolti

Sebbene la Corte Costituzionale abbia limitato il proprio intervento ad un “microsistema” creato all’interno del Codice della Strada in merito al reato di guida in stato di ebbrezza, sottolineando espressamente la mancata interferenza con detto sistema della già citata disposizione dell’art. 168-ter C.P., secondo cui l’estinzione del reato per esito positivo della messa alla prova non pregiudica l’applicazione delle sanzioni amministrative accessorie, è logico interrogarsi sulla coerenza e ragionevolezza del quadro normativo delineato dalla sentenza n. 75/2020.

Innanzitutto, la coerenza del “microsistema” dovrebbe portare ad analoga pronuncia di illegittimità costituzionale dell’art. 224-ter, comma 6, C.d.S. in relazione al reato di guida in stato di alterazione psico-fisica per uso di sostanze stupefacenti, per il quale è altresì prevista, ai sensi del comma 8-bis dell’art. 187 C.d.S., la possibilità di chiedere la sostituzione delle pene con i Lavori di Pubblica Utilità (oltre che la possibilità di chiedere la messa alla prova).

Con il sistema delineato dalla Corte Costituzionale si avranno poi, sempre in tema di confisca del veicolo, conseguenze opposte all’esito delle messe alla prova richieste per i reati di guida sotto l’influenza dell’alcool (o, nel caso di nuova pronuncia di incostituzionalità, in stato di alterazione psico-fisica per uso di sostanze stupefacenti) rispetto a quelle richieste per tutti gli altri reati (diversi da quelli previsti dal Codice della Strada) per la cui commissione è stato utilizzato un veicolo (fattispecie per la quale, ai sensi del nuovo comma dell’art. 213 C.d.S., “è sempre disposta la confisca del veicolo”).

 

Conclusioni

Occorrerà pertanto attendere le eventuali future eccezioni di legittimità costituzionale delle norme relative alla sopravvivenza delle sanzioni amministrative accessorie all’estinzione dei reati per esito positivo della messa alla prova onde comprendere come la Corte Costituzionale saprà motivare la ragionevolezza o l’irragionevolezza dei differenti trattamenti riservati a coloro i quali accederanno a tale istituto.

 

Autore Avv. Federico Caporale

I FINANZIAMENTI FINO A 25.000 EURO DEL DECRETO LIQUIDITA’ E LA POSSIBILITA’ DI CONFIGURARE I REATI DI CUI AGLI ARTT. 640 BIS O 316 TER C.P.

Il “Decreto Liquidità”

Stante il periodo emergenziale che l’Italia (ed il resto del mondo) sta attraversando, il Governo ha correttamente stabilito di fornire il proprio supporto economico ai cittadini che ne avessero bisogno e, soprattutto, alle aziende ed a tutti quegli enti il cui lavoro è stato bloccato ai fini di tutela della salute e che, per far fronte all’emergenza, hanno avuto la necessità di richiedere dei finanziamenti.

Tali aiuti prevedono, però, non la possibilità di richiedere finanziamenti agevolati direttamente allo Stato o agli Enti Pubblici ma, anzi, la possibilità di richiederli ad enti Privati con la sicurezza che, laddove si verificasse l’impossibilità di far fronte al pagamento delle rate, a quel punto intervenga lo Stato.

Sono, quindi, finanziamenti garantiti dallo Stato.

Come è ormai noto, una delle tipologie di finanziamento introdotte dal c.d. “Decreto Liquidità”, che risponde alle esigenze sopra descritte, è quella che ha ad oggetto i prestiti di un importo non superiore al 25% dell’ammontare dei ricavi del richiedente, così come risultanti dall’ultimo bilancio o dichiarazione fiscale, e comunque non superiore a 25.000,00 Euro, interamente garantiti dal Fondo di Garanzia per le PMI.

La richiesta del finanziamento in oggetto viene avanzata dal legale rappresentante dell’impresa o dal professionista / lavoratore autonomo che, oltre alla compilazione e sottoscrizione del modulo di richiesta, dovrà indicare i ricavi registrati nell’ultimo bilancio depositato o, in caso di costituzione del soggetto beneficiario successiva al 1 gennaio 2019, risultanti da altra documentazione, ivi compresa un’autocertificazione degli stessi.

Con il modulo di richiesta il soggetto richiedente dichiara altresì, tra le altre cose:

  • di non essere destinatario di provvedimenti giudiziari che applicano le sanzioni amministrative di cui al decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, articolo 9, comma 2, lettera d);
  • di non essere incorso in una delle fattispecie di esclusione di un operatore economico dalla partecipazione ad una procedura di appalto o concessione ai sensi dell’articolo 80, commi 1, 2 e 3 del decreto legislativo 18 aprile 2016 n. 50, nei limiti e termini previsti dai commi 10 e 11 del medesimo articolo 80;
  • di impegnarsi a trasmettere al Gestore del Fondo ovvero al soggetto richiedente tutta la documentazione necessaria per effettuare i controlli orientati all’accertamento della veridicità dei dati contenuti nel modulo di richiesta e dell’effettiva destinazione dell’agevolazione del Fondo e di essere a conoscenza che il soggetto richiedente, per le medesime finalità, potrà inviare al Gestore documentazione riguardante i dati andamentali dell’impresa provenienti dalla Centrale Rischi di Banca d’Italia o da altra società privata di gestione di sistemi di informazione creditizia”;
  • “di impegnarsi a consentire, in ogni momento e senza limitazioni, l’effettuazione di controlli, accertamenti documentali ed ispezioni in loco presso le sedi dei medesimi stessi, da parte del Gestore del Fondo”.

In questo caso non viene effettuata, ai fini della concessione della garanzia, la valutazione del merito del credito, anche se non sussiste in capo agli Istituti Bancari, che possono effettuare una propria istruttoria, un obbligo di concessione del finanziamento.

A livello sanzionatorio è stato previsto che la revoca totale o parziale dell’agevolazione comporterà il versamento al Fondo di Garanzia di un importo pari all’aiuto ottenuto, maggiorato delle eventuali e ulteriori sanzioni previste dall’art. 9 del D.Lgs n. 123/1998 (da due a quattro volte l’importo dell’intervento).

Occorre, però, interrogarsi sugli eventuali profili penali connessi alla condotta di colui il quale richieda ed ottenga il finanziamento in forza di dichiarazioni e documentazioni mendaci e/o false. Va da sé, infatti, che il rischio connesso alla richiesta di tali finanziamenti garantiti sia quello -da parte dei richiedenti- di dichiarare falsamente di avere i requisiti necessari per l’accesso alle erogazioni.

 

I reati di cui agli artt. 640 bis e 316 ter C.P.

Le fattispecie che astrattamente potrebbero delinearsi, laddove tali condotte si pongano in essere, sono da una parte quella di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, di cui all’art. 640 bis C.P.; dall’altra quella di cui all’art. 316 ter C.P., indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato.

Tale ultimo reato è, secondo il nostro codice penale, sussidiario rispetto al primo. Ciò significa che essi non possono concorrere (non possono essere entrambi addebitati all’imputato per il medesimo fatto). Anzi, il reato di cui all’art. 316 ter C.P. viene addebitato all’agente solo laddove la condotta di quest’ultimo non rientri altresì nella fattispecie -più grave- della truffa aggravata.

Ed infatti, si legge nel testo dell’art. 316 ter C.P. che “Salvo che il fatto costituisca il reato previsto dall’articolo 640 bis, chiunque mediante l’utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere, ovvero mediante l’omissione di informazioni dovute, consegue indebitamente, per sè o per altri, contributi, finanziamenti, mutui agevolati o altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati dallo Stato, da altri enti pubblici o dalle Comunità europee è punito…”. Ciò a significare che, laddove il fatto rientri nella più grave fattispecie di cui all’art. 640 bis C.P., tale reato non verrà contestato.

La ratio della norma risiede – in ottica repressiva – nella tutela della corretta e leale competizione al fine di ottenere danari pubblici, affinché tale procedura non venga viziata da soggetti che attestano il falso.

Il bene giuridico tutelato dalla norma è, evidentemente, il patrimonio pubblico.

Nello specifico, però, quando chi consegue l’erogazione senza averne diritto commette il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche e non, invece, quello più grave di truffa aggravata?

Occorre analizzare, per semplicità, la fattispecie delittuosa meno grave di cui all’art. 316 ter C.P., essendo anche -stante la modalità di richiesta di tali finanziamenti- quella maggiormente confacente alle possibili condotte dei soggetti richiedenti.

Per l’integrazione di tale reato è sufficiente che il richiedente presenti, unitamente alla richiesta, dichiarazioni o documenti falsi o attestanti cose non vere ovvero ometta informazioni dovute e che da tale condotta derivi, come diretta conseguenza, il conseguimento indebito dell’erogazione del finanziamento.

Con riferimento al requisito oggettivo dell’induzione in errore, poi, occorre precisare che, secondo la ormai pacifica giurisprudenza di legittimità (cfr, ex multis, Cass. Pen. 10231/2006), per integrare la fattispecie di indebita percezione di erogazioni pubbliche di cui all’art. 316 ter C.P., sia sufficiente il semplice utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere ovvero l’omissione di informazioni dovute da cui derivi come conseguenza il conseguimento indebito del finanziamento al quale non si avrebbe diritto.

Non sarebbero necessario, pertanto, andare ad individuare gli specifici requisiti richiesti ai fini dell’integrazione del più grave reato di truffa aggravata e, in particolare, quegli artifici e raggiri che necessariamente devono sussistere per dirsi commessa la condotta delittuosa.

Tale fattispecie, peraltro, si è sostenuto sia integrata ogni qualvolta la documentazione non rispondente al vero abbia superato (o sia potenzialmente idonea a superare) gli specifici ed attenti controlli da parte dell’autorità: ciò significa, quindi, che se ci sono voluti controlli approfonditi per scoprire il reato, logica conseguenza ne è che vi siano senza dubbio stati quegli artifici e raggiri che connotano la truffa aggravata e confermano, quindi, l’esistenza di una qualche induzione in errore. In questo caso, l’imputazione corretta sarebbe quella di cui all’art. 640 bis C.P..

Parrebbe, quindi, che il reato di cui all’art. 316 ter C.P. sia integrato a prescindere sia dalla induzione in errore sia dal verificarsi di un danno patrimoniale, elementi questi che, invece, caratterizzano il più grave delitto di truffa aggravata.

 

Conclusioni

Non sfugge però come entrambe le norme di cui abbiamo finora discusso facciano espresso riferimento ai concetti di “concessione” o “erogazione” dei finanziamenti da parte dello Stato; occorrerà dunque interrogarsi sulla differenza tra questi concetti e quello di garanzia del finanziamento, al fine di appurare se, ai fini dell’imputazione penale, essi rilevino ugualmente.

Un conto, infatti, è richiedere allo Stato l’erogazione di un finanziamento attraverso una condotta delittuosa. Altro è chiederne la garanzia, ma indirizzare la condotta delittuosa nei confronti di enti privati.

Occorre altresì evidenziare il fatto che, sebbene le garanzie previste dal “Decreto Liquidità” siano qualificate come “aiuto di Stato” ai sensi dell’art. 87 del Trattato dell’Unione Europea, secondo cui “sono incompatibili con il mercato  comune,  nella  misura  in  cui  incidano  sugli  scambi tra Stati membri, gli  aiuti  concessi  dagli  Stati,  ovvero  mediante risorse statali, sotto qualsiasi  forma  che,  favorendo  talune  imprese  o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza”, l’intervento dello Stato (e dunque il danno per lo stesso conseguente alla condotta di reato) sarebbe successivo ed eventuale, attivandosi in caso di morosità da parte del beneficiario.

I dubbi interpretativi di cui sopra hanno probabilmente indotto i Procuratori della Repubblica presso i Tribunali di Milano e Napoli, Francesco Greco e Giovanni Melillo, a propendere per l’inapplicabilità delle fattispecie delittuose configurate negli artt. 316 ter e 640 bis C.P. alle condotte di percezione indebita di finanziamenti bancari garantiti dallo Stato ed a suggerire conseguentemente al Parlamento di procedere, in sede di conversione in legge del “Decreto Liquidità”, alla modifica delle suddette norme con l’introduzione del riferimento alla garanzia dello Stato al fianco di quello, già presente, relativo all’erogazione da parte dello Stato.

 

Autore Avv. Federico Caporale

 

Autrice Avv. Valentina Dicorato

Sblocca Italia – parte prima: cosa si potrà fare dal 4 maggio.

In data di ieri 26 aprile è stato pubblicato il nuovo DPCM in vista della progressiva ed iniziale apertura del 4 maggio, data che era stata da ultimo prevista per la fine del lockdown.

Vediamo, quindi, quale sarà il panorama che ci attende dal 4 maggio, tenendo già a mente che, come specifica il DPCM, le misure ora varate restano in vigore fino al 17 maggio e che quindi per tutto quanto non disciplinato si dovrà attendere un nuovo provvedimento (con riferimento quindi alle limitazioni ancora in vigore ed alle riaperture al momento differite).

L’idea che traspare è quella di un “periodo cuscinetto” per sondare gli effetti delle prime riaperture confidando al contempo di essere nelle condizioni di riuscire a contenere eventuali picchi di contagio che purtroppo rappresentano ancora un pericolo concreto.

Andiamo quindi a vedere cosa prevedono i singoli articoli del DPCM.

 

Art. 1 – Misure urgenti di contenimento del contagio sull’intero territorio nazionale.

La norma affronta la questione più spinosa delle attività consentite e di quelle ancora vietate, che così si può riassumere:

A)- SI agli SPOSTAMENTI PER COMPROVATE ESIGENZE DI LAVORO, NECESSITÀ, MOTIVI DI SALUTE. La novità è che tra le necessità sono state previste le VISITE AI CONGIUNTI pur con divieto di assembramento, rispetto del distanziamento interpersonale e utilizzo di protezioni per le vie respiratorie. Questa novità è comunque solo consentita all’interno dei confini regionali, perché resta fermo il divieto di spostamenti tra regioni se non per lavoro, assoluta urgenza o motivi di salute (e quindi non per le visite ai congiunti al di fuori della Regione). È consentito il rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza;

B)- OBBLIGO PERMANENZA IN CASA per chi ha sintomi da infezione respiratoria e temperatura superiore a 37,5 °C, con obbligo di notiziare il medico curante;

C)- OBBLIGO ASSOLUTO DI PERMANENZA IN CASA per soggetti sottoposti a quarantena o risultati positivi al virus;

D)- DIVIETO DI ASSEMBRAMENTO IN LUOGHI PUBBLICI E PRIVATI, con facoltà per i Sindaci di chiudere specifiche aree ove non sia possibile assicurare il rispetto di tale divieto;

E)- PARCHI, VILLE E GIARDINI PUBBLICI: accesso consentito ma sempre rispettando il divieto di assembramento e la distanza interpersonale di un metro. Chiusura delle aree gioco per i bambini;

F)- NO ATTIVITA’ LUDICA O RICREATIVA ALL’APERTO. ATTIVITA’ SPORTIVA o MOTORIA: se INDIVIDUALE (o con accompagnatore per minori e persone non autosufficienti) è consentita nel rispetto della distanza interpersonale di due metri per l’attività sportiva e un metro per l’attività motoria. Si attendono direttive di CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano), CIP (Comitato Italiano Paralimpico) e altre federazioni sportive per individuare le discipline riconosciute di interesse nazionale con riferimento alle quali le sessioni di allenamento di atleti potranno essere consentite comunque solo a livello individuale e in spazi chiusi;

G)- NO EVENTI e COMPETIZIONI SPORTIVE in luoghi pubblici o privati.

H)- CHIUSURA IMPIANTI SCIISTICI;

I)- NO MANIFESTAZIONI ORGANIZZATE, EVENTI e SPETTACOLI CON PRESENZA DEL PUBBLICO (compresi quelli di carattere culturale, ludico, sportivo, religioso e fieristico) SIA IN LUOGO PUBBLICO SIA IN LUOGO PRIVATO. È fatto espresso divieto anche di organizzare feste pubbliche o private nelle abitazioni private. Ne discende la sospensione di attività per cinema, teatri, pub, scuole di ballo, sale giochi, sale scommesse, sale bingo. Per i LUOGHI DI CULTO l’apertura sarà comunque condizionata al rispetto del divieto di assembramento e del mantenimento del distanziamento interpersonale di almeno un metro. Cerimonie civili e religiose sospese, unica eccezione le CERIMONIE FUNEBRI (da celebrarsi preferibilmente all’aperto e con numero massimo 15 presenti, obbligo di mascherina e rispetto della distanza interpersonale di almeno un metro);

J)- CHIUSI MUSEI, ISTITUTI e LUOGHI DI CULTURA;

K)- SCUOLE: RESTANO CHIUSE per ogni ordine e grado (compresa Università, Università per anziani, conservatori, master, corsi professionali, etc..) ferma la prosecuzione dell’ATTIVITA’ DIDATTICA DA REMOTO. Eccezioni sono previste per i corsi di formazione in ambito medico e sanitario;

L)- NO VIAGGI DI ISTRUZIONE, INIZIATIVE DI SCAMBIO o GEMELLAGGIO, VISITE GUIDATE e USCITE DIDATTICHE programmate dalle Istituzioni scolastiche;

M)- Onere dei dirigenti scolastici di attivare modalità di didattica a distanza anche con attenzione a studenti con disabilità;

N)- Lezioni a distanza anche per Università e Istituzioni di alta formazione artistica, musicale e coreutica, con possibilità, ove necessario, di utilizzo di laboratori e biblioteche nel rispetto delle disposizioni anti-contagio ed evitando ogni forma di aggregazione. Verifiche ed esami possono essere svolti da remoto;

O)- Per quanto concerne gli enti di cui alla lettera precedente, è garantito il recupero delle attività laddove non sia possibile lo svolgimento da remoto, tenuto anche conto degli studenti con disabilità;

P)- Possibilità per le amministrazioni di appartenenza di disciplinare le modalità didattiche ed organizzative dei corsi di formazione per il personale delle Forze dell’Ordine, con specifiche previsioni in proposito in ordine alle prove svolte ed al conteggio delle presenze;

Q)- SOSPENSIONE DELLE PROCEDURE CONCORSUALI PRIVATE, ad eccezione di quelle valutate unicamente per titoli o con modalità a distanza. Per le PROCEDURE CONCORSUALI PUBBLICHE resta ferma la sospensione per 60 giorni prevista dal Decreto Cura Italia, fatta eccezione dei casi in cui la valutazione dei candidati fosse già ultimata o possa avvenire con modalità da remoto;

R)- NO CONGEDI ORDINARI per il PERSONALE SANITARIO E TECNICO, nonché per il personale di attività connesse richieste dalle UNITA’ DI CRISI;

S)- NO CONGRESSI, RIUNIONI, MEETING ed EVENTI SOCIALI PER IL PERSONALE SANITARIO o INCARICATO DI SERVIZI PUBBLICI ESSENZIALI O DI PUBBLICA UTILITA’. Ogni attività convegnistica o congressuale è in ogni caso differita a data successiva al termine di efficacia del presente decreto (quindi a data successiva al 17.05.2020);

T)- MODALITA’ DI COLLEGAMENTO DA REMOTO per le RIUNIONI;

U)- Restano CHIUSI PALESTRE, CENTRI SPORTIVI, PISCINE, CENTRI NATATORI, CENTRI BENESSERE, CENTRI TERMALI, CENTRI CULTURALI, CENTRI SOCIALI, CENTRI RICREATIVI;

V)- SOSPESI ESAMI DI ABILITAZIONE ALLA GUIDA;

W)- NO ACCOMPAGNATORI nelle sale d’attesa di DEA e Pronto Soccorso, salvo specifiche indicazioni del personale sanitario in loco;

X)- LIMITAZIONI VISITE agli ospiti di strutture di ospitalità e lungo degenza, residenze sanitarie assistite (RSA), hospice, strutture riabilitative e residenziali per anziani;

Y)- CONTROLLI SANITARI PER I NUOVI ACCESSI IN ISTITUTI PENITENZIARI E PENALI PER MINORENNI. Sono disciplinati da remoto anche i colloqui con i detenuti e laddove debba procedersi personalmente in ogni caso la distanza da mantenere non potrà essere inferiore a due metri. Sono raccomandate misure alternative alla detenzione e limitati i permessi premio e la semilibertà per contenere uscita e reingresso negli istituti;

Z)- NO ATTIVITA’ COMMERCIALI AL DETTAGLIO, ad eccezione di generi alimentari e di prima necessità (indicati nell’allegato 1), sia di vicinato sia all’interno di centri commerciali. CHIUSI I MERCATI fatta salva la vendita di generi alimentari. Aperte edicole, tabaccai, farmacie e parafarmacie. Ove è consentita l’apertura, occorre in ogni caso sempre mantenere la distanza interpersonale;

AA)- NO ATTIVITA’ DI RISTORAZIONE (bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie) tranne mense e catering contrattuale (garantendo la distanza di almeno un metro). SI CONSEGNE A DOMICILIO e DA ASPORTO (quest’ultima con divieto di consumazione nel locale e di sostare nelle immediate vicinanze degli stessi e ovviamente mantenendo la distanza interpersonale);

BB)- CHIUSI ESERCIZI DI SOMMINISTRAZIONE ALIMENTI E BEVANDE IN STAZIONI FERROVIARIE E LACUSTRI, IN AREE DI SERVIZIO (ad eccezione delle autostrade dove è consentita la vendita di prodotti da asporto da consumarsi all’esterno del locale). Restano APERTI quelli in AEROPORTI e OSPEDALI, sempre nel rispetto delle distanze;

CC)- CHIUSI I SERVIZI ALLA PERSONA (parrucchieri, barbieri, estetisti);

DD)- Nel caso in cui sia consentita l’attività lavorativa, gli esercenti sono tenuti a dilazionare l’ingresso nei locali commerciali e controllare la permanenza per il solo tempo necessario all’acquisto, adottando le misure igienico sanitarie previste;

EE)- Continuano ad operare i SERVIZI BANCARI, FINANZIARI e ASSICURATIVI e le ATTIVITA’ DEL SETTORE AGRICOLO, ZOOTECNICO DI TRASFORMAZIONE AGRO-ALIMENTARE;

FF)- TRASPORTO PUBBLICO LOCALE: la sua disciplina è stata rimessa al Presidente della Regione con indicazione di limitare ai servizi pubblici essenziali e di evitare sovraffollamento e adozione precauzioni per limitare il diffondersi del contagio;

GG)- I datori di lavoro sono invitati a incentivare il LAVORO AGILE;

HH)- Ove non sia possibile, è raccomandata la fruizione di congedi ordinari e ferie, in difetto il ricorso agli ammortizzatori sociali;

II)- Laddove l’attività lavorativa debba essere svolta presso la sede, il datore di lavoro garantisce il rispetto delle norme in materia di prevenzione dal rischio contagio, ivi compresa la sanificazione dei luoghi di lavoro.

 

Art. 2 Misure di contenimento del contagio per lo svolgimento in sicurezza delle attività produttive industriali e commerciali.

È in ogni caso consigliato il ricorso al lavoro agile per le attività lavorative non sospese, con rigorosa adozione, laddove il lavoro agile non fosse applicabile, di protocolli di sicurezza che, se non rispettati, determinano la sanzione della sospensione dell’attività lavorativa fino al ripristino delle condizioni di sicurezza. Per le attività lavorative sospese è comunque ammesso l’accesso ai locali, previa comunicazione al Prefetto, per attività di vigilanza, conservative e di manutenzione, gestione dei pagamenti e attività di pulizia e sanificazione. Sempre previa comunicazione al Prefetto, è consentita la spedizione di beni giacenti in magazzino nonché la ricezione di beni e forniture.

In ogni caso il controllo sul territorio è demandato alla singola Regione che costantemente monitora la situazione dei contagi e può nel caso adottare misure limitative ulteriori.

 

Art. 3 Misure di informazione e prevenzione sull’intero territorio nazionale.

Sono state in questa norma disciplinate alcune indicazioni di massima volte ad una completa informazione in ordine alle modalità ed al rischio di contagio.

In particolare; è stato previsto l’utilizzo per il personale sanitario di dispositivi di sicurezza ed il ricorso a procedure di sanificazione e disinfezione degli ambienti. Interventi di sanificazione, anche ripetuti a cadenza ravvicinata, sono poi previsti per i mezzi di trasporto pubblico.

È prevista poi la messa a disposizione degli utenti nelle pubbliche amministrazioni e nelle aree di accesso alle strutture del servizio sanitario di erogatori di soluzioni disinfettanti per le mani.

Grande importanza è stata data poi alla campagna di informazione, prevedendo che presso scuole, università, uffici pubblici, luoghi aperti al pubblico, luoghi di intenso transito ed esercizi commerciali siano esposte le informative sulle misure igienico sanitarie da adottare.

Il decreto si sofferma poi su alcune precauzioni rimesse al singolo, come la raccomandazione (attenzione, non l’obbligo) rivolta ad anziani, soggetti affetti da malattie croniche o con multimorbilità o con stati di immunodepressione congenita o acquisita di evitare di uscire dalla propria abitazione tranne che per stretta necessità.

Non invece di semplice raccomandazione, ma di vero e proprio obbligo invece si tratta con riferimento all’UTILIZZO DELLE MASCHERINE (più precisamente la norma parla di “protezioni delle vie respiratorie”) che andranno indossate:

  • nei LUOGHI CONFINATI APERTI AL PUBBLICO (inclusi i mezzi di trasporto);
  • in tutte le occasioni in cui non sia possibile mantenere costantemente la distanza interpersonale di un metro.

L’obbligo non vige per i minori al di sotto dei sei anni di età e per soggetti con forme di disabilità tali da renderne l’uso incompatibile.

 

Art. 4 Disposizioni in materia di ingresso in Italia.

Anche l’ingresso sul territorio nazionale non potrà avvenire in maniera indiscriminata, ma sarà soggetto a severi controlli in ordine ai motivi del viaggio, all’indicazione del luogo ove il soggetto dovrà permanere in isolamento fiduciario (per quattordici giorni) ed alla comunicazione del recapito telefonico per eventuali controlli durante la stessa, con obbligo inoltre di comunicazione dell’ingresso in Italia all’ASL competente per i controlli durante l’isolamento fiduciario.

Prima dell’imbarco dovrà essere prelevata la temperatura corporea e potrà essere vietato l’accesso a bordo in caso di sintomi febbrili, fermo restando che il trasporto ovviamente dovrà essere svolto nel rispetto del distanziamento interpersonale e con l’utilizzo di mascherine.

È stato poi ampiamente disciplinato ogni dovere in caso di ingresso in Italia con riguardo alle comunicazioni da farsi all’Asl soprattutto in caso di insorgenza di sintomatologia febbrile.

 

Art. 5 Transiti e soggiorni di breve durata in Italia.

Si è deciso, infine, di disciplinare anche i soggiorni limitati nel tempo in Italia per ragioni lavorative, con ciò dovendosi intendere quelli di durata non superiore a 72 ore (prorogabili per altre 48 ore per specifiche esigenze). Terminato tale periodo la persona dovrà immediatamente lasciare il territorio nazionale o, in difetto, ivi permanere in isolamento volontario per 14 giorni.

 

Art. 6 Disposizioni in materia di navi da crociera e navi di bandiera estera.

I servizi di crociera di navi passeggeri di bandiera italiana sono sospesi.

Per le altre navi passeggeri, è in ogni caso fatto espresso divieto di imbarcare durante la traversata altri passeggeri rispetto a quelli già presenti a bordo. All’atto dello sbarco nei porti italiani, i nominativi verranno comunicati alle ASL competenti del luogo ove verrà svolto l’isolamento fiduciario per 14 giorni o, in alternativa, potrà dagli stessi essere fatta richiesta di trasferimento all’estero (con spese a carico dell’armatore). Laddove il passeggero abbia nazionalità estera o ivi sia residente, il trasferimento all’estero avverrà in ogni caso e comunque a spese dell’armatore.

 

Art. 7 Misure in materia di trasporto pubblico in linea.

Per quanto concerne il trasporto terrestre, marittimo, ferroviario, aereo, lacuale e nelle acque interne, le modalità di esecuzione verranno concordate di concerto con il Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti secondo apposite Linee Guida, alle quali il DPCM rimanda.

 

Art. 8 Ulteriori disposizioni specifiche per la disabilità.

Il Governo ha disposto la riattivazione delle attività di sostegno alla disabilità, demandando a piani elaborati a livello regionale che tengano in ogni caso conto del rispetto dei protocolli in materia di prevenzione dal rischio contagio.

 

Art. 9 Esecuzione e monitoraggio delle misure.

Il rispetto delle disposizioni del DPCM è demandato al Prefetto territorialmente, il quale si avvale delle Forze di Polizia con il possibile concorso dei Vigili del Fuoco e, con riguardo ai luoghi di lavoro, dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro per gli aspetti della sicurezza e dell’Arma dei Carabinieri per la tutela del lavoro.

Laddove ritenuto necessario, è possibile per il Prefetto avvalersi anche delle forze armate, sentiti i competenti comandi territoriali e comunicando la decisione al Presidente della Regione e provincia autonoma.

 

Art. 10 Disposizioni finali.

L’ultima norma disciplina la durata della vigenza della normativa, che sostituirà la precedente dal 4 maggio e fino al 17 maggio (con unica eccezione di alcune disposizioni in materia di lavoro agile che si applicano dal 27 aprile in aggiunta a quanto già in vigore).

Tuttavia, la norma di chiusura assume invece fondamentale rilievo laddove si prevede la facoltà per la singola Regione di prevedere misure di contenimento più restrittive.

 

 

Un nodo irrisolto: chi sono i CONGIUNTI?

Abbiamo visto come una prima apertura alle limitazioni sia l’aver consentito le visite ai congiunti.

Tale disposizione ha, tuttavia, aperto grande dibattito già nell’immediatezza della pubblicazione della norma, per la carenza di definizione di questo concetto.

Due le interpretazioni possibili.

La prima, più stringente, si rifà ai concetti civilistici, ragion per cui in tale concetto agiuridico sarebbero da ricondurre le categorie disciplinate dei parenti, degli affini ed i conviventi more uxorio. Verrebbero, conseguentemente, ad essere esclusi tutti quei legami non formalizzati quantomeno in una convivenza stabile, e quindi i fidanzati anche se di lunga data e non occasionali.

Altra ed opposta interpretazione, invece, potrebbe essere data sulla scorta degli approdi giurisprudenziali che in tema di risarcimento dei danni patiti dal prossimo congiunto, laddove il danno non patrimoniale viene dalle Sezioni Unite riconosciuto anche in favore di terzi che avessero un legame affettivo con la vittima in virtù della particolare relazione e vincolo affettivo, così includendo dunque tra i prossimi congiunti anche il fidanzato stabile (Cass. Pen., S.U., 9556/2002).

Si attendono, quindi, in proposito ulteriori chiarimenti da parte del Governo sul punto.

 

Nuovi obblighi e possibili sanzioni.

 

Oltre ai divieti di allontanarsi dal proprio domicilio per soggetti in quarantena o che abbiano contratto il virus per i quali si rimanda alle considerazioni già affrontate nei precedenti articoli (con possibilità di vedersi contestate anche fattispecie penalmente rilevanti), abbiamo visto come il DPCM abbia introdotto alcuni nuovi obblighi tra i quali, primo tra tutti, l’obbligo di indossare le mascherine in luogo pubblico ovvero in luoghi ove non sia possibile mantenere stabilmente il distanziamento interpersonale e di mantenere la distanza di sicurezza nello svolgimento di alcune attività oggi consentite.

Ma che succede se violo questi obblighi ora specificamente previsti?

Il rischio è di vedersi elevare una sanzione amministrativa pur se non espressamente previsto dal DPCM ma riprendendo il disposto del D.l. 19/2020 (emanato il 25.03 u.s.), dove all’art. 1 viene disposto che “salvo che il fatto costituisca reato, il mancato rispetto delle misure di contenimento di cui all’articolo 1, comma 2, […] è punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 400 a euro 3.000 e non si applicano le sanzioni contravvenzionali previste dall’articolo 650 del codice penale o da ogni altra disposizione di legge attributiva di poteri per ragioni di sanità, di cui all’articolo 3 comma 3. Se il mancato rispetto delle predette misure avviene mediante l’utilizzo di un veicolo le sanzioni sono aumentate fino a un terzo”.

Punto di riferimento dovrà quindi essere l’elenco riportato nel comma 2 dello stesso articolo e la violazione dell’obbligo oggi introdotto (applicabile stante la natura amministrativa e non penale) potrebbe essere fatta rientrare nella lettera ee) che prevede l’adozione di misure per prevenire il rischio epidemiologico, da intendersi anche come dispositivi di protezione individuale tra i quali per l’appunto rientrano le mascherine.

 

In conclusione

Si attendono quindi nel brevissimo periodo chiarimenti da parte di Palazzo Chigi anche tramite le ormai note FAQ e disposizioni da parte delle singole Regioni, che potranno, come visto, imporre delle restrizioni.

Al contempo si attende anche la divulgazione di un nuovo modulo di autodichiarazione che preveda anche l’estensione oggi prevista con riferimento alle visite ai congiunti nonché le cause di spostamento autorizzate.

Le norme emanate ieri rappresentano, quindi, una prima timida apertura con previsione di quello che pare essere un periodo finestra necessario per valutare se questo primo via libera possa costituire base per una ripartenza di più ampio respiro.

DPCM e allegato del 26 aprile 2020

 

Chiara Luciani Autrice Avv. Chiara Luciani

UN LIMITATO VIA LIBERA ALLA COLTIVAZIONE DOMESTICA DI STUPEFACENTI: LA SENTENZA N. 12348/2019 DELLA CORTE DI CASSAZIONE A SEZIONI UNITE

La questione

A quasi un anno dalla famosa pronuncia sulla c.d. “cannabis light” (…e quattro giorni prima della “giornata mondiale della cannabis”), sono state depositate le motivazioni della sentenza con cui le Sezioni Unite della cassazione si sono pronunciate sulla rilevanza penale della coltivazione di piante stupefacenti (Cass. SS.UU. 19 dicembre 2019 n. 12348).

Tale sentenza compone l’ultimo tassello di un lungo cammino giurisprudenziale, segnato da plurimi pronunciamenti della Corte di cassazione e della Corte costituzionale, volto a precisare il bene giuridico tutelato dalla fattispecie prevista dall’art. 73 DPR 309/90 (produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope) e a valutarne gli ambiti di estensione vis-a-vis del principio di offensività (astratta e concreta) del reato.

Più nello specifico, con la sentenza in oggetto, le Sezioni Unite della cassazione sono state chiamate a dirimere un contrasto giurisprudenziale sorto sulla rilevanza penale della coltivazione di piante stupefacenti, in particolare laddove la coltivazione non abbia caratteristiche “agricole” ma sia bensì finalizzata all’autoconsumo, anche qualora le piante non siano ancora giunte a piena maturazione e sviluppo del principio attivo.

I precedenti orientamenti giurisprudenziali

Occorre innanzitutto riassumere i vari indirizzi giurisprudenziali andati a stratificarsi nel tempo, richiamati dalle Sezioni Unite, dal momento che nel sistema italiano i principi enunciati dalla Corte di cassazione hanno una funzione di indirizzo giurisprudenziale, ma i giudici di merito – che sono soggetti solamente alla Legge – non sono tenuti ad aderirvi (come avviene ad esempio negli Stati Uniti con le pronunce della Corte Suprema, che hanno invece un’efficacia vincolante).

Un primo orientamento – maggiormente restrittivo – sottolineava come la coltivazione, sia essa “tecnico-agricola” o “domiciliare”, è attività di per sé illecita, poiché crea un rischio di diffusione nel mercato di sostanza stupefacente. Secondo tale orientamento, non rileverebbe la quantità di principio attivo espresso dalla pianta (anche per non avvenuta maturazione), dovendosi incardinare la rilevanza penale dell’attività di coltivazione nella sola capacità della pianta di giungere a maturazione e di produrre sostanza stupefacente.

Il secondo orientamento maturato sul punto – maggiormente ancorato sul parametro della “efficacia drogante della sostanza”, ossia della sua capacità a produrre effetti psicotropici sugli assuntori (elemento cardine anche della sopracitata sentenza sulla c.d. “cannabis light”) – richiedeva invece, ai fini della rilevanza penale della condotta, il concreto raggiungimento da parte della pianta di un grado di maturazione tale da esprimere efficacia drogante, unito alla capacità della coltivazione di produrre un quantitativo di sostanza stupefacente tale da favorire concretamente la circolazione della droga e l’alimentazione del mercato degli stupefacenti (ossia una coltivazione estesa e non “domestica”).

La coltivazione “domestica”

Discostandosi da una mera adesione acritica ad uno o l’altro orientamento, il ragionamento della Corte principia con il riconoscimento dell’autonomia concettuale dell’attività di coltivazione di sostanze stupefacenti, differenziata dalla semplice detenzione. La coltivazione sarebbe difatti riconducibile alla “attività di fabbricazione illecita di sostanze stupefacenti” a norma dell’art. 28 DPR 309/90. Si valorizzerebbe altresì il dato oggettivo che essa – a differenza della detenzione – è sempre considerata un reato a prescindere dall’uso esclusivamente personale dello stupefacente (l’art. 75 del DPR, sull’uso personale, non prevede infatti la coltivazione tra le condotte integranti l’illecito amministrativo).

Il ragionamento delle Sezioni Unite procede tuttavia distinguendo tra coltivazione “tecnico-agraria” e coltivazione “domestica”. Pur ribadendo che quest’ultima non è riconducibile alla detenzione – e la sua irrilevanza penale non può pertanto essere ancorata meramente al fine dell’autoconsumo – la Corte sottolinea come tale irrilevanza sia da ricercarsi nell’impossibilità di ricondurre una coltura di minima estensione nella definizione di coltivazione prevista dalla norma penale. Difatti, la coltivazione domestica intrapresa con il solo scopo di soddisfare esigenze personali presenta, per definizione, una capacità produttiva estremamente scarsa e di per sé incapace di impattare sulla circolazione della droga nel mercato.

Il discrimine tra la coltivazione penalmente irrilevante e quella illecita viene pertanto riconosciuto nella “prevedibilità” della coltivazione di produrre un basso quantitativo di sostanza stupefacente. A tal fine, le Sezioni Unite danno pertanto rilievo ad una serie di elementi correlati alle “tecniche” di coltivazione, che devono essere tutti compresenti nel caso concreto, quali:

  • la minima dimensione della coltivazione”;
  • il suo svolgimento in forma domestica e non in forma industriale”;
  • la rudimentalità delle tecniche utilizzate”;
  • lo scarso numero di piante”;
  • la mancanza di indici di un inserimento dell’attività nell’ambito del mercato degli stupefacenti”;
  • l’oggettiva destinazione di quanto prodotto all’uso esclusivo del coltivatore”.

La coltivazione “tecnico-agraria”

La Corte sottolinea pertanto la distinzione tra la coltivazione “domestica”, caratterizzata da una produttività modesta, e quella “tecnico-agraria”, astrattamente idonea invece ad aumentare, anche in maniera considerevole, l’offerta del mercato delle sostanze stupefacenti.

La sentenza in esame interviene quindi a chiarire un altro punto di primaria importanza, confermando come la configurabilità del reato di cui all’art 73 dpr 309/90 prescinda dalla quantità di principio attivo ricavabile dalla pianta al momento dell’analisi.

È pacifico infatti che la valutazione del principio attivo di piante giunte al completamento del loro ciclo di maturazione possa essere indicativa dell’idoneità a produrre effetto drogante. Tuttavia, per quanto attiene a coltivazioni non ancora “mature”, la Corte ritiene che il potersi raffigurare il positivo sviluppo della stessa sia elemento sufficiente a caratterizzarne la rilevanza penale. Ad esclusione dell’illiceità verrebbero pertanto valorizzati alcuni dati impattanti sulla “prevedibilità” di produzione di sostanza stupefacente, quali in primis la conformità delle piante coltivate al tipo botanico vietato o l’uso di modalità di coltivazione inadeguate che non possano portare le piante ad una corretta maturazione con annesso sviluppo di principio attivo drogante.

Conclusioni

In conclusione la Corte precisa che laddove la coltivazione domestica volta all’autoconsumo non integri il reato di cui all’art. 73 del DPR 309/90, non potrà trovare applicazione neanche l’illecito amministrativo previsto dall’art. 75 del decreto, poiché tale norma (che punisce l’uso personale con le sanzioni amministrative della sospensione o del divieto di conseguimento, per un periodo ricompreso tra 1 mese e 1 anno, della patente di guida e/o della licenza di porto d’armi e/o del passaporto e/o del permesso di soggiorno per motivi di turismo) non si riferisce in nessun caso alla coltivazione.

Piuttosto, incorrerà in tali sanzioni amministrative il coltivatore che detenga sostanza coltivata e già contenente principi attivi al fine del suo consumo.

 

 

  Autore Avv. Federico Caporale

Le nuove sanzioni del Decreto Legge 25 marzo 2020 n. 19: fino ad ora abbiamo scherzato?

In data 25.3.2020 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, con entrata in vigore il successivo 26 marzo, il Decreto Legge n. 19, finalizzato a mettere un po’ d’ordine nella mole di provvedimenti emergenziali emanati nelle ultime settimane ed altresì nei rapporti Stato – Enti Locali per la gestione dell’emergenza Covid-19.

Per quanto concerne gli aspetti punitivi, il provvedimento di cui sopra opera una depenalizzazione di fatto della condotta posta in essere da chi non ottempera ad una qualsiasi delle varie misure emergenziali adottate (a titolo esemplificativo le limitazioni alla circolazione delle persone e le chiusure delle attività commerciali e/o produttive), sostituendo alle sanzioni penali previste dall’art. 650 – Inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità C.P. quella amministrativa del pagamento di una somma da € 400,00 ad € 3.000,00 (aumentabile fino ad un terzo in caso di violazione commessa mediante l’utilizzo di un veicolo o raddoppiata in caso di violazioni reiterate).

L’art. 650 C.P. non viene pertanto depenalizzato, ma formalmente disapplicato in tutti i casi in cui l’inosservanza ha ad oggetto provvedimenti emanati in funzione della nota emergenza sanitaria.

Non solo. Per mezzo di una norma intertemporale, la nuova sanzione amministrativa viene applicata “anche alle violazioni commesse anteriormente alla data di entrata in  vigore  del  presente decreto”, con un robusto sconto della metà.

La maggior parte dei procedimenti penali sorti a seguito delle contestazioni effettuate fino al 25 marzo incluso non avranno pertanto seguito, scaturendo in una trasmissione degli atti da parte delle Procure della Repubblica alle Autorità alle quali viene attribuito il potere sanzionatorio (nella maggior parte dei casi le Prefetture).

A tal fine pare opportuno sottolineare come beneficino degli effetti della depenalizzazione contenuta nel Decreto Legge coloro i quali abbiano autocertificato (o autocertifichino in futuro) ragioni di spostamento veritiere, ma non giustificate ai sensi dei provvedimenti in vigore all’epoca del controllo, e non coloro i quali abbiano reso (o rendano) dichiarazioni mendaci ad un Pubblico Ufficiale, autocertificando pertanto false ragioni (fattispecie ancora punibile ai sensi dell’art. 495 C.P.).

Continua a costituire reato, ovviamente, anche la condotta di chi, risultato positivo al virus SARS-CoV-2 e dunque sottoposto alla misura della quarantena, si allontani dalla propria abitazione.

 

CONCLUSIONI

 

E’ evidente come, con l’atto normativo in esame, si sia voluto sostituire l’effetto deterrente di un procedimento penale con quello (in Italia forse maggiormente incisivo) connesso all’irrogazione di una sanzione pecuniaria o di quella accessoria della chiusura della propria attività (prevista per un periodo da 5 a 30 giorni in caso di violazione delle misure concernenti la chiusura delle attività stesse), sgravando in questo modo le Procure italiane da decine di migliaia di potenziali nuovi procedimenti.

E’ però evidente anche il fatto che l’effetto deterrente di cui sopra – fondamentale in un momento di emergenza come quello che stiamo vivendo – sia maggiormente efficace nei confronti dei soggetti meno abbienti, soprattutto nel momento in cui si permette il pagamento in misura ridotta previsto dall’art. 202 del Codice della Strada, secondo cui “il trasgressore è ammesso a pagare, entro sessanta giorni dalla contestazione o dalla notificazione, una somma pari al minimo fissato dalle singole norme. Tale somma è ridotta del 30 per cento se il pagamento è effettuato entro cinque giorni dalla contestazione o dalla notificazione”.

In sede di conversione del Decreto Legge, che dovrà avvenire entro 60 giorni, si potrà forse contemperare meglio l’esigenza di “fare cassa” con quella di inibire il più possibile comportamenti che mettano a rischio la salute pubblica, cercando nel contempo di non sanzionare in maniera proporzionalmente più gravosa quei soggetti che hanno meno possibilità di ammortizzare gli effetti negativi delle misure emergenziali adottate.

 

 

  Autore Avv. Federico Caporale

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