In caso di esito positivo della messa alla prova è illegittima la confisca del veicolo per il reato di guida in stato di ebbrezza.

La questione

Con la sentenza n. 75/2020 la Corte Costituzionale ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale dell’art. 224-ter, comma 6, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (nuovo Codice della Strada), nella parte in cui prevede che il prefetto verifica la sussistenza delle condizioni di legge per l’applicazione della sanzione amministrativa accessoria della confisca del veicolo, anziché disporne la restituzione all’avente diritto, in caso di estinzione del reato di guida sotto l’influenza dell’alcool per esito positivo della messa alla prova”.

La questione, ritenuta fondata dalla Corte, traeva le mosse dalla notevole differenza di trattamento, in tema di confisca del veicolo, tra chi, accusato del reato di guida in stato di ebbrezza, chiedeva la sostituzione della pena detentiva e pecuniaria prevista dall’art. 186 C.d.S. con quella del Lavoro di Pubblica Utilità, “consistente nella prestazione di un’attività non retribuita a favore della collettività da svolgere, in via prioritaria, nel campo della sicurezza e dell’educazione stradale presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni o presso enti o organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato, o presso i centri specializzati di lotta alle dipendenze” e chi, invece, davanti alla medesima contestazione, chiedeva la sospensione del processo con messa alla prova, la cui concessione è, ai sensi dell’art. 168-bis C.P., “subordinata alla prestazione di lavoro di pubblica utilità”.

Il ricorso dell’imputato al secondo istituto – tendenzialmente motivato dall’impossibilità di accedere al primo per i motivi ostativi citati dall’art. 186 C.d.S. (l’aver provocato un incidente stradale e/o l’aver già usufruito dei Lavori di Pubblica Utilità) – comporta(va) conseguenze maggiormente pregiudizievoli per lo stesso in merito all’applicazione delle sanzioni amministrative accessorie della sospensione della patente e della confisca del veicolo.

Mentre, infatti, in caso di svolgimento positivo del Lavoro di Pubblica Utilità, il giudice dichiara estinto il reato, disponendo la riduzione alla metà della sanzione della sospensione della patente e la revoca della confisca del veicolo sequestrato, ai sensi dell’art. 168-ter C.P. l’esito positivo della messa alla prova, pur estinguendo anch’esso il reato per cui si procede, “non pregiudica l’applicazione delle sanzioni amministrative accessorie”.

Ai sensi del previgente testo dell’art. 224-ter C.d.S., in caso di estinzione del reato il potere di verifica in merito alla sussistenza o meno delle condizioni di legge per l’applicazione delle sanzioni amministrative  accessorie passava, quindi, dal giudice penale al prefetto.

Con la sentenza in commento, il “Giudice delle Leggi” ha aderito alla prospettazione secondo cui appariva manifestamente irragionevole che, in caso di estinzione del reato per svolgimento positivo dei Lavori di Pubblica Utilità, il giudice dovesse obbligatoriamente revocare la confisca del veicolo mentre, viceversa, in caso di estinzione del reato per esito positivo della messa alla prova, egli dovesse trasmettere gli atti al prefetto, affinché quest’ultimo disponesse la confisca in caso di sussistenza delle condizioni di legge.

In pratica, all’esito (positivo) di prestazioni analoghe ed a fronte della medesima conseguenza dell’estinzione del reato, potevano corrispondere esiti totalmente opposti in merito alla confisca del veicolo. Non solo ma, come rilevato dalla Corte, un eventuale provvedimento negativo (la confisca) conseguiva all’esito di “una misura più articolata ed impegnativa dell’altra”, ossia la messa alla prova.

 

I dubbi irrisolti

Sebbene la Corte Costituzionale abbia limitato il proprio intervento ad un “microsistema” creato all’interno del Codice della Strada in merito al reato di guida in stato di ebbrezza, sottolineando espressamente la mancata interferenza con detto sistema della già citata disposizione dell’art. 168-ter C.P., secondo cui l’estinzione del reato per esito positivo della messa alla prova non pregiudica l’applicazione delle sanzioni amministrative accessorie, è logico interrogarsi sulla coerenza e ragionevolezza del quadro normativo delineato dalla sentenza n. 75/2020.

Innanzitutto, la coerenza del “microsistema” dovrebbe portare ad analoga pronuncia di illegittimità costituzionale dell’art. 224-ter, comma 6, C.d.S. in relazione al reato di guida in stato di alterazione psico-fisica per uso di sostanze stupefacenti, per il quale è altresì prevista, ai sensi del comma 8-bis dell’art. 187 C.d.S., la possibilità di chiedere la sostituzione delle pene con i Lavori di Pubblica Utilità (oltre che la possibilità di chiedere la messa alla prova).

Con il sistema delineato dalla Corte Costituzionale si avranno poi, sempre in tema di confisca del veicolo, conseguenze opposte all’esito delle messe alla prova richieste per i reati di guida sotto l’influenza dell’alcool (o, nel caso di nuova pronuncia di incostituzionalità, in stato di alterazione psico-fisica per uso di sostanze stupefacenti) rispetto a quelle richieste per tutti gli altri reati (diversi da quelli previsti dal Codice della Strada) per la cui commissione è stato utilizzato un veicolo (fattispecie per la quale, ai sensi del nuovo comma dell’art. 213 C.d.S., “è sempre disposta la confisca del veicolo”).

 

Conclusioni

Occorrerà pertanto attendere le eventuali future eccezioni di legittimità costituzionale delle norme relative alla sopravvivenza delle sanzioni amministrative accessorie all’estinzione dei reati per esito positivo della messa alla prova onde comprendere come la Corte Costituzionale saprà motivare la ragionevolezza o l’irragionevolezza dei differenti trattamenti riservati a coloro i quali accederanno a tale istituto.

 

Autore Avv. Federico Caporale

Etilometro e suo funzionamento: un onere per chi?

Si segnala un’interessante evoluzione giurisprudenziale in materia di violazioni stradali per guida in stato di ebbrezza ex art. 186 C.d.S. con particolare riferimento alla strumentazione etilometrica utilizzata nei controlli e finalizzata alla contestazione del reato.

Di recente, infatti, la Corte di Cassazione, ha radicalmente modificato il proprio consolidato orientamento in materia, stabilendo come costituisca onere della Pubblica Accusa fornire la prova in ordine al regolare funzionamento dell’etilometro, della sua omologazione e della sua sottoposizione a revisione (Cass. Pen., sez. IV, sentenza n. 38618/2019).

Si tratta di un importante ed atteso approdo giurisprudenziale che si inserisce come rilevante novità in materia di circolazione stradale.

Il panorama precedente.

Prima dei recenti interventi, le contestazioni in materia partivano da una presunzione di fondo del corretto funzionamento della strumentazione in uso alle Forze dell’Ordine.

Pur con i correttivi della tollerabilità di un range di errore della macchina, l’orientamento consolidato della Corte di Cassazione ravvisava in capo all’imputato l’onere di fornire una prova contraria in ordine al malfunzionamento della strumentazione oppure l’utilizzo di una errata metodologia nell’esecuzione dell’aspirazione.

Così facendo, tuttavia, il tutto si risolveva in una sostanziale impossibilità per l’imputato di provare tali mancanze o difetti, integrando quella che comunemente viene definita una “probatio diabolica”.

Questo anche perché il regolamento di esecuzione ed attuazione del Codice della Strada non ha mai previsto ipotesi di inutilizzabilità delle prove acquisite, limitandosi ad indicare quali siano le verifiche necessarie ai fini dell’omologazione dell’etilometro.

L’intervento della Corte Costituzionale.

E’ questo il contesto normativo ed interpretativo nel quale si inserisce l’intervento della Corte Costituzionale che nel 2015 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 45 comma 6 del Codice della Strada “nella parte in cui non prevedeva che tutte le apparecchiature impiegate nell’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità (c.d. autovelox) fossero sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura, così esonerando, secondo l’interpretazione datane dal diritto vivente, gli utilizzatori dall’obbligo di verifica periodica di funzionamento e taratura delle apparecchiature” (C. Cost. sentenza n. 113/2015).

Il principio di razionalità veniva così ad essere richiamato sia in termini di razionalità formale (come principio logico di non contraddizione) sia in termini di razionalità pratica (per la nota usura ed invecchiamento dei macchinari che determinano l’esigenza di controlli periodici sul funzionamento).

Con riferimento, quindi, quindi agli autovelox già nel 2015 la Corte Costituzionale aveva esonerato l’automobilista dall’onere di provarne il malfunzionamento, che rendeva prima di allora non superabile la presunzione di funzionamento.

I passi avanti in sede civile.

Dobbiamo attendere il 2019 perché questo orientamento della Corte Costituzionale venga fatto proprio dalla Corte di Cassazione, prima dalle Sezioni civili che per prime hanno ritenuto applicabili i principi emanati con riguardo agli autovelox anche alla strumentazione etilometrica.

La Cassazione, infatti, riconosceva in capo all’Amministrazione l’onere di dimostrare il corretto funzionamento – e quindi l’attendibilità del risultato – dello strumento di misurazione “siccome attinente al fatto costitutivo della pretesa sanzionatoria” (Cass. Civ., sez. VI, ord. n. 1921 del 24.01.2019).

Viene così ad essere ribaltato l’onere della prova, riconoscendo l’impossibilità per l’automobilista di provare circostanze di fatto per lui impossibili da verificare.

La novità della sentenza n. 38618 del 19.09.2019.

È in questo contesto innovativo che si inserisce la recente pronuncia della Suprema Corte che ha rivoluzionato il panorama, ribaltando completamente l’onere probatorio e costituendo importante novità e spunto difensivo.

La finalità espressa è stata quella di scongiurare il rischio di una “evidente ed irragionevole distonia” – per usare le parole della Corte – “in particolare tra i settori civile, amministrativo e penale, nella parte in cui l’onere della prova del funzionamento dell’etilometro spetterebbe alla pubblica amministrazione in sede civile e all’imputato in sede penale”.

Nel risolvere la questione, la Corte ha radicalmente ribaltato il proprio orientamento ed enunciato il principio di diritto per cui “in tema di guida in stato di ebbrezza, allorquando l’alcoltest risulti positivo, costituisce onere della pubblica accusa fornire la prova del regolare funzionamento dell’etilometro, della sua omologazione e della sua sottoposizione a revisione”.

L’importanza del renvironment della Corte è di assoluto rilievo atteso che finalmente si è riconosciuto il vulnus difensivo che una prova diabolica rappresentava in capo all’imputato, costretto ad accettare una sostanziale presunzione di corretto funzionamento ed adeguamento della strumentazione nell’impossibilità concreta di poter fornire prova contraria.

Il diritto di difesa ha oggi una nuova e concreta possibilità di esternazione ed applicazione.

 

 

 

  Autrice Avv. Chiara Luciani

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