IL SOGGETTO PASSIVO IMU IN CASO DI CONTRATTO DI LEASING RISOLTO.

Il caso: Cass. Sez V Ord. n.9624 del 13.04.2021.

 

Il caso in esame è inerente ad un diniego di rimborso IMU per la quota oggetto di contratto di locazione finanziaria già risolto per inadempimento del conduttore sostenendosi che la soggettività passiva IMU fino al momento della riconsegna del bene permane in capo al locatario. Tanto la Commissione di primo grado che la Commissione regionale rigettavano la domanda ritenendo che il soggetto passivo è il locatario a decorrere dalla data della stipula e per tutta la durata del contratto.

Veniva dunque proposto ricorso per Cassazione lamentando la violazione dell’art. 9 del D.Lgs. n.23/11. Altresì, si sosteneva che la durata del contratto di locazione finanziaria decorreva dal momento della stipula al momento della riconsegna del bene, segnando tale momento il cambio di soggettività passiva dal locatario utilizzatore al concedente

 

Ragioni della decisione.

Come sottolineato dalla Suprema Corte, il punto critico della questione verte nell’individuazione del termine del contratto di locazione finanziaria, in caso di risoluzione, e nel momento in cui la soggettività passiva IMU torna in capo alla società di leasing. Spesso, infatti, la cessazione del contratto e riconsegna del bene immobile non sono contestuali.

Secondo un primo indirizzo interpretativo, il contratto cesserebbe dalla data di risoluzione per inadempimento. Il locatario non sarebbe più da considerarsi soggetto passivo e a nulla rileverebbe il fatto che la riconsegna non sia contestuale alla risoluzione.

Pertanto, nel periodo intercorrente fra la risoluzione anticipata del contratto e la riconsegna del bene, sarebbe il proprietario a dover versare l’IMU, in quanto il locatario sarebbe un mero detentore senza titolo.

Secondo l’opposto indirizzo, più risalente, per la durata del contratto di locazione finanziaria dovrebbe comprendersi il periodo intercorrente tra la data della stipulazione e la data di riconsegna effettiva del bene. L’utilizzatore, dunque, sarebbe il soggetto passivo IMU fino alla data di riconsegna dell’immobile, comprovata dal relativo verbale.

Secondo tale orientamento, il presupposto dell’IMU (come quello della vecchia ICI) è testualmente individuato dall’art. 8 D.Lgs. n.23/11 nel possesso dei beni immobili.

Tuttavia, per effetto di quanto previsto dalla successiva norma sulla soggettività passiva (art. 9), il concetto di “possesso” previsto dall’art. 8 del summenzionato decreto ha un contenuto diverso e più ampio della nozione di possesso delineata dal codice civile. Ai fini dei menzionati tributi, infatti, si qualificano come possessori anche soggetti (definiti detentori qualificati) che dispongono dell’immobile sulla base non di un diritto reale di godimento, bensì di un diritto personale. Uno di questi casi è quello rappresentato proprio dall’utilizzatore in leasing, il quale è gravato della responsabilità dei citati tributi per l’intera durata del contratto, in quanto tale negozio gli attribuisce i medesimi benefici ed oneri del proprietario.

Tale situazione si protrae del tutto invariata fino a quando l’utilizzatore mantiene presso di sé la disponibilità concreta dell’immobile, tanto che nel nostro ordinamento vige un più generale principio secondo il quale, nei contratti di durata che attribuiscono ad un soggetto il diritto di godere di un bene altrui, la mancata riconsegna del bene stesso a seguito della risoluzione del rapporto per causa del conduttore determina la permanenza in capo a quest’ultimo degli obblighi e dei rischi assunti con il contratto.

Tale interpretazione è stata, tuttavia, successivamente superata (Cass. Sez. 5, n.29973/2019) e si è ritenuto che il soggetto passivo IMU, in caso di risoluzione del contratto di leasing, torna ad essere il locatore, ancorché non abbia ancora acquisito la materiale disponibilità del bene per mancata riconsegna da parte del locatario, in quanto, ai fini impositivi, assume rilevanza non tanto la detenzione materiale del bene, bensì l’esistenza di un vincolo contrattuale che legittima la detenzione qualificata. Detenzione qualificata che permane solo finché è in vita il rapporto giuridico, traducendosi invece in mera detenzione senza titolo in seguito al suo venir meno (a differenza di quanto avviene per la differente disciplina in tema di TASI).

 

Conclusioni.

Aderendo a tale ultima interpretazione, con la pronuncia in commento, la Suprema Corte ha ribadito che è il titolo (cioè il contratto stipulato) che determina la soggettività passiva del locatario finanziario e non la disponibilità materiale del bene, aggiungendo altresì che tale soluzione è anche maggiormente rispettosa delle esigenze di certezza dei rapporti giuridici e dei rapporti tributari, dovendo l’ente impositore fare riferimento a dati certi e conoscibili come la risoluzione del contratto.

Sulla scorta di tali considerazioni, il ricorso è stato rigettato.

 

 

  Autore avv. Luigi Critelli

Intrasmissibilità per via negoziale dell’atto amministrativo abilitativo.

Irrilevanza, ai fini della determinazione del soggetto passivo del tributo TOSAP, dell’occupazione de facto per il caso di concessione o autorizzazione rilasciata dall’ente locale in favore di ad altro soggetto (Cassazione Civile Sez. Unite, sentenza.n.8628 del 7.05.2020).

Il caso.

Una società erogatrice di servizi idrici e gas impugnava plurimi avvisi di accertamento volti al recupero della tassa per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche (TOSAP) in relazione alle condutture dalla stessa utilizzate, per i detti servizi di erogazione, eccependo l’assenza di soggettività passiva essendo, nella qualità di gestore del servizio idrico integrato e del gas di quel Comune, mero utilizzatore, in virtù di un contratto di affitto di azienda, delle condutture di proprietà di altro soggetto giuridico titolare della relativa concessione per l’occupazione di suolo pubblico.

Tanto la Commissione Tributaria Provinciale che la Commissione Tributaria Regionale rigettavano le doglianze della contribuente affermando che le concessioni relative allo svolgimento del servizio pubblico del ciclo idrico integrato e dell’erogazione del gas, già rilasciate a nome della proprietaria erano state da quest’ultima trasferite alla ricorrente in forza del contratto di affitto di azienda e che la legittimazione passiva tributaria doveva, dunque, individuarsi in capo a quest’ultima perché “di fatto” titolare anche della concessione per la gestione delle reti idriche integrate e del gas, in perfetta aderenza con quanto stabilito dal D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 39, disciplinante la tassa per l’occupazione di suolo pubblico.

La società ha dunque proposto ricorso per Cassazione sostenendo che le Commissioni Tributarie di primo e secondo grado avrebbero erroneamente identificato la concessione di occupazione del suolo pubblico (atto amministrativo rilasciato dal Comune o dalla Provincia) nella concessione per la gestione delle reti idriche integrate (atto privatistico di natura meramente obbligatoria, in quanto tale inidoneo a trasferire la legittimazione tributaria passiva D.Lgs. n. 507 del 1993, ex art. 39) e dunque censurato l’assunto secondo cui sarebbe tenuto al pagamento dell’imposta colui che, senza essere titolare della concessione di occupazione di suolo pubblico, nè tanto meno il proprietario delle condutture, ne faccia uso in virtù di un negozio di diritto privato di natura obbligatoria con il titolare dell’atto concessorio, che è anche il proprietario dell’oggetto dell’occupazione.

La questione è stata successivamente rimessa alle Sezioni Unite.

Ragioni della decisione.

Il D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507, art. 38, intitolato “oggetto della tassa”, indica analiticamente tutti i tipi di occupazione la cui esistenza fa sorgere in capo al soggetto passivo l’obbligo di versare il tributo e dispone: 1. Sono soggette alla tassa le occupazioni di qualsiasi natura, effettuate, anche senza titolo, nelle piazze e, comunque, sui beni appartenenti al demanio o al patrimonio indisponibile dei comuni e delle province. 2. Sono, parimenti, soggette alla tassa le occupazioni di spazi soprastanti il suolo pubblico, di cui al comma 1, con esclusione dei balconi, verande, bow-windows e simili infissi di carattere stabile, nonchè le occupazioni sottostanti il suolo medesimo, comprese quelle poste in essere con condutture ed impianti di servizi pubblici gestiti in regime di concessione amministrativa.

Il successivo art. 39, intitolato “soggetti attivi e passivi”, prevede che: la tassa è dovuta al comune o alla provincia dal titolare dell’atto di concessione o di autorizzazione o, in mancanza, dall’occupante di fatto, anche abusivo, in proporzione alla superficie effettivamente sottratta all’uso pubblico nell’ambito del rispettivo territorio.

Sul tema, la Cassazione ha espresso, nel tempo, indirizzi difformi.

La soluzione della legittimazione passiva graduata tra concessionario e occupante di fatto è quella adottata dal primo orientamento, più risalente secondo cui ai fini della legittimazione passiva dell’imposta, deve attribuirsi valore alla sussistenza di concessione o autorizzazione, essendo rilevante l’occupazione di fatto soltanto quando sia constatato che l’occupazione del suolo sia avvenuta in assenza di titolo abilitativo, in via di mero fatto, e sia, quindi, abusiva.

Per il secondo orientamento, più recente, invece, la TOSAP deve essere pagata da chi occupa materialmente il suolo pubblico, anche in presenza (e a prescindere) dell’esistenza del titolare della concessione o autorizzazione.

Nelle suddette decisioni, rese tutte in fattispecie relative a occupazioni del sottosuolo poste in essere mediante condutture e impianti di servizi pubblici gestiti in regime di concessione amministrativa, è stato affermato, con ulteriori richiami, che “il presupposto impositivo della tassa per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche (TOSAP) è costituito, ai sensi del D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507, artt. 38 e 39, dalle occupazioni, di qualsiasi natura, di spazi e aree, anche soprastanti e sottostanti il suolo appartenenti al demanio o al patrimonio indisponibile dei comuni e delle province, mentre sono irrilevanti gli atti di concessione o di autorizzazione relativi all’occupazione, atteso che la tassa colpisce anche le occupazioni senza titolo (Cass. n. 2555 del 2002; Cass. n. 4820 del 2002)”.

Si ritiene, in sintesi, che la disposizione dell’art. 39 (relativa al profilo soggettivo dell’imposizione), vada coordinata con quella del precedente art. 38, che individua l’oggetto della tassa nell’occupazione di qualsiasi natura, anche senza titolo, di suolo demaniale o appartenente al patrimonio indisponibile di comuni e province.

Il Collegio della Cassazione remittente, dopo avere dato atto dell’assenza, all’interno della Sezione tributaria di un orientamento interpretativo non univoco, ha evidenziato come la questione potesse ritenersi anche massima di particolare importanza in considerazione del fatto che l’avanzamento tecnologico nel settore dei servizi di pubblica utilità (trasporti, telecomunicazioni, energia etc…), consente che una medesima infrastruttura comportante occupazione di suolo o sottosuolo pubblico sia dalla società proprietaria della rete (normalmente anche concessionaria) contrattualmente affidata alla simultanea gestione, in regime concorrenziale, di plurime società erogatrici-occupanti di fatto e che si tratti di situazioni di fatto che non trovano una specifica disciplina legislativa, nè in ordine alla imputazione soggettiva del dovuto per Tosap o Cosap. Si citava, al proposito, la circolare MEF del 20 gennaio 2009, n. 1/DF nella quale, al fine di superare le indicate lacune legislative, vengono prospettate da un lato, l’interpretazione dinamica ed estensiva del criterio del “numero di utenze” ad altro fine recepito dal D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 63, comma 2, lett. f), (come sostituito della L. n. 488 del 1999, art. 18) e, sotto altro profilo, l’insorgenza dell’obbligazione di pagamento direttamente in capo a ciascun operatore-occupante, salva diversa regolazione economica del costo nel rapporto interno con la società proprietaria della rete.

La soluzione del contrasto.

Le Sezioni Unite hanno ritenuto di dover dare continuità all’indirizzo ermeneutico che, riguardo alla legittimazione passiva di imposta, ravvisa, nel D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 39, un ordine di graduazione, con individuazione del soggetto passivo della TOSAP, nel titolare dell’atto di concessione o di autorizzazione e, solo in mancanza di questo, nell’occupante di fatto.

Il D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 38, intitolato “oggetto della tassa”, indica, come già detto, analiticamente tutti i tipi di occupazione, la cui esistenza determina l’insorgenza dell’obbligo di versare il tributo, precisando, al comma 1, che oggetto della tassa sono le occupazioni di qualsiasi natura anche sine titulo, di aree pubbliche di comuni e province e, al secondo, che sono, parimenti, soggette alla tassa le occupazioni sottostanti il suolo medesimo, comprese quelle poste in essere con condutture ed impianti di servizi pubblici gestiti in regime di concessione amministrativa. L’art. 42, comma 3, ancora, dispone che la tassa è graduata a seconda dell’importanza dell’area occupata e, il comma 4, individua il criterio di determinazione della tassa nell’estensione dell’area occupata.

Si è dunque affermato, alla luce della normativa di riferimento che, ai fini del sorgere dell’obbligazione tributaria ovvero della sussistenza del presupposto oggettivo di imposizione, la Tosap, benché, connessa principalmente al provvedimento di concessione emesso dall’Amministrazione comunale o provinciale, è dovuta, anche per l’occupazione avvenuta senza titolo, perché l’obbligo contributivo sorge, nel suo presupposto oggettivo, quando vi sia stata limitazione o sottrazione all’uso normale e collettivo di suolo, nell’interesse proprio del singolo.

Il soggetto passivo di imposta trova, invece, specifica e chiara individuazione solo nell’art. 39, del citato D.Lgs., intitolato “soggetti attivi e passivi” il quale, come già detto, prevede che la tassa è dovuta al comune o alla provincia dal titolare dell’atto di concessione o di autorizzazione o, in mancanza, nell’occupante di fatto, anche abusivo, in proporzione alla superficie effettivamente sottratta all’uso pubblico nell’ambito del rispettivo territorio.

La lettura combinata delle due disposizioni di legge (D.Lgs. n. 507 del 1993, artt. 38 e 39), quale risulta dal contesto, attraverso una piana interpretazione letterale e alla luce della sottesa ratio legis, non può che condurre a ritenere, con riferimento ai presupposti oggettivi applicativi di imposta e in continuità con l’orientamento giurisprudenziale, consolidato e indiscusso sul punto, che la TOSAP colpisce tutte le occupazioni di spazio e aree pubbliche, non solo quelle fatte espressamente oggetto di concessione o autorizzazione da parte dell’ente territoriale ma, anche (ovvero in assenza di tali atti), quelle poste in essere di fatto, anche abusivamente.

Ciò posto in punto di individuazione del presupposto applicativo che determina oggettivamente il momento genetico dell’obbligazione tributaria e venendo, ora, all’individuazione del soggetto sul quale grava tale obbligazione, il successivo art. 39, non può essere letto altrimenti, se non nel senso che il soggetto passivo di imposta è, in primo luogo, il soggetto titolare dell’atto di concessione o di autorizzazione o, qualora questo manchi, l’occupante di fatto, ovvero, in altri termini, che il criterio di tassazione che legittima la richiesta del tributo a carico dell’occupante di fatto rappresenta, nel testo e secondo la ratio della legge, chiaramente un’ipotesi residuale, che ricorre, nel solo caso, in cui vi sia “mancanza” di un provvedimento concessorio o autorizzazione.

Tale indirizzo interpretativo, peraltro, è stato ulteriormente recepito e confermato dal legislatore il quale, nell’istituire, a partire dal gennaio 1999, il canone di occupazione del suolo pubblico (Cosap), che della Tosap mutua finalità sostanziale e in gran parte disciplina, ha previsto, con il D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 63, comma 1, come sopra illustrato, un regime complessivo in forza del quale il canone è dovuto dal concessionario e, solo in ipotesi di occupazione abusiva (cioè in mancanza di concessione), dall’occupante di fatto.

La soluzione, della legittimazione passiva graduata tra il titolare dell’atto di concessione e l’occupante di fatto va, quindi, preferita perché, in ossequio ai canoni interpretativi fissati dall’art. 12 disp. gen., comma 1, è coerente al dettato e alla ratio della normativa regolante l’imposta in esame e rispettosa del principio, desumibile dall’art. 23 Cost., di tassatività e determinatezza delle norme impositive il quale impone che “nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”.

In conclusione, secondo le Sezioni Unite, deve preferirsi, la soluzione che, sulla base dell’interpretazione letterale delle norme disciplinanti, nel D.Lgs. n. 507 del 1993, la TOSAP, individua nell’art. 39 del citato D.Lgs., un ordine di graduazione della legittimazione passiva di imposta, ravvisando nel criterio di tassazione che prevede quale soggetto passivo l’occupante di fatto, un’ipotesi residuale percorribile solo in assenza del titolare di atto di concessione o di autorizzazione. Tale indirizzo interpretativo è, inoltre, rispettoso del principio, sancito dall’art. 23 Cost., di tassatività e determinatezza della norma tributaria la quale, come già detto, non tollera interpretazioni estensive o analogiche.

Sulla base di tali premesse, è stato fissato il seguente principio di diritto: “In tema di tassa per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche (TOSAP), la legittimazione passiva del rapporto tributario, in presenza di un atto di concessione o di autorizzazione rilasciato dall’ente locale, spetta, ai sensi del D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507, art. 39, esclusivamente al soggetto titolare di tale atto, e solo in mancanza di questo, all’occupante di fatto, rimanendo irrilevante, ai fini passivi di imposta, l’utilizzazione del suolo pubblico consentita a soggetti terzi in virtù di atto di natura privatistica”.

Sul punto è stata condivisa l’ordinanza remittente (con conseguente accoglimento delle ragioni della ricorrente) la quale ha posto in rilievo che il trasferimento di tale concessione o autorizzazione, quale atto amministrativo emesso dall’ente locale a favore di un ben determinato soggetto, ritenuto in possesso di determinati requisiti di legge, avrebbe presupposto, non già un’attività meramente negoziale tra privati, bensì una vera e propria funzione provvedimentale della pubblica amministrazione attestante la volontà di quest’ultima, esternata nelle forme di legge, previa verifica ex novo di tutti i presupposti del caso, di individuare in un altro soggetto il titolare della concessione o autorizzazione occupativa (e tale non può ritenersi la Delib. 4 settembre 2002, n. 48, richiamata nel controricorso, adottata dal Consiglio comunale in occasione di operazioni straordinarie di scissione e fusione per incorporazione tra le varie società di gestione di servizi comunali, in quanto riferita alla concessione del servizio pubblico di fornitura acqua e gas, e non specificamente all’occupazione di suolo pubblico già in capo alla società proprietaria).

Ferma, quindi, l’intrasmissibilità per via negoziale dell’atto amministrativo abilitativo, è stato ribadito  l’orientamento secondo cui solo le facoltà riconducibili al godimento di un’area pubblica in regime di concessione possono essere fatte oggetto di trasferimento tra privati ma tale trasferimento, vincolante tra le parti e generatore in capo a queste ultime di diritti soggettivi perfetti, devolvibili al giudice ordinario, non è opponibile alla pubblica amministrazione che ad esso rimane del tutto estranea (cfr. Cass. 27/03/2009 n. 7532/2009 e, di recente, Cass. 23 agosto 2018 n. 20984).

Ciò posto, ed escluso, quindi, che la ricorrente potesse essere chiamata al versamento della TOSAP, in virtù del contratto di affitto di azienda posto in essere con la società proprietaria delle reti, è stato, altresì, escluso, alla luce del principio di diritto sopra fissato, che la stessa potesse essere considerata il soggetto passivo di imposizione quale occupante di fatto, in via mediata, del suolo pubblico di insistenza della rete idrica e del gas dalla stessa gestita.

 

Autore Avv. Luigi Critelli

Iscrizione ipotecaria su beni del fondo patrimoniale familiare.

Iscrizione ipotecaria su beni del fondo patrimoniale familiare in forza di crediti tributari derivanti da accertamento per redditi da partecipazione in qualità di socio accomandante. Legittimità dell’iscrizione ipotecaria conseguente alla mancata prova dell’estraneità dei debiti alle esigenze della famiglia e della consapevolezza dell’ente creditore. (Cassazione civile sez. V – 25.02.2020, ord. n.5017 e sentenza 23.04.2020, n.8077).

Il caso.

Il contribuente ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza con la quale la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia confermava la prima decisione che aveva respinto il ricorso avverso l’iscrizione ipotecaria sui beni del fondo patrimoniale familiare.

Secondo l’opponente, i debiti tributari contratti a seguito di accertamento di un maggior reddito a carico dell’impresa edile, imputato al predetto ricorrente, pro quota, in quanto socio accomandante ai sensi dell’art. 5 T.U.I.R – avrebbero dovuto ritenersi estranei ai bisogni della famiglia, in quanto l’attività di accomandante deve qualificarsi di speculazione connessa all’impiego di capitali.

La Commissione Tributaria Regionale rilevava la legittimità dell’iscrizione ipotecaria, in quanto gravava sul debitore l’onere della prova della inerenza dei debiti contratti ai bisogni della famiglia nonché la consapevolezza del fisco che i debiti erano stati contratti per scopi estranei alle esigenze familiari.

Ragioni della decisione.

Con la prima censura il contribuente ha lamentato che i giudici territoriali avevano erroneamente ritenuto applicabile sui beni costituiti in fondo patrimoniale l’esecuzione per debiti estranei alle esigenze della famiglia, dovendosi qualificare tali i debiti tributari per una somma dovuta a titolo di IRPEF e sanzioni pecuniarie.

In particolare, si affermava che l’attività del socio accomandante avrebbe dovuto considerarsi attività speculativa connessa all’impiego di capitali, evidenziando come la giurisprudenza di legittimità escluda dal campo di applicazione dell’iscrizione ipotecaria sui beni costituiti in fondo patrimoniale i debiti connessi con attività speculative, atteso che dall’impiego della propria quota societaria, l’accomandante spera di trarre maggiori guadagni aleatoriamente correlati all’andamento dell’attività societaria. Si tratterebbe, dunque, di debiti contratti con l’Erario riconducibili alle fonti di reddito personale derivanti dalla partecipazione nella citata società personale.

Il decidente avrebbe dunque omesso di accertare la sussistenza di un collegamento immediato tra il debito erariale e le esigenze della famiglia, affermando, al contrario, che in presenza di redditi da attività imprenditoriale – professionale, si deve presumere il nesso tra debito ed esigenze familiari.

Con il secondo motivo, si lamentava che l’iscrizione a ruolo, prodromica all’iscrizione ipotecaria, recava anche un credito a titolo di sanzioni pecuniarie per euro 194.202,00 le quali in alcun modo avrebbero potuto ritenersi correlate alle esigenze familiari, essendo le sanzioni stabilite dalla legge, quale reazione punitiva personale, diretta nei soli confronti dell’autore dell’illecito che non può estendere i suoi effetti negativi a carico di altri soggetti, componenti il nucleo familiare.

Si affermava, in particolare, che le sanzioni, improntate ad un principio meramente punitivo, basato sui criteri di prevenzione e retribuzione, hanno carattere personale, sono intrasmissibili agli eredi e presuppongono la configurazione dell’elemento soggettivo. Esse sono finalizzate, dunque, a soddisfare un interesse pubblico e non certamente configurabile come obbligazione contratta nell’interesse della famiglia.

Con la terza censura, il contribuente contestava la decisione impugnata nella parte in cui gravava il contribuente dell’onere di provare la conoscenza dell’estraneità ai bisogni della famiglia dei debiti tributari da parte del fisco.

La tesi sostenuta dal ricorrente secondo il quale “l’iscrizione ipotecaria è atto avente natura esecutiva in quanto attività prodromica all’esecuzione di cui condividerebbe la natura e la disciplina” non è stata condivisa alla luce della ricostruzione dell’istituto operata dalle Sezioni Unite con sentenza n. 19667 del 18/09/2014.

Come noto, infatti, tale pronuncia – richiamata e confermata in motivazione anche da Sez. U, ord. n. 15354 del 22/07/2015 – ha escluso che “l’iscrizione ipotecaria prevista dall’art. 77 d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, possa essere considerata un atto dell’espropriazione forzata, dovendosi piuttosto essa essere considerata «un atto riferito ad una procedura alternativa all’esecuzione forzata vera e propria”.

Alla luce della natura dell’iscrizione ipotecaria, si è dunque affermato che l’iscrizione ipotecaria di cui all’art. 77 dei d.P.R. n. 602 del 1973 è ammissibile anche sui beni facenti parte di un fondo patrimoniale alle condizioni indicate dall’art. 170 c.c., sicché è legittima solo se l’obbligazione sia strumentale ai bisogni della famiglia o se il titolare del credito non ne conosceva l’estraneità a tali bisogni, gravando in capo al debitore opponente l’onere della prova non solo della regolare costituzione del fondo patrimoniale, e della sua opponibilità al creditore procedente, ma anche della circostanza che il debito sia stato contratto per scopi estranei alle necessità familiari, avuto riguardo al fatto generatore dell’obbligazione e a prescindere dalla natura della stessa. (Cass. n. 20998/2018; Cass. n. 1652 del 2016; Cass. n. 22761 del 09/11/2016; Cass. n. 3738/2015; Cass. 23876/2015).

In particolare, si è affermato che il creditore può iscrivere ipoteca su beni appartenenti al debitore e conferiti nel fondo, se il debito sia stato contratto per uno scopo non estraneo ai bisogni familiari, ovvero – nell’ipotesi contraria – purché il titolare del credito, per il quale procede alla riscossione, non fosse a conoscenza di tale estraneità, dovendosi ritenere, diversamente, illegittima l’eventuale iscrizione comunque effettuata (v. Cass. n. 23876/2015; Cass. n. 1652/2016; Cass. n. 2998/2018).

Ne consegue che i beni costituenti fondo patrimoniale non possono essere sottratti all’azione esecutiva dei creditori quando lo scopo perseguito nell’obbligazione sia quello di soddisfare i bisogni della famiglia, da intendersi non in senso oggettivo, ma come comprensivi anche dei bisogni ritenuti tali dai coniugi in ragione dell’indirizzo della vita familiare e del tenore prescelto, in conseguenza delle possibilità economiche familiari.

La Corte ha, altresì, ribadito che il criterio identificativo dei crediti che possono essere realizzati esecutivamente sui beni conferiti nel fondo va ricercato non già nella natura delle obbligazioni, ma nella relazione esistente tra il fatto generatore di esse e i bisogni della famiglia sicché non assume rilievo la natura – per usare le parole del ricorrente – latamente pubblicistica del credito di cui alle cartelle di pagamento (Cass. n. 3738/2015, n. 15886/2014; Cass. n. 31590/2018 in motiv.).

La circostanza che il contribuente percepisse altri redditi da lavoro che addizionati a quelli del coniuge erano “sufficienti” a soddisfare le esigenze della famiglia, è apparsa quale affermazione tautologica e disancorata dal preciso onere probatorio gravante su chi contesta la pignorabilità dei cespiti.

In primo luogo, l’adeguatezza di detti redditi non può essere valutata in astratto rispetto alle “comuni” esigenze di una famiglia, atteso che la qualità e quantità dei bisogni di una famiglia vanno valutate in relazione al tenore prescelto in concreto dai coniugi e all’indirizzo impresso alla vita familiare che potrebbero necessitare di redditi cospicui.

In secondo luogo, il ricorrente non aveva offerto alcuna prova in merito alle finalità speculative dei redditi societari, limitandosi ad affermare che il lungo lasso di tempo trascorso dalla loro percezione gli aveva impedito di fornire la relativa dimostrazione. Sarebbe stato, invece, onere del ricorrente quanto meno allegare (e poi provare) che il maggior reddito conseguito all’evasione era stato destinato a scopi voluttuari estranei ai bisogni della famiglia: quali investimenti azionari ovvero acquisti di immobili non costituiti nel fondo patrimoniale (Cass. n. 4593/2017); e, del resto, la difficoltà di provare la conoscenza dell’Erario della non inerenza dei crediti alle esigenze della famiglia non integra sul piano giuridico un elemento idoneo a invertire la regola di distribuzione dell’onere probatorio.

Ne consegue che ben ha statuito la Corte territoriale che, nel porre a carico del ricorrente l’onere di provare l’estraneità dei crediti ai bisogni familiari, ha fatto corretta applicazione dei principi sopra riportati (v. Cass. n. 20998/2018; Cass. n. 222761/2016; Cass. nn. 641 e 5385 del 2015; Cass. nn. 23876, 3738 del 2015; Cass. n. 4011 del 2013).

Il ricorso è stato dunque respinto.

Le medesime statuizioni sono state ribadite da altra successiva decisione della Suprema Corte (sentenza 23.04.2020, n.8077) con cui è stato respinto, con motivazioni del tutto coincidenti, altro analogo ricorso avverso una pronuncia della Commissione Tributaria Regionale della Campania.

 

Autore Avv. Luigi Critelli

Al danneggiato spetta una somma superiore al danno subito solo nell’ipotesi di sfruttamento di beni o risorse di sua proprietà.

Il caso.

Una società editrice pubblicava alcuni articoli su un proprio quotidiano in cui alludeva al coinvolgimento di un avvocato in eventi di terrorismo.

La società editrice veniva condannata, in diversi giudizi, al risarcimento dei danni da diffamazione, prima a favore del predetto professionisti, e poi, dopo la sua morte, in favore degli eredi.

La stessa era stata altresì condannata alla pubblicazione, a sue spese, della sentenza di condanna su diversi quotidiani nazionali.

Non avendo ottemperato a quest’ordine, gli eredi agivano per il risarcimento del danno. Risarcimento che veniva quantificato dal Tribunale di Firenze nella misura corrispondente all’arricchimento del danneggiante, ossia al costo da quest’ultimo risparmiato a seguito dell’omessa pubblicazione, stimato in oltre euro 130.000.

La Corte di Appello, adita in secondo grado, riduceva l’ammontare del danno in ragione della inerzia dei danneggiati che, pur potendo provvedere a loro spese alla pubblicazione (art. 120 c.p.c.), non vi avevano provveduto cosi contribuendo al danno subito (art. 1227 c.c.).

La Corte di cassazione, con sentenza 2087 del 2015, smentiva la Corte d’Appello annullando la decisione assunta da quest’ultima ed affermando il principio di diritto secondo cui l’inerzia del danneggiato che non provvede da sè alla pubblicazione della sentenza non costituisce concorso colposo valutabile ai fini del risarcimento.

La Corte di Appello di Firenze, in sede di rinvio, riteneva tuttavia che il danno non potesse stimarsi tenendo conto dell’arricchimento del danneggiato, vale a dire del costo risparmiato da costui per l’omessa pubblicazione, ma dovesse valutarsi in base all’art. 2043 c.c., ed andasse, proprio in tale ottica, stimato equitativamente non essendovi parametri oggettivi cui ancorarlo.

Avverso tale sentenza che liquidava un risarcimento inferiore ad euro 100.000 ricorrevano gli eredi.

 

Ragioni della decisione.

La sentenza di appello, in sede di rinvio, ha qualificato la condotta del diffamante, che omette di ottemperare all’ordine di pubblicazione della sentenza, come fatto illecito ex art. 2043 c.c. anche sulla scorta della ratio del rimedio della pubblicazione della sentenza di condanna, sul presupposto che funzione di quella misura è di integrare il risarcimento, ossia di fornire una riparazione del danno subito, complementare a quella che può venire dal risarcimento per equivalente; cosi che anche l’ordine di pubblicare la sentenza ha uno scopo risarcitorio, e la sua violazione provoca un danno risarcibile nei termini di cui all’art. 2043 c.c., dunque nei termini del pregiudizio subito.

Con la conseguenza che, trattandosi di un pregiudizio non stimabile con criteri oggettivi, ne è imposta una valutazione equitativa.

Le parti ricorrenti hanno contestato questa tesi con due motivi subordinati l’uno all’altro.

Con il primo motivo hanno lamentato la violazione degli artt. 2041 e 1226 c.c. sostenendo che è errato ritenere che il danno da risarcire coincida con il pregiudizio subito dai danneggiati, senza tener conto dell’arricchimento che invece ha avuto il danneggiante mediante il fatto illecito; che dunque si dovrebbe applicare alla fattispecie l’art. 2041 c.c. e non già l’art. 2043 c.c., anche in ragione della funzione del rimedio della pubblicazione della sentenza che non è meramente risarcitorio e non è complementare al risarcimento per equivalente.

Con il secondo motivo, invece le parti ricorrenti hanno proposto una censura subordinata al mancato accoglimento della prima, denunciando la violazione degli artt. 1226 e 2043 c.c., nel senso che ove si dovesse ritenere che il danno coincide con la mera perdita senza alcun rilievo per l’arricchimento, allora la stima effettuata dalla corte è stata motivata in maniera apodittica e senza tenere conto della gravità delle ripercussioni che la diffamazione ha avuto nell’ambito familiare, oltre che erronea quanto al calcolo degli accessori.

Tralasciata la trattazione del secondo motivo di impugnazione in quanto semplicemente dichiarato infondato in ragione di una -ritenuta- adeguata motivazione della determinazione del danno e risarcimento compiuta dalla Corte di merito e della correttezza di tale quantificazione, peraltro insindacabile davanti alla Suprema Corte, occorre soffermarsi sul primo motivo di censura (anch’esso rigettato) ovvero sulla pretesa di un risarcimento non coincidente con il pregiudizio subito ma corrispondente al maggiore arricchimento derivatone per la società editrice.

La questione è dunque quella posta, da tempo, per il caso di arricchimento mediante fatto ingiusto.

Vi sono ossia casi in cui il fatto illecito procura un arricchimento al danneggiante, che spesso è anche maggiore del danno inferto; casi in cui, come è noto, si è suggerito di prevedere che il danneggiato abbia azione per l’intero.

E’ questa, del resto, la soluzione corrente in Germania e nei sistemi di common law, dove nel caso in cui l’illecito produca un arricchimento per il danneggiante, costui risarcisce nei limiti di tale arricchimento, anche se superiore al danno inferto.

Le parti ricorrenti hanno chiesto l’applicazione di una regola simile, che, tuttavia, non è espressamente codificata nel nostro ordinamento, dove, anzi, vige il principio opposto secondo cui il risarcimento è limitato al pregiudizio subito e non deve superare il valore di quest’ultimo.

La tesi delle parti danneggiate (risarcimento del fatto ingiusto non nei limiti del danno subito, ma in quello dell’arricchimento conseguito dal danneggiante), ripete una origine sostenuta in dottrina, secondo cui dal sistema sarebbe ricavabile un principio di divieto di arricchimento mediante fatto ingiusto, indicato da alcune norme significative: in primo luogo l’art. 1148 c.c. da cui si ricava, a contrario, che il possessore in mala fede deve restituire i frutti anche se superano quelli che il proprietario avrebbe potuto ricavare dalla cosa, dunque deve restituire l’arricchimento; e poi l’art. 2032 c.c. da cui si ricava, per interpretazione corrente, che ciascuno attraverso la ratifica può costringere chi ha compiuto affari ingerendosi nella sua sfera a riversargli gli utili ottenuti, ossia il guadagno fatto attraverso una gestione di affari illecita, come si deduce dal riferimento che la norma fa alla disciplina del mandato.

Infine, l’art. 125 del codice della proprietà industriale che obbliga l’usurpatore a restituire gli utili conseguiti usurpando.

In sostanza, secondo la cennata corrente di pensiero, è ricavabile dal sistema una regola generale in base alla quale quando il fatto illecito è fonte di arricchimento per il danneggiante, costui deve risarcire nella misura dell’arricchimento se superiore a quella del danno inferto.

La ratio dell’istituto, ossia dell’arricchimento mediante fatto ingiusto, sarebbe quella di garantire la funzione preventiva del risarcimento, che altrimenti sarebbe vanificata.

Chi prevede che danneggiando un terzo ricava un guadagno maggiore del danno che infligge, e sa che dovrà restituire solo quest’ultimo, sarà portato a danneggiare, avendone comunque un vantaggio, pur dopo aver corrisposto il risarcimento.

La regola dell’arricchimento mediante fatto ingiusto mira ad evitare questo effetto scoraggiando l’illecito proprio attraverso la previsione di restituire l’intero arricchimento ottenuto.

Il danneggiato è in tal modo svincolato dai limiti dell’art. 2041 c.c., che non avrebbe in tal caso carattere sussidiario proprio per la sua coincidenza con il fatto illecito, o meglio la sua interferenza con esso, cosi che la necessità di risarcire nei limiti dell’arricchimento ricavato è il frutto della combinazione delle due norme.

Questa tesi, sostenuta in sede teorica, è però inadeguata al caso de quo, ed in generale lo è anche rispetto al danno aquiliano in genere.

L’insieme delle norme che si sono viste sopra – e come forse più chiaramente si deduce dall’art. 125, comma 3 codice della proprietà industriale, che riconosce al titolare del diritto leso la restituzione degli utili realizzati dall’usurpatore- manifesta un principio diverso da quello, cosi ampio e generale, sopra riferito; ossia manifesta il principio che il profitto dell’autore dell’illecito rileva, nella determinazione del rimedio, quando è realizzato sfruttando indebitamente un diritto altrui, di natura proprietaria o che consente al titolare il godimento e lo sfruttamento del bene, indebitamente sottratto (lo sfruttamento) dal terzo per suo personale profitto.

In sostanza, l’arricchimento è determinante ai fini risarcitori se è frutto di una particolare condotta: quella di sfruttamento indebito di beni o risorse altrui.

In questi casi, infatti, può farsi anche applicazione analogica artt. 1148 c.c., e art. 125, comma 3 codice proprietà industriale.

In ogni altra ipotesi, se si ammettesse rilievo all’arricchimento, il danneggiato lucrerebbe una somma superiore al danno subito.

Ossia, la regola propria dell’illecito civile, secondo cui il risarcimento va commisurato al danno subito dal danneggiato, e non deve essere superiore a questo, potrebbe in ipotesi subire eccezioni quando l’illecito sia connotato dai presupposti propri dell’arricchimento senza causa, che sono, per l’appunto, quelli di una condotta di interferenza nei beni altrui, e di sfruttamento illecito delle loro potenzialità.

Nessuna di queste ipotesi ricorre nel caso trattato dalla pronuncia in commento, nel quale l’arricchimento del gruppo editoriale è consistito nel risparmio realizzato nel non aver sopportato i costi di pubblicazione, ed è un arricchimento che non solo non deriva dallo sfruttamento indebito del diritto altrui, ma è semplicemente insito nell’inadempimento stesso, ossia nella stessa mancata ottemperanza alla sentenza.

 

 

Autore Avv. Luigi Critelli

La legittimazione ad agire dello studio associato per i crediti delle prestazioni dei singoli professionisti.

Il caso

Uno studio associato presentava domanda di ammissione al passivo per un credito da prestazioni professionali con richiesta di applicazione del privilegio ex art. 2751 bis n.2 c.c.

Il giudice delegato ammetteva il credito solo in parte ed al chirografo, osservando che la domanda di insinuazione era stata proposta dallo studio associato e non vi era prova del carattere personale della prestazione; tanto più che dalla documentazione inviata al curatore risultava che molteplici prestazioni non erano state effettuate dal sottoscrittore della domanda, ma da altri componenti dello studio associato. Ne seguiva opposizione da parte dello studio associato.

Il Tribunale di Bolzano dichiarava inammissibile l’opposizione rilevando la mancanza di legittimazione ad agire dello studio associato e sostenendo che dall’opposizione non si desumeva a che titolo lo studio associato fosse legittimato a far valere i crediti del sottoscrittore non essendo stato allegato alcun atto di cessione del credito o l’esistenza di altro rapporto avente efficacia traslativa.
Veniva dunque proposto ricorso in Cassazione.

 

Ragioni della decisione

Con il primo motivo, veniva denunciata la violazione e falsa applicazione dell’art. 36 c.c. deducendosi che il Tribunale sarebbe incorso in errore confondendo la questione, meramente processuale, della legittimazione ad agire in giudizio, con l’effettiva titolarità del rapporto.

Il ricorrente riferiva che nel caso di specie lo studio associato era già stato riconosciuto come soggetto legittimato a far valere, nei confronti del fallimento, il credito per l’attività professionale svolta come da fatture emesse dallo stesso studio associato ed allegate all’insinuazione al passivo: il giudice Delegato aveva invero parzialmente ammesso il credito, escludendo unicamente il riconoscimento del privilegio: oggetto dell’opposizione allo stato passivo, era dunque unicamente la mancata attribuzione del privilegio ex art. 2751 bis c.c..

A fronte di ciò, il Tribunale aveva illegittimamente rilevato d’ufficio il difetto di titolarità del rapporto controverso, vale a dire un elemento afferente al “merito” della controversia, rimesso al potere dispositivo delle parti, che non era stato mai oggetto di contestazione.

Il secondo motivo denunciava la nullità del decreto per violazione dell’art. 112 c.p.c., per avere il Tribunale di Bolzano rilevato d’ufficio la carenza di titolarità del rapporto giuridico controverso in capo allo studio associato.

In buona sostanza, il ricorrente lamentava che il Tribunale avesse erroneamente affermato, con rilievo d’ufficio, la carenza di legittimazione processuale dello studio associato, confondendo la situazione meramente processuale della legittimazione ad agire, con l’effettiva titolarità del rapporto oggetto di causa, che costituisce questione di merito.

Entrambi i motivi, strettamente connessi ed in parte coincidenti, sono stati ritenuti fondati.

Secondo il consolidato indirizzo della Suprema Corte, l’associazione professionale costituisce un centro autonomo di imputazione e di interessi rispetto ai singoli professionisti che vi si associano (Cass. 8853/2007; 17683/2010) ponendo altresì in evidenza che, ai sensi dell’art. 36 c.c., l’ordinamento interno e l’amministrazione delle associazioni non riconosciute sono regolati dagli accordi tra gli associati, che ben possono attribuire all’associazione la legittimazione a stipulare contratti e ad acquisire la titolarità di rapporti poi delegati ai singoli aderenti e da essi personalmente curati; in tal caso sussiste legittimazione attiva dello studio professionale associato – cui la legge attribuisce la capacità di porsi come autonomo centro d’imputazione di rapporti giuridici rispetto ai crediti per le prestazioni svolte dai singoli professionisti a favore del cliente conferente l’incarico, in quanto il fenomeno associativo tra professionisti può non essere univocamente finalizzato alla divisione delle spese ed alla gestione congiunta dei proventi (Cass. 6285/2016).

E’ stato al riguardo precisato che la domanda di insinuazione al passivo proposta da uno studio associato fa presumere l’esclusione della personalità del rapporto d’opera professionale da cui quel credito è derivato e dunque l’insussistenza dei presupposti per il riconoscimento del privilegio in oggetto, salva l’allegazione e la prova, a titolo esemplificativo, di un accordo tra gli associati che preveda la cessione all’associazione del credito al compenso per la prestazione professionale che ha in tal caso natura personale e quindi privilegiata.

Nel caso di specie, era pacifica tanto la proposizione dell’insinuazione al passivo fallimentare da parte dello studio associato quanto la parziale ammissione del medesimo studio associato al passivo del fallimento il quale aveva successivamente proposto opposizione ex art. 98 L.F. al solo fine del  riconoscimento del privilegio.

Sulla legittimazione processuale ad agire dello studio associato, in assenza di impugnazione della curatela, si era dunque formato il “giudicato endofallimentare”.

Ed invero, nel giudizio di verificazione del passivo è pienamente efficace la regola del giudicato endofallimentare ex art. 96 L. Fall. sicchè, ove il creditore, ammesso al passivo in collocazione chirografaria, abbia opposto il decreto di esecutività per il mancato riconoscimento del privilegio richiesto senza che, nel conseguente giudizio di opposizione, il curatore si sia costituito ed abbia contestato l’ammissibilità stessa del credito, il giudice dell’opposizione non può, “ex officio”, prendere nuovamente in considerazione la questione relativa all’ammissione del credito ed escluderlo dallo stato passivo in base ad una rivalutazione dei fatti già oggetto di quel provvedimento, essendo l’ammissione coperta dal predetto giudicato (Cass. 6524 del 2017; 25640 del 2017).

Da ciò discende che la legittimazione ad impugnare il provvedimento di esclusione del privilegio spettava (solo) allo studio associato, il quale aveva proposto l’insinuazione ed era stato dunque parte del processo concluso con la pronuncia impugnata.

Il decreto impugnato è stato dunque cassato e la causa va rinviata al tribunale di Bolzano in diversa composizione.

 

Autore Avv. Luigi Critelli

CASO FOODORA: RICORSO RESPINTO DALLA SUPREMA CORTE

IL CASO

Il caso è noto. Cinque riders hanno convenuto in giudizio la Digital Services XXXVI Italy s.r.l. (Foodora) chiedendo l’accertamento  della  costituzione  tra  le  parti  di  un  ordinario rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, con condanna della predetta società alla corresponsione di differenze retributive, al ripristino del rapporto di lavoro, al pagamento delle retribuzioni maturate dalla data del licenziamento a quella dell’effettiva ricostituzione, al risarcimento del danno subito per la violazione della normativa in materia di privacy sia per quanto concerne l’accesso ai dati personali che per quanto concerne il controllo a distanza nonché al risarcimento del danno subito per la mancanza di un’adeguata tutela antinfortunistica.

IL PROCESSO

Alla prima pronuncia sfavorevole -per i ricorrenti- del Tribunale di Torino, seguiva la nota sentenza n.26 del 4.02.2019 della Corte d’Appello piemontese con cui veniva confermata la negazione della natura subordinata del rapporto di lavoro (considerata l’assenza dell’obbligatorietà della prestazione), del ripristino del rapporto lavorativo e della condanna di Foodora al risarcimento delle plurime voci di danno lamentate dai ricorrenti ma nel contempo riconosciuta l’applicazione dell’art. 2 del D.lgs. 81/2015, in allora vigente, secondo cui “A far data dal 1° gennaio 2016, si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro”.

Secondo il Giudice di secondo grado la norma individuerebbe un terzo genere -frapposto tra il rapporto di lavoro subordinato di cui all’art. 2094 c.c. e la collaborazione come prevista dall’art. 409 n.3 c.p.c.- fondato sul potere di etero-organizzazione in capo al committente avente ad oggetto le modalità di esecuzione della prestazione lavorativa del collaboratore (tempi e luoghi di lavoro) e dalla necessaria integrazione funzionale del lavoratore nella organizzazione produttiva del committente.

Si avrebbe così la tripartizione tra l’esercizio del potere gerarchico-disciplinare- direttivo che caratterizza il rapporto di lavoro subordinato ex art. 2094 c.c. (in cui il prestatore è comunque tenuto all’obbedienza), l’etero-organizzazione produttiva del committente che ha le caratteristiche sopra indicate (e rientra nella previsione di cui all’articolo 2 del D.lgs. n.81/2015) e la collaborazione coordinata ex art 409 n.3 c.p.c. in cui è il collaboratore che pur coordinandosi con il committente organizza autonomamente la propria attività lavorativa.

La Corte d’Appello concludeva altresì nel riconoscere alla prestazione lavorativa il carattere della “continuatività”.

All’applicazione dell’art. 2 dlgs 81/2015 conseguiva il diritto dei ciclofattorini di vedersi corrispondere quanto maturato in relazione alla attività lavorativa effettivamente prestata sulla base della retribuzione, diretta, indiretta e differita stabilita per i dipendenti del V livello CCNL logistica trasporto merci, dedotto quanto percepito oltre interessi e rivalutazione monetaria dal dovuto al saldo.

Lo scorso 24 gennaio, la Corte di Cassazione, con sentenza n.1663, ha respinto il gravame proposto da Foodora confermando le statuizioni della Corte d’Appello.

Il ragionamento della Suprema Corte ha ripercorso in primo luogo le diverse soluzioni interpretative in materia:

  1. a) riconoscere alle prestazioni rese dai lavoratori delle piattaforme digitali i tratti della subordinazione sia pure ammodernata ed evoluta
  2. b) sancire l’esistenza di una nuova figura intermedia tra subordinazione e autonomia caratterizzata dall’etero-organizzazione e che troverebbe nel D.Lgs. n. 81 del 2015, art. 2, comma 1, il paradigma legale (teoria del tertium genus o del lavoro etero-organizzato)
  3. c) assimilare tali figure al lavoro autonomo che, seppure diversificate, sarebbero tutte riconducibili in una nozione ampia di parasubordinazione
  4. d) applicare, con approccio “rimediale”, una tutela “rafforzata” nei confronti di alcune tipologie di lavoratori (quali quelli delle piattaforme digitali considerati “deboli”) cui estendere le tutele dei lavoratori subordinati senza formulare alcuna loro qualificazione

La via seguita dalla Corte d’Appello di Torino ovvero l’introduzione di un tertium genus avente caratteristiche tanto del lavoro subordinato quanto di quello autonomo, ma contraddistinto da una propria identità, sia a livello morfologico, che funzionale e regolamentare con applicazione selettiva delle tutele del lavoro subordinato non ha convinto la Suprema Corte la quale ha affermato che la norma di cui si discute si inserirebbe in una serie di interventi normativi finalizzati ad approntare discipline il più possibile adeguate alle profonde e rapide trasformazioni conosciute negli ultimi decenni nel mondo del lavoro, anche per effetto delle innovazioni tecnologiche.

In attuazione della delega di cui alla L. n. 183 del 2014, cui sono seguiti i decreti delegati dei quali fa parte il D.Lgs. n. 81 del 2015, e che vanno sotto il nome di Jobs Act, il legislatore delegato, dopo aver indicato nel lavoro subordinato a tempo indeterminato il modello di riferimento nella gestione dei rapporti di lavoro, avrebbe infatti affrontato il tema del lavoro “flessibile” inteso come tale in relazione alla durata della prestazione (part-time e lavoro intermittente o a chiamata), alla durata del vincolo contrattuale (lavoro a termine), alla presenza di un intermediario (lavoro in somministrazione), al contenuto anche formativo dell’obbligo contrattuale (apprendistato), nonchè all’assenza di un vincolo contrattuale (lavoro accessorio).

 

Il legislatore, consapevole della complessità e varietà delle nuove forme di lavoro e della difficoltà di ricondurle ad unità tipologica si sarebbe dunque limitato a valorizzare taluni indici fattuali ritenuti significativi (personalità, continuità, etero-organizzazione) e sufficienti a giustificare l’applicazione della disciplina dettata per il rapporto di lavoro subordinato, esonerando da ogni ulteriore indagine il giudice in caso di concorrenza di tali elementi nella fattispecie concreta.

In tale prospettiva, secondo la Cassazione, non vi sarebbe utilità ad interrogarsi sul se tali forme di collaborazione, così connotate e di volta in volta offerte dalla realtà economica in rapida e costante evoluzione, siano collocabili nel campo della subordinazione ovvero dell’autonomia, perchè ciò che conta è che per esse, in una terra di mezzo dai confini labili, l’ordinamento ha statuito espressamente l’applicazione delle norme sul lavoro subordinato, disegnando una norma di disciplina.

Si tratterebbe di una scelta di politica legislativa volta ad assicurare al lavoratore la stessa protezione di cui gode il lavoro subordinato, in coerenza con l’approccio generale della riforma, al fine di tutelare prestatori evidentemente ritenuti in condizione di “debolezza” economica, operanti in una “zona grigia” tra autonomia e subordinazione, ma considerati meritevoli comunque di una tutela omogenea.

Non è stato dunque ritenuto necessario inquadrare la fattispecie litigiosa, come invece compiuto dalla Corte di Appello di Torino, in un tertium genus, intermedio tra autonomia e subordinazione, con la conseguente esigenza di selezionare la disciplina applicabile.

Più semplicemente, al verificarsi delle caratteristiche delle collaborazioni individuate dal D.Lgs. n. 81 del 2015, art. 2, comma 1, la legge ricollegherebbe imperativamente l’applicazione della disciplina della subordinazione.

La soluzione appena descritta ha peraltro consentito alla Corte di respingere la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2 ove interpretato come norma di fattispecie ovvero come norma idonea a produrre effetti giuridici e a dar vita a un terzo genere di rapporto lavorativo, a metà tra la subordinazione e la collaborazione coordinata e continuativa.

La ricorrente osservava infatti che la delega contenuta nella L. n. 183 del 2014, avrebbe autorizzato il legislatore delegato a riordinare le tipologie contrattuali esistenti, ma non a crearne di nuove.

Se interpretato nei termini tracciati dalla Corte d’Appello di Torino, l’art. 2 si sarebbe posto dunque in contrasto con l’art. 76 Cost., in quanto esso avrebbe violato i limiti posti dal legislatore delegante.

CONCLUSIONI

Alla luce di tutto quanto sopra premesso e, in particolar modo, di tal ultimo tema trattato dalla sentenza, parrebbe generarsi il sospetto che la Suprema Corte, che in plurimi passaggi della propria decisione si è comunque espressa con termini inequivoci quali “zona grigia” o “terra di mezzo dai confini labili”, avesse in realtà rigettato la tesi del tertium genus e determinato la propria decisione di prevedere sic et simpliciter una tutela “rafforzata” nei confronti di alcune tipologie di lavoratori (quali quelli delle piattaforme digitali considerati “deboli”) cui estendere le tutele dei lavoratori subordinati senza formulare alcuna loro qualificazione al solo fine di escludere di dover necessariamente affrontare il tema dalla stessa ritenuto non infondato della probabile illegittimità costituzionale dell’art. 2 quale norma di fattispecie idonea a produrre effetti giuridici e a dar vita a un terzo genere di rapporto lavorativo, a metà tra la subordinazione e la collaborazione coordinata e continuativa.

In realtà, il convincimento della Suprema Corte si rivela autentico e coerente considerato che non solo ha negato la riconduzione dell’ipotesi prevista dall’art. 2, comma 1, d.lgs. n. 81 del 2015 a un tertium genus, intermedio tra la subordinazione ed il lavoro autonomo ma è giunto persino a non condividere quanto affermato dalla Corte d’appello circa la necessità di selezionare le norme sulla subordinazione da applicare con conseguente conferma del dispositivo della sentenza impugnata dettata unicamente dall’assenza di proposizione di ricorso incidentale da parte dei lavoratori in ordine al mancato riconoscimento delle residue tutele proprie della disciplina del rapporto di lavoro subordinato negate dalla Corte d’Appello di Torino.

All’opposto, il tertium genus riscontrato dalla Corte d’Appello di Torino avrebbe dovuto ritenersi sussistente, quanto meno per gli effetti, anche per la Corte di Cassazione restando infatti inalterato il dato dell’applicazione parziale e selettiva delle tutele del lavoro subordinato e la conseguente caratterizzazione, di fatto, di una figura lavorativa distinta ed intermedia -per etero-organizzazione e tutele- tra la subordinazione ed il lavoro autonomo.

 

 

  Autore Avv. Luigi Critelli

 

 

 

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