CASO FOODORA: RICORSO RESPINTO DALLA SUPREMA CORTE

IL CASO

Il caso è noto. Cinque riders hanno convenuto in giudizio la Digital Services XXXVI Italy s.r.l. (Foodora) chiedendo l’accertamento  della  costituzione  tra  le  parti  di  un  ordinario rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, con condanna della predetta società alla corresponsione di differenze retributive, al ripristino del rapporto di lavoro, al pagamento delle retribuzioni maturate dalla data del licenziamento a quella dell’effettiva ricostituzione, al risarcimento del danno subito per la violazione della normativa in materia di privacy sia per quanto concerne l’accesso ai dati personali che per quanto concerne il controllo a distanza nonché al risarcimento del danno subito per la mancanza di un’adeguata tutela antinfortunistica.

IL PROCESSO

Alla prima pronuncia sfavorevole -per i ricorrenti- del Tribunale di Torino, seguiva la nota sentenza n.26 del 4.02.2019 della Corte d’Appello piemontese con cui veniva confermata la negazione della natura subordinata del rapporto di lavoro (considerata l’assenza dell’obbligatorietà della prestazione), del ripristino del rapporto lavorativo e della condanna di Foodora al risarcimento delle plurime voci di danno lamentate dai ricorrenti ma nel contempo riconosciuta l’applicazione dell’art. 2 del D.lgs. 81/2015, in allora vigente, secondo cui “A far data dal 1° gennaio 2016, si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro”.

Secondo il Giudice di secondo grado la norma individuerebbe un terzo genere -frapposto tra il rapporto di lavoro subordinato di cui all’art. 2094 c.c. e la collaborazione come prevista dall’art. 409 n.3 c.p.c.- fondato sul potere di etero-organizzazione in capo al committente avente ad oggetto le modalità di esecuzione della prestazione lavorativa del collaboratore (tempi e luoghi di lavoro) e dalla necessaria integrazione funzionale del lavoratore nella organizzazione produttiva del committente.

Si avrebbe così la tripartizione tra l’esercizio del potere gerarchico-disciplinare- direttivo che caratterizza il rapporto di lavoro subordinato ex art. 2094 c.c. (in cui il prestatore è comunque tenuto all’obbedienza), l’etero-organizzazione produttiva del committente che ha le caratteristiche sopra indicate (e rientra nella previsione di cui all’articolo 2 del D.lgs. n.81/2015) e la collaborazione coordinata ex art 409 n.3 c.p.c. in cui è il collaboratore che pur coordinandosi con il committente organizza autonomamente la propria attività lavorativa.

La Corte d’Appello concludeva altresì nel riconoscere alla prestazione lavorativa il carattere della “continuatività”.

All’applicazione dell’art. 2 dlgs 81/2015 conseguiva il diritto dei ciclofattorini di vedersi corrispondere quanto maturato in relazione alla attività lavorativa effettivamente prestata sulla base della retribuzione, diretta, indiretta e differita stabilita per i dipendenti del V livello CCNL logistica trasporto merci, dedotto quanto percepito oltre interessi e rivalutazione monetaria dal dovuto al saldo.

Lo scorso 24 gennaio, la Corte di Cassazione, con sentenza n.1663, ha respinto il gravame proposto da Foodora confermando le statuizioni della Corte d’Appello.

Il ragionamento della Suprema Corte ha ripercorso in primo luogo le diverse soluzioni interpretative in materia:

  1. a) riconoscere alle prestazioni rese dai lavoratori delle piattaforme digitali i tratti della subordinazione sia pure ammodernata ed evoluta
  2. b) sancire l’esistenza di una nuova figura intermedia tra subordinazione e autonomia caratterizzata dall’etero-organizzazione e che troverebbe nel D.Lgs. n. 81 del 2015, art. 2, comma 1, il paradigma legale (teoria del tertium genus o del lavoro etero-organizzato)
  3. c) assimilare tali figure al lavoro autonomo che, seppure diversificate, sarebbero tutte riconducibili in una nozione ampia di parasubordinazione
  4. d) applicare, con approccio “rimediale”, una tutela “rafforzata” nei confronti di alcune tipologie di lavoratori (quali quelli delle piattaforme digitali considerati “deboli”) cui estendere le tutele dei lavoratori subordinati senza formulare alcuna loro qualificazione

La via seguita dalla Corte d’Appello di Torino ovvero l’introduzione di un tertium genus avente caratteristiche tanto del lavoro subordinato quanto di quello autonomo, ma contraddistinto da una propria identità, sia a livello morfologico, che funzionale e regolamentare con applicazione selettiva delle tutele del lavoro subordinato non ha convinto la Suprema Corte la quale ha affermato che la norma di cui si discute si inserirebbe in una serie di interventi normativi finalizzati ad approntare discipline il più possibile adeguate alle profonde e rapide trasformazioni conosciute negli ultimi decenni nel mondo del lavoro, anche per effetto delle innovazioni tecnologiche.

In attuazione della delega di cui alla L. n. 183 del 2014, cui sono seguiti i decreti delegati dei quali fa parte il D.Lgs. n. 81 del 2015, e che vanno sotto il nome di Jobs Act, il legislatore delegato, dopo aver indicato nel lavoro subordinato a tempo indeterminato il modello di riferimento nella gestione dei rapporti di lavoro, avrebbe infatti affrontato il tema del lavoro “flessibile” inteso come tale in relazione alla durata della prestazione (part-time e lavoro intermittente o a chiamata), alla durata del vincolo contrattuale (lavoro a termine), alla presenza di un intermediario (lavoro in somministrazione), al contenuto anche formativo dell’obbligo contrattuale (apprendistato), nonchè all’assenza di un vincolo contrattuale (lavoro accessorio).

 

Il legislatore, consapevole della complessità e varietà delle nuove forme di lavoro e della difficoltà di ricondurle ad unità tipologica si sarebbe dunque limitato a valorizzare taluni indici fattuali ritenuti significativi (personalità, continuità, etero-organizzazione) e sufficienti a giustificare l’applicazione della disciplina dettata per il rapporto di lavoro subordinato, esonerando da ogni ulteriore indagine il giudice in caso di concorrenza di tali elementi nella fattispecie concreta.

In tale prospettiva, secondo la Cassazione, non vi sarebbe utilità ad interrogarsi sul se tali forme di collaborazione, così connotate e di volta in volta offerte dalla realtà economica in rapida e costante evoluzione, siano collocabili nel campo della subordinazione ovvero dell’autonomia, perchè ciò che conta è che per esse, in una terra di mezzo dai confini labili, l’ordinamento ha statuito espressamente l’applicazione delle norme sul lavoro subordinato, disegnando una norma di disciplina.

Si tratterebbe di una scelta di politica legislativa volta ad assicurare al lavoratore la stessa protezione di cui gode il lavoro subordinato, in coerenza con l’approccio generale della riforma, al fine di tutelare prestatori evidentemente ritenuti in condizione di “debolezza” economica, operanti in una “zona grigia” tra autonomia e subordinazione, ma considerati meritevoli comunque di una tutela omogenea.

Non è stato dunque ritenuto necessario inquadrare la fattispecie litigiosa, come invece compiuto dalla Corte di Appello di Torino, in un tertium genus, intermedio tra autonomia e subordinazione, con la conseguente esigenza di selezionare la disciplina applicabile.

Più semplicemente, al verificarsi delle caratteristiche delle collaborazioni individuate dal D.Lgs. n. 81 del 2015, art. 2, comma 1, la legge ricollegherebbe imperativamente l’applicazione della disciplina della subordinazione.

La soluzione appena descritta ha peraltro consentito alla Corte di respingere la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2 ove interpretato come norma di fattispecie ovvero come norma idonea a produrre effetti giuridici e a dar vita a un terzo genere di rapporto lavorativo, a metà tra la subordinazione e la collaborazione coordinata e continuativa.

La ricorrente osservava infatti che la delega contenuta nella L. n. 183 del 2014, avrebbe autorizzato il legislatore delegato a riordinare le tipologie contrattuali esistenti, ma non a crearne di nuove.

Se interpretato nei termini tracciati dalla Corte d’Appello di Torino, l’art. 2 si sarebbe posto dunque in contrasto con l’art. 76 Cost., in quanto esso avrebbe violato i limiti posti dal legislatore delegante.

CONCLUSIONI

Alla luce di tutto quanto sopra premesso e, in particolar modo, di tal ultimo tema trattato dalla sentenza, parrebbe generarsi il sospetto che la Suprema Corte, che in plurimi passaggi della propria decisione si è comunque espressa con termini inequivoci quali “zona grigia” o “terra di mezzo dai confini labili”, avesse in realtà rigettato la tesi del tertium genus e determinato la propria decisione di prevedere sic et simpliciter una tutela “rafforzata” nei confronti di alcune tipologie di lavoratori (quali quelli delle piattaforme digitali considerati “deboli”) cui estendere le tutele dei lavoratori subordinati senza formulare alcuna loro qualificazione al solo fine di escludere di dover necessariamente affrontare il tema dalla stessa ritenuto non infondato della probabile illegittimità costituzionale dell’art. 2 quale norma di fattispecie idonea a produrre effetti giuridici e a dar vita a un terzo genere di rapporto lavorativo, a metà tra la subordinazione e la collaborazione coordinata e continuativa.

In realtà, il convincimento della Suprema Corte si rivela autentico e coerente considerato che non solo ha negato la riconduzione dell’ipotesi prevista dall’art. 2, comma 1, d.lgs. n. 81 del 2015 a un tertium genus, intermedio tra la subordinazione ed il lavoro autonomo ma è giunto persino a non condividere quanto affermato dalla Corte d’appello circa la necessità di selezionare le norme sulla subordinazione da applicare con conseguente conferma del dispositivo della sentenza impugnata dettata unicamente dall’assenza di proposizione di ricorso incidentale da parte dei lavoratori in ordine al mancato riconoscimento delle residue tutele proprie della disciplina del rapporto di lavoro subordinato negate dalla Corte d’Appello di Torino.

All’opposto, il tertium genus riscontrato dalla Corte d’Appello di Torino avrebbe dovuto ritenersi sussistente, quanto meno per gli effetti, anche per la Corte di Cassazione restando infatti inalterato il dato dell’applicazione parziale e selettiva delle tutele del lavoro subordinato e la conseguente caratterizzazione, di fatto, di una figura lavorativa distinta ed intermedia -per etero-organizzazione e tutele- tra la subordinazione ed il lavoro autonomo.

 

 

  Autore Avv. Luigi Critelli

 

 

 

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