CRISI D’IMPRESA: LE NOVITA’ INTRODOTTE DAL D.L. 118/2021

Con l’emanazione del Decreto-legge 24 agosto 2021, n. 118, il legislatore ha approvato nuove misure urgenti in materia di crisi d’impresa e di risanamento aziendale, con l’obiettivo di ampliare gli strumenti a disposizione delle imprese per sopravvivere all’emergenza epidemiologica ed attuare la tanto agognata “ripartenza”.
In particolare, per quanto è di nostro interesse, il provvedimento interviene su tre fronti.

 

  1. Differimento dell’entrata in vigore del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza

In primo luogo, il D.L. n. 118/2021 rinvia nuovamente l’entrata in vigore del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (d.lgs. n. 14/2019) al 16 maggio 2022, con ulteriore differimento delle disposizioni concernenti le procedure di allerta e di composizione assistita della crisi innanzi all’OCRI (Organismo di composizione della crisi d’impresa) al 31 dicembre 2023.

 

  1. Introduzione dell’istituto della composizione negoziata della crisi d’impresa e del concordato semplificato per la liquidazione del patrimonio

La novità più importante contenuta nel decreto-legge in esame è l’introduzione della procedura di composizione negoziata per la soluzione della crisi d’impresa: consiste in un istituto di carattere stragiudiziale, che potrà essere utilizzato, a decorrere dal 15 novembre 2021 (salvo eventuali modifiche che potranno essere introdotte in sede di conversione in legge), dall’imprenditore che si trova in condizioni di squilibrio patrimoniale od economico-finanziario, ma non ancora in stato di insolvenza.

In forza della procedura in commento, in particolare, l’imprenditore potrà essere affiancato da un esperto terzo ed indipendente, che avrà l’incarico di agevolare le trattative con i creditori, al fine di trovare la migliore soluzione per il superamento dello stato di crisi ed il risanamento aziendale.

Le possibili soluzioni adottabili in esito alla procedura – disciplinate all’art. 11, comma 1 – sono:

  • la conclusione di un contratto con uno o più creditori idoneo ad assicurare la continuità aziendale per un periodo non inferiore a 2 anni;
  • la conclusione di una convenzione di moratoria ai sensi dell’art. 182-octiesFall.;
  • la stipula di un accordo sottoscritto dall’imprenditore, dai creditori e dall’esperto, che produce i medesimi effetti di un piano di risanamento ai sensi dell’ 67, comma 3, lett. d), L.Fall., senza tuttavia la necessità di attestazione.

Come precisato all’art. 11, comma 2, l’imprenditore potrà sempre domandare l’omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti ai sensi degli artt. 182-bis, 182-septies e 182-novies L.Fall., con la precisazione che la percentuale di cui all’art. 182-septies è ridotta al 60%  se  il raggiungimento dell’accordo risulta dalla relazione finale dell’esperto.

Segnaliamo, seppure nella presente sede non è possibile approfondirne tutti gli aspetti, che l’art. 6 prevede la possibilità, per l’imprenditore che si avvalga della procedura di composizione negoziata della crisi, di richiedere l’applicazione di misure protettive del patrimonio, che hanno l’effetto di limitare le possibilità di azione nei confronti dell’imprenditore da parte dei creditori e di precludere il pronunciamento di sentenze di fallimento o di stato di insolvenza fino alla conclusione delle trattative o all’archiviazione dell’istanza di composizione negoziata.

Sono, inoltre, previste, all’art. 14, alcune c.d. misure premiali in favore dell’imprenditore in crisi, ossia misure e agevolazioni fiscali derivanti dal ricorso alla composizione negoziata.

Ulteriore novità nel campo delle procedure concorsuali è prevista dall’art. 11, comma 3, secondo cui, nel caso di mancata individuazione, in esito alla procedura negoziata, di una soluzione idonea al superamento della situazione di crisi, l’imprenditore potrà, oltre ad avvalersi delle classiche procedure concorsuali di cui alla normativa previgente (piano attestato di risanamento, fallimento, amministrazione straordinaria, ecc.), anche presentare una proposta di concordato semplificato per la liquidazione del patrimonio ex art. 18 del D.L. n. 118/2021.

Viene così introdotto l’istituto del concordato per cessione di beni unitamente al piano di liquidazione, che prevede l’omologazione da parte del Tribunale, a fronte di una valutazione positiva circa la fattibilità del piano di liquidazione, l’insussistenza di un pregiudizio per i creditori rispetto all’alternativa della liquidazione fallimentare e l’assicurazione di una utilità per ciascun creditore, e, successivamente, la nomina di un liquidatore.

 

  1. Introduzione di modifiche alla legge fallimentare, con l’anticipazione di alcuni strumenti di composizione negoziale previsti dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza

L’art. 20, comma 1, reca, infine, importanti novelle alla legge fallimentare (R.D. 16  marzo 1942, n. 267), intervenendo principalmente sulla disciplina del concordato preventivo e degli accordi di ristrutturazione dei debiti ed anticipando, di fatto, alcune disposizioni contenute nel Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza.

Con particolare riferimento a tale ultima categoria di novelle, l’articolo in commento prevede l’inserimento nella legge fallimentare della disciplina degli accordi di ristrutturazione ad efficacia estesa, della nuova disciplina della convenzione in moratoria e degli accordi di ristrutturazione agevolati, istituti già disciplinati dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, i quali, con tale introduzione, vedono anticipare la loro entrata in vigore rispetto al differimento di cui al punto 1 della presente disamina.

 

Un cambiamento radicale di prospettiva: dalla centralità del fallimento alla valorizzazione delle procedure negoziali di gestione della crisi di impresa.

Come più volte evidenziato nella relazione illustrativa al Decreto-legge in esame, il legislatore ha preso definitivamente atto dell’impossibilità di affrontare la crisi delle aziende nel periodo
successivo alla pandemia con gli istituti vigenti, riconducibili alla legge fallimentare, ritenuti ormai inadeguati a fronteggiare le esigenze di tutela dei creditori ed, al contempo, della produzione.

Il principale obiettivo dell’intervento normativo in commento è, quindi, quello di incentivare, con strumenti nuovi e che prevedano una maggiore interazione tra le parti coinvolte, l’accesso alle procedure alternative rispetto al fallimento, favorendo, per un verso, l’emersione anticipata della  crisi e, per altro verso, il risanamento delle imprese in condizioni di squilibrio patrimoniale o economico-finanziario che hanno le potenzialità necessarie per restare sul mercato.

 

avv. Luna Ambrosino Autrice Avv. Luna Ambrosino

Iscrizione ipotecaria su beni del fondo patrimoniale familiare.

Iscrizione ipotecaria su beni del fondo patrimoniale familiare in forza di crediti tributari derivanti da accertamento per redditi da partecipazione in qualità di socio accomandante. Legittimità dell’iscrizione ipotecaria conseguente alla mancata prova dell’estraneità dei debiti alle esigenze della famiglia e della consapevolezza dell’ente creditore. (Cassazione civile sez. V – 25.02.2020, ord. n.5017 e sentenza 23.04.2020, n.8077).

Il caso.

Il contribuente ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza con la quale la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia confermava la prima decisione che aveva respinto il ricorso avverso l’iscrizione ipotecaria sui beni del fondo patrimoniale familiare.

Secondo l’opponente, i debiti tributari contratti a seguito di accertamento di un maggior reddito a carico dell’impresa edile, imputato al predetto ricorrente, pro quota, in quanto socio accomandante ai sensi dell’art. 5 T.U.I.R – avrebbero dovuto ritenersi estranei ai bisogni della famiglia, in quanto l’attività di accomandante deve qualificarsi di speculazione connessa all’impiego di capitali.

La Commissione Tributaria Regionale rilevava la legittimità dell’iscrizione ipotecaria, in quanto gravava sul debitore l’onere della prova della inerenza dei debiti contratti ai bisogni della famiglia nonché la consapevolezza del fisco che i debiti erano stati contratti per scopi estranei alle esigenze familiari.

Ragioni della decisione.

Con la prima censura il contribuente ha lamentato che i giudici territoriali avevano erroneamente ritenuto applicabile sui beni costituiti in fondo patrimoniale l’esecuzione per debiti estranei alle esigenze della famiglia, dovendosi qualificare tali i debiti tributari per una somma dovuta a titolo di IRPEF e sanzioni pecuniarie.

In particolare, si affermava che l’attività del socio accomandante avrebbe dovuto considerarsi attività speculativa connessa all’impiego di capitali, evidenziando come la giurisprudenza di legittimità escluda dal campo di applicazione dell’iscrizione ipotecaria sui beni costituiti in fondo patrimoniale i debiti connessi con attività speculative, atteso che dall’impiego della propria quota societaria, l’accomandante spera di trarre maggiori guadagni aleatoriamente correlati all’andamento dell’attività societaria. Si tratterebbe, dunque, di debiti contratti con l’Erario riconducibili alle fonti di reddito personale derivanti dalla partecipazione nella citata società personale.

Il decidente avrebbe dunque omesso di accertare la sussistenza di un collegamento immediato tra il debito erariale e le esigenze della famiglia, affermando, al contrario, che in presenza di redditi da attività imprenditoriale – professionale, si deve presumere il nesso tra debito ed esigenze familiari.

Con il secondo motivo, si lamentava che l’iscrizione a ruolo, prodromica all’iscrizione ipotecaria, recava anche un credito a titolo di sanzioni pecuniarie per euro 194.202,00 le quali in alcun modo avrebbero potuto ritenersi correlate alle esigenze familiari, essendo le sanzioni stabilite dalla legge, quale reazione punitiva personale, diretta nei soli confronti dell’autore dell’illecito che non può estendere i suoi effetti negativi a carico di altri soggetti, componenti il nucleo familiare.

Si affermava, in particolare, che le sanzioni, improntate ad un principio meramente punitivo, basato sui criteri di prevenzione e retribuzione, hanno carattere personale, sono intrasmissibili agli eredi e presuppongono la configurazione dell’elemento soggettivo. Esse sono finalizzate, dunque, a soddisfare un interesse pubblico e non certamente configurabile come obbligazione contratta nell’interesse della famiglia.

Con la terza censura, il contribuente contestava la decisione impugnata nella parte in cui gravava il contribuente dell’onere di provare la conoscenza dell’estraneità ai bisogni della famiglia dei debiti tributari da parte del fisco.

La tesi sostenuta dal ricorrente secondo il quale “l’iscrizione ipotecaria è atto avente natura esecutiva in quanto attività prodromica all’esecuzione di cui condividerebbe la natura e la disciplina” non è stata condivisa alla luce della ricostruzione dell’istituto operata dalle Sezioni Unite con sentenza n. 19667 del 18/09/2014.

Come noto, infatti, tale pronuncia – richiamata e confermata in motivazione anche da Sez. U, ord. n. 15354 del 22/07/2015 – ha escluso che “l’iscrizione ipotecaria prevista dall’art. 77 d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, possa essere considerata un atto dell’espropriazione forzata, dovendosi piuttosto essa essere considerata «un atto riferito ad una procedura alternativa all’esecuzione forzata vera e propria”.

Alla luce della natura dell’iscrizione ipotecaria, si è dunque affermato che l’iscrizione ipotecaria di cui all’art. 77 dei d.P.R. n. 602 del 1973 è ammissibile anche sui beni facenti parte di un fondo patrimoniale alle condizioni indicate dall’art. 170 c.c., sicché è legittima solo se l’obbligazione sia strumentale ai bisogni della famiglia o se il titolare del credito non ne conosceva l’estraneità a tali bisogni, gravando in capo al debitore opponente l’onere della prova non solo della regolare costituzione del fondo patrimoniale, e della sua opponibilità al creditore procedente, ma anche della circostanza che il debito sia stato contratto per scopi estranei alle necessità familiari, avuto riguardo al fatto generatore dell’obbligazione e a prescindere dalla natura della stessa. (Cass. n. 20998/2018; Cass. n. 1652 del 2016; Cass. n. 22761 del 09/11/2016; Cass. n. 3738/2015; Cass. 23876/2015).

In particolare, si è affermato che il creditore può iscrivere ipoteca su beni appartenenti al debitore e conferiti nel fondo, se il debito sia stato contratto per uno scopo non estraneo ai bisogni familiari, ovvero – nell’ipotesi contraria – purché il titolare del credito, per il quale procede alla riscossione, non fosse a conoscenza di tale estraneità, dovendosi ritenere, diversamente, illegittima l’eventuale iscrizione comunque effettuata (v. Cass. n. 23876/2015; Cass. n. 1652/2016; Cass. n. 2998/2018).

Ne consegue che i beni costituenti fondo patrimoniale non possono essere sottratti all’azione esecutiva dei creditori quando lo scopo perseguito nell’obbligazione sia quello di soddisfare i bisogni della famiglia, da intendersi non in senso oggettivo, ma come comprensivi anche dei bisogni ritenuti tali dai coniugi in ragione dell’indirizzo della vita familiare e del tenore prescelto, in conseguenza delle possibilità economiche familiari.

La Corte ha, altresì, ribadito che il criterio identificativo dei crediti che possono essere realizzati esecutivamente sui beni conferiti nel fondo va ricercato non già nella natura delle obbligazioni, ma nella relazione esistente tra il fatto generatore di esse e i bisogni della famiglia sicché non assume rilievo la natura – per usare le parole del ricorrente – latamente pubblicistica del credito di cui alle cartelle di pagamento (Cass. n. 3738/2015, n. 15886/2014; Cass. n. 31590/2018 in motiv.).

La circostanza che il contribuente percepisse altri redditi da lavoro che addizionati a quelli del coniuge erano “sufficienti” a soddisfare le esigenze della famiglia, è apparsa quale affermazione tautologica e disancorata dal preciso onere probatorio gravante su chi contesta la pignorabilità dei cespiti.

In primo luogo, l’adeguatezza di detti redditi non può essere valutata in astratto rispetto alle “comuni” esigenze di una famiglia, atteso che la qualità e quantità dei bisogni di una famiglia vanno valutate in relazione al tenore prescelto in concreto dai coniugi e all’indirizzo impresso alla vita familiare che potrebbero necessitare di redditi cospicui.

In secondo luogo, il ricorrente non aveva offerto alcuna prova in merito alle finalità speculative dei redditi societari, limitandosi ad affermare che il lungo lasso di tempo trascorso dalla loro percezione gli aveva impedito di fornire la relativa dimostrazione. Sarebbe stato, invece, onere del ricorrente quanto meno allegare (e poi provare) che il maggior reddito conseguito all’evasione era stato destinato a scopi voluttuari estranei ai bisogni della famiglia: quali investimenti azionari ovvero acquisti di immobili non costituiti nel fondo patrimoniale (Cass. n. 4593/2017); e, del resto, la difficoltà di provare la conoscenza dell’Erario della non inerenza dei crediti alle esigenze della famiglia non integra sul piano giuridico un elemento idoneo a invertire la regola di distribuzione dell’onere probatorio.

Ne consegue che ben ha statuito la Corte territoriale che, nel porre a carico del ricorrente l’onere di provare l’estraneità dei crediti ai bisogni familiari, ha fatto corretta applicazione dei principi sopra riportati (v. Cass. n. 20998/2018; Cass. n. 222761/2016; Cass. nn. 641 e 5385 del 2015; Cass. nn. 23876, 3738 del 2015; Cass. n. 4011 del 2013).

Il ricorso è stato dunque respinto.

Le medesime statuizioni sono state ribadite da altra successiva decisione della Suprema Corte (sentenza 23.04.2020, n.8077) con cui è stato respinto, con motivazioni del tutto coincidenti, altro analogo ricorso avverso una pronuncia della Commissione Tributaria Regionale della Campania.

 

Autore Avv. Luigi Critelli

ANTIRICICLAGGIO E NUOVO D.L.gs.125/2019: SEMPRE ”UN PASSO AVANTI”.

La ridefinizione dell’impianto del D.Lgs. 231/2007 e del D.Lgs. 90/2017, ha introdotto significativi cambiamenti in materia di Antiriciclaggio, ufficializzati con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del D.Lgs. 4 ottobre 2019.

 

NOVITA’ DELLA V DIRETTIVA:

Quello di agevolare la “tracciabilità” per ogni tipo di flusso finanziario, nell’ottica del contrasto al riciclaggio di denaro di illecita provenienza è il punto cardine attorno a cui si articola la vigente direttiva sugli obblighi Antiriciclaggio. La V direttiva rappresenta un ulteriore passo avanti nella direzione di un equilibrio tra contrasto alle attività criminali e la necessità di “normalizzare” il funzionamento dei sistemi di pagamento.

Nello specifico i principali aspetti di innovazione del V decreto sono i seguenti:

. Estensione della cerchia dei destinatari degli obblighi della verifica adeguata;  tra i soggetti obbligati vincolati dalla normativa si annoverano: i prestatori di servizi di portafoglio digitale e di cambio tra valute virtuali  e valute legali; gli agenti in affari (che agiscono in veste di intermediari di locazioni di immobili con canone mensile  pari o superiore a 10 mila euro), i commercianti in oggetti antichi e opere d’arte anche (e soprattutto) quando fungono da intermediari nel commercio delle medesime opere con case d’asta o gallerie d’arte estere; le succursali (insediate in Italia) di intermediari assicurativi o broker aventi  sede legale e facenti capo ad uno Stato terzo.

. Ampliamento del ruolo degli organi di controllo e vigilanza;

. Accesso facilitato alle informazioni riguardanti la titolarità effettiva di soggetti diversi da persone fisiche e trust. Tali informazioni diventano accessibili ad un pubblico ben più ampio, fermo restando che i dati che possono essere diffusi restano nome, cognome, data di nascita, Paese di residenza, cittadinanza del titolare effettivo e informazioni di base sulle condizioni che lo qualificano come tale.

. L’introduzione di misure di adeguata verifica rafforzata per intermediari bancari e finanziari in relazione alla clientela che opera con paesi ad alto rischio di riciclaggio e di finanziamento al terrorismo.

. Analisi dei rischi connessi a strumenti di pagamento anonimi e utilizzo della valuta elettronica.

NELLO SPECIFICO: VALUTA VIRTUALE E MONETA ELETTRONICA ANONIMA       

Uno dei punti distintivi del nuovo V decreto, è la regolamentazione dell’uso della valuta virtuale. Che cos’è la valuta virtuale? Essa non è altro che un nuovo metodo di trasmissione di valore, che non avviene in modo “fisico”, ma in modo” digitale”, cioè tramite sistemi crittografici che rendono indecifrabili tali operazioni e che “preservano” il valore della valuta stessa.

Da qui, la particolare attenzione rivolta a due figure quali: “i prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale”, definiti come soggetti che a titolo professionale forniscono a terzi servizi rivolti all’utilizzo, allo scambio, alla conversione e conservazione della valuta virtuale e “i prestatori di portafoglio digitali”, ovvero soggetti fisici o giuridici che forniscono a terzi (anche online) servizi di salvaguardia di chiavi crittografiche private dei propri clienti, allo scopo di preservare le criptovalute.  Con il nuovo decreto, si stabilisce che queste figure debbano essere soggette anch’esse ad obblighi di adeguata verifica della clientela, in modo da rendere “trasparenti” e per quanto possibile “visibili” tutte le operazioni di conversione di valute reali in virtuali e viceversa, sancendo così la fine dell’anonimato che da sempre contraddistingue questi scambi. L’altra novità del Decreto in tale direzione è rappresentata dal divieto di emissione e di utilizzo di carte prepagate anonime, con una considerevole riduzione dei limiti e degli importi massimi al di sotto dei quali non è necessario applicare misure di adeguata verifica (nello specifico euro 50). Le sanzioni di natura amministrativa previste all’art. 58. per l’omissione diventano applicabili oltre che agli intermediari bancari e finanziari di società fiduciarie, anche ai responsabili di revisione di società di revisione legale.

NUOVA ADEGUATA VERIFICA DELLA CLIENTELA

L’esercizio degli obblighi dell’adeguata verifica dovrà ora essere effettuato nei confronti dei soggetti già clienti degli obbligati, non solo quando si verifichi una variazione nel livello di rischio attribuito al cliente, ma anche nell’ipotesi di un’estensione degli obblighi sopravvenuti, regolati da norme emanate successivamente alla data in cui è stato acquisito il cliente. Da qui la necessità di ampliare i poteri ispettivi e di controllo della Autorità di vigilanza in materia di coordinazione dei rapporti interni e di natura internazionale e di rafforzare i poteri della FIU (Financial Intelligence Unit) con l’estensione della rete delle informazioni a loro disposizione e l’accesso diretto ad una “lista” di nominativi di soggetti considerati ad alto rischio (ad esempio persone politicamente esposte).  L’attenzione viene posta così, nello specifico, al legame e ai rapporti d’affari che essi instaurano (anche indirettamente) con altri soggetti terzi, i quali diventano ora oggetto di controlli diretti anche per quanto concerne la loro titolarità effettiva.

CONCLUSIONI E OSSERVAZIONI

Alla luce di quanto detto finora, possiamo affermare che il nuovo D.Lgs. 125/2019, che recepisce la V direttiva, arricchisce e potenzia gli aspetti fondamentali trattati nel precedente decreto il quale, tuttora, costituisce il principale strumento giuridico finalizzato alla revisione degli abusi del sistema finanziario internazionale per scopi di riciclaggio, con un ampliamento del campo di applicabilità di alcune istanze, e, per così dire, portandosi  sempre “un passo avanti”  in relazione alla capacità di prevedere e arginare i rischi legati alla nuova era digitale delle criptovalute.

14 Novembre ’19 – How are you protecting your wealth?

In occasione della conferenza del 14 novembre 2019 organizzata presso la sede Isola del Copernico di Milano insieme a DeVere Italia e Alture Legal sul tema della protezione del patrimonio, lo studio Lexchance ha invitato Lucrezia Piaggio a partecipare come relatrice. Lucrezia Piaggio si laurea in Giurisprudenza presso la LUISS di Roma e successivamente si specializza in International Trust Management conseguendo il Diploma e diventando Full Member TEP per la Society of Trust and Estate Pratictioners.
Dal 2014 collabora con importanti realtà internazionali nell’ambito del wealth management.
Attualmente è Trust, Corporate Manager & Lawyer pressor
IG Trustee Ltd.
Non è la prima volta che introduciamo lo strumento del Trust, ma l’intervento di Lucrezia Piaggio analizzerà i suoi aspetti sostanziali, come la pianificazione e la tutela patrimoniale, la differenza tra la proprietà dell’asset e il suo controllo, il funzionamento del Trust nel dettaglio e l’importanza del ruolo del Protector.
La conferenza includerà altri due interventi, relativamente sui vantaggi fiscali degli investitori esteri in Italia e su quali risorse e strumenti i suddetti investitori possono utilizzare in Italia per proteggere il proprio patrimonio da fattori economici profondamente legati alla situazione politica ed economica contemporanea in Occidente.
Qui il programma dell’evento:

How are you protecting your wealth?

In a situation of economic and political turmoil, what can we do to protect our wealth? Lexchance Tax & Legal invites you to join the conversation. Together with deVere Italia and Alture Legal , we will address the subject from different points of view on November 14th at Copernico, Milan.

 

In una situazione di instabilità politica ed economica, che misure si possono adottare per proteggere il proprio patrimonio? Lexchance Tax & Legal vi invita a partecipare alla conversazione il 14 novembre alla sede Isola di Copernico. Insieme ad Alture Legal e a deVere Italia analizzeremo l’argomento da punti di vista diversi, a partire da quali sono i vantaggi fiscali per gli investitori esteri in Italia, a come funziona il Trust e a come destreggiarsi tra Trump, Boris e altri fattori economici contingenti.

GDPR e accesso ai dati di persone defunte.

I dati personali di una persona deceduta possono essere oggetto di diritto di accesso da parte di un parente nel caso di impugnazione del testamento?

 

A seguito dell’entrata in vigore del GDPR e del successivo Decreto Legislativo n. 101/2018, il nostro legislatore ha revisionato e “modernizzato”, tra le altre, la norma concernente i diritti esercitabili da terzi di cui agli artt. da 15 a 22 GDPR (accesso, rettifica, cancellazione, oblio, portabilità) riferiti ai dati personali delle persone decedute.

Attualmente, pertanto, l’art. 2- terdecies, co. 1 stabilisce che i sopra elencati diritti riferiti ad un defunto, “possono essere esercitati da chi ha un interesse proprio, o agisce a tutela dell’interessato in qualità di suo mandatario, o per ragioni familiari meritevoli di protezione”.

I successivi co. 2 e 3 prevedono la facoltà dell’interessato, a determinate condizioni, di vietare a terzi alcuni dei diritti elencati dagli artt. 15-22 GDPR nonché il diritto, in ogni momento, di revoca del divieto.

Infine, a chiusura della disposizione, il co. 5 stabilisce che “tale divieto non può produrre effetti pregiudizievoli per l’esercizio da parte dei terzi dei diritti patrimoniali che derivano dalla morte dell’interessato nonché del diritto di difendere in giudizio i propri interessi”.

 

Il caso

Nel caso esaminato, chi esercita il diritto di accesso (parente in linea collaterale) non è un prossimo congiunto (coniuge, figlio o ascendente diretto) ma agisce per ragioni familiari meritevoli di protezione (ovvero il proprio interesse giuridico e patrimoniale legato alla azionata causa di impugnazione del testamento).

Dunque, nel caso di impugnazione di testamento da parte di un parente in linea collaterale, quest’ultimo è legittimato ad ottenere il diritto di accesso ai dati particolari contenuti nella cartella clinica del defunto?

Si tratta, nel caso di specie, di riempire di contenuto l’espressione “ragioni familiari meritevoli di protezione” e di contemperare l’esigenza di accesso del richiedente con le forme di tutela previste dalla disciplina sulla protezione dei dati che, a ben vedere, rimangono applicabili anche a seguito del decesso.

Ed ancora se il defunto avesse, in ipotesi, espressamente vietato il diritto di accesso al terzo soggetto richiedente, tale divieto non avrebbe potuto produrre il suo effetto, in quanto, tale divieto avrebbe leso il diritto del soggetto agente di difendere in un giudizio pendente i propri interessi (art. 2-terdecies co. 5).

 

Conclusioni

Pertanto, il legislatore ha voluto sì tutelare i dati personali delle persone defunte ma a determinate condizioni da analizzare e applicare caso per caso. A questo proposito, sembrano necessari chiarimenti specifici relativi ai concetti portanti, quali “interesse proprio” o “ragioni familiari meritevoli di protezione”, per poter tracciare dei confini semantici precisi e non incorrere in ambiguità.

 

 

elena ferraris Autrice Avv. Elena Ferraris

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