IL CONTRATTO DI FRANCHISING

Cosa si intende per contratto di franchising

Per franchising (dal francese franchise, franchigia o privilegio) s’intende una forma di collaborazione continuativa per la commercializzazione di beni e/o servizi, tra un imprenditore – detto affiliante o franchisor – e uno o più imprenditori – detti affiliati o franchisee – economicamente e giuridicamente indipendenti. Tale contratto trova un’organica disciplina nella L. n. 129 del 06.05.2004.

Affiliante e affiliato stipulano un apposito contratto, con il quale si impegnano al rispetto di reciproci obblighi: l’affiliante – dietro corrispettivo – concede all’affiliato l’utilizzazione della propria formula commerciale, unitamente ad altre prestazioni e forme di assistenza atte a consentire allo stesso la gestione della propria attività con la medesima immagine dell’impresa affiliante. L’affiliato, viceversa, s’impegna a far proprie la politica commerciale e l’immagine dell’affiliante nell’interesse reciproco delle parti medesime e del consumatore finale.

Il successo del franchising

Nonostante le diverse condizioni generate dall’emergenza pandemica, il modello di franchising ha dimostrato una solida capacità di tenuta e adattamento, risultando oggi una scelta vincente. Infatti, secondo il Rapporto 2021 condotto da Assofranchising (Associazione Italiana del Franchising), il giro d’affari del franchising in Italia ha raggiunto i 27 miliardi di euro, con un incremento del 3,5% rispetto al 2019. Non solo, negli ultimi dieci anni, lo sviluppo delle imprese in franchising è raddoppiato, raggiungendo quota 877 imprese rispetto alle circa 400 dell’anno 2000. Tra i settori maggiormente attivi vi sono il Settore dei Servizi ai privati e alle imprese, il Settore dell’Abbigliamento ed il Settore della GDO. Quest’ultimo, pur avendo subito un calo significativo nella costituzione di nuove reti di franchising a seguito dell’epidemia da Covid-19, genera ad oggi oltre 9 miliardi di fatturato.

 

I vantaggi di aprire un franchising

I vantaggi per il soggetto che decide di intraprendere un’attività in franchising sono ampiamente noti. In estrema sintesi, l’affiliato – grazie alla riconoscibilità del marchio, alla consolidata reputazione aziendale, alla clientela già fidelizzata e all’assistenza continua da parte del franchisor – ha la garanzia di un agevole accesso al capitale e di una rapida espansione commerciale. In questo modo, la possibilità di inserirsi sul mercato avviene con costi e rischi notevolmente ridotti. D’altro canto, anche i vantaggi per il franchisor sono diversi: l’azienda madre, attraverso l’affiliazione commerciale di nuovi franchisee, radica la propria presenza attiva sul mercato, intensificando la distribuzione dei prodotti e valorizzando il proprio marchio con minori costi rispetto ai canali tradizionali di vendita.

Conclusione

È, dunque, di tutta evidenza il successo che un soggetto può ottenere dalla progettazione e messa a regime di sistemi di franchising. In tale contesto, è però opportuno, da un lato, che l’affiliato raccolga il maggior numero di informazioni sull’azienda madre, e dall’altro, che in sede di trattativa con il franchisor e di valutazione dell’affiliazione commerciale proposta si avvalga di un supporto professionale adeguato, in modo tale da acquisire tutti gli elementi utili prima della stipula del contratto. In tal modo è possibile assicurarsi, ad esempio, che il contratto non contenga clausole vessatorie e/o compromissorie, che il business plan non riporti dati erronei e che il know-how trasmesso dal franchisor si riveli del tutto evanescente. Ciò è tanto più importante laddove si consideri che l’affiliato in franchising risponde interamente della propria attività, in quanto imprenditore soggetto al rischio d’impresa.

 

 

virginia viale Autrice Virginia Viale

Intrasmissibilità per via negoziale dell’atto amministrativo abilitativo.

Irrilevanza, ai fini della determinazione del soggetto passivo del tributo TOSAP, dell’occupazione de facto per il caso di concessione o autorizzazione rilasciata dall’ente locale in favore di ad altro soggetto (Cassazione Civile Sez. Unite, sentenza.n.8628 del 7.05.2020).

Il caso.

Una società erogatrice di servizi idrici e gas impugnava plurimi avvisi di accertamento volti al recupero della tassa per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche (TOSAP) in relazione alle condutture dalla stessa utilizzate, per i detti servizi di erogazione, eccependo l’assenza di soggettività passiva essendo, nella qualità di gestore del servizio idrico integrato e del gas di quel Comune, mero utilizzatore, in virtù di un contratto di affitto di azienda, delle condutture di proprietà di altro soggetto giuridico titolare della relativa concessione per l’occupazione di suolo pubblico.

Tanto la Commissione Tributaria Provinciale che la Commissione Tributaria Regionale rigettavano le doglianze della contribuente affermando che le concessioni relative allo svolgimento del servizio pubblico del ciclo idrico integrato e dell’erogazione del gas, già rilasciate a nome della proprietaria erano state da quest’ultima trasferite alla ricorrente in forza del contratto di affitto di azienda e che la legittimazione passiva tributaria doveva, dunque, individuarsi in capo a quest’ultima perché “di fatto” titolare anche della concessione per la gestione delle reti idriche integrate e del gas, in perfetta aderenza con quanto stabilito dal D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 39, disciplinante la tassa per l’occupazione di suolo pubblico.

La società ha dunque proposto ricorso per Cassazione sostenendo che le Commissioni Tributarie di primo e secondo grado avrebbero erroneamente identificato la concessione di occupazione del suolo pubblico (atto amministrativo rilasciato dal Comune o dalla Provincia) nella concessione per la gestione delle reti idriche integrate (atto privatistico di natura meramente obbligatoria, in quanto tale inidoneo a trasferire la legittimazione tributaria passiva D.Lgs. n. 507 del 1993, ex art. 39) e dunque censurato l’assunto secondo cui sarebbe tenuto al pagamento dell’imposta colui che, senza essere titolare della concessione di occupazione di suolo pubblico, nè tanto meno il proprietario delle condutture, ne faccia uso in virtù di un negozio di diritto privato di natura obbligatoria con il titolare dell’atto concessorio, che è anche il proprietario dell’oggetto dell’occupazione.

La questione è stata successivamente rimessa alle Sezioni Unite.

Ragioni della decisione.

Il D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507, art. 38, intitolato “oggetto della tassa”, indica analiticamente tutti i tipi di occupazione la cui esistenza fa sorgere in capo al soggetto passivo l’obbligo di versare il tributo e dispone: 1. Sono soggette alla tassa le occupazioni di qualsiasi natura, effettuate, anche senza titolo, nelle piazze e, comunque, sui beni appartenenti al demanio o al patrimonio indisponibile dei comuni e delle province. 2. Sono, parimenti, soggette alla tassa le occupazioni di spazi soprastanti il suolo pubblico, di cui al comma 1, con esclusione dei balconi, verande, bow-windows e simili infissi di carattere stabile, nonchè le occupazioni sottostanti il suolo medesimo, comprese quelle poste in essere con condutture ed impianti di servizi pubblici gestiti in regime di concessione amministrativa.

Il successivo art. 39, intitolato “soggetti attivi e passivi”, prevede che: la tassa è dovuta al comune o alla provincia dal titolare dell’atto di concessione o di autorizzazione o, in mancanza, dall’occupante di fatto, anche abusivo, in proporzione alla superficie effettivamente sottratta all’uso pubblico nell’ambito del rispettivo territorio.

Sul tema, la Cassazione ha espresso, nel tempo, indirizzi difformi.

La soluzione della legittimazione passiva graduata tra concessionario e occupante di fatto è quella adottata dal primo orientamento, più risalente secondo cui ai fini della legittimazione passiva dell’imposta, deve attribuirsi valore alla sussistenza di concessione o autorizzazione, essendo rilevante l’occupazione di fatto soltanto quando sia constatato che l’occupazione del suolo sia avvenuta in assenza di titolo abilitativo, in via di mero fatto, e sia, quindi, abusiva.

Per il secondo orientamento, più recente, invece, la TOSAP deve essere pagata da chi occupa materialmente il suolo pubblico, anche in presenza (e a prescindere) dell’esistenza del titolare della concessione o autorizzazione.

Nelle suddette decisioni, rese tutte in fattispecie relative a occupazioni del sottosuolo poste in essere mediante condutture e impianti di servizi pubblici gestiti in regime di concessione amministrativa, è stato affermato, con ulteriori richiami, che “il presupposto impositivo della tassa per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche (TOSAP) è costituito, ai sensi del D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507, artt. 38 e 39, dalle occupazioni, di qualsiasi natura, di spazi e aree, anche soprastanti e sottostanti il suolo appartenenti al demanio o al patrimonio indisponibile dei comuni e delle province, mentre sono irrilevanti gli atti di concessione o di autorizzazione relativi all’occupazione, atteso che la tassa colpisce anche le occupazioni senza titolo (Cass. n. 2555 del 2002; Cass. n. 4820 del 2002)”.

Si ritiene, in sintesi, che la disposizione dell’art. 39 (relativa al profilo soggettivo dell’imposizione), vada coordinata con quella del precedente art. 38, che individua l’oggetto della tassa nell’occupazione di qualsiasi natura, anche senza titolo, di suolo demaniale o appartenente al patrimonio indisponibile di comuni e province.

Il Collegio della Cassazione remittente, dopo avere dato atto dell’assenza, all’interno della Sezione tributaria di un orientamento interpretativo non univoco, ha evidenziato come la questione potesse ritenersi anche massima di particolare importanza in considerazione del fatto che l’avanzamento tecnologico nel settore dei servizi di pubblica utilità (trasporti, telecomunicazioni, energia etc…), consente che una medesima infrastruttura comportante occupazione di suolo o sottosuolo pubblico sia dalla società proprietaria della rete (normalmente anche concessionaria) contrattualmente affidata alla simultanea gestione, in regime concorrenziale, di plurime società erogatrici-occupanti di fatto e che si tratti di situazioni di fatto che non trovano una specifica disciplina legislativa, nè in ordine alla imputazione soggettiva del dovuto per Tosap o Cosap. Si citava, al proposito, la circolare MEF del 20 gennaio 2009, n. 1/DF nella quale, al fine di superare le indicate lacune legislative, vengono prospettate da un lato, l’interpretazione dinamica ed estensiva del criterio del “numero di utenze” ad altro fine recepito dal D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 63, comma 2, lett. f), (come sostituito della L. n. 488 del 1999, art. 18) e, sotto altro profilo, l’insorgenza dell’obbligazione di pagamento direttamente in capo a ciascun operatore-occupante, salva diversa regolazione economica del costo nel rapporto interno con la società proprietaria della rete.

La soluzione del contrasto.

Le Sezioni Unite hanno ritenuto di dover dare continuità all’indirizzo ermeneutico che, riguardo alla legittimazione passiva di imposta, ravvisa, nel D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 39, un ordine di graduazione, con individuazione del soggetto passivo della TOSAP, nel titolare dell’atto di concessione o di autorizzazione e, solo in mancanza di questo, nell’occupante di fatto.

Il D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 38, intitolato “oggetto della tassa”, indica, come già detto, analiticamente tutti i tipi di occupazione, la cui esistenza determina l’insorgenza dell’obbligo di versare il tributo, precisando, al comma 1, che oggetto della tassa sono le occupazioni di qualsiasi natura anche sine titulo, di aree pubbliche di comuni e province e, al secondo, che sono, parimenti, soggette alla tassa le occupazioni sottostanti il suolo medesimo, comprese quelle poste in essere con condutture ed impianti di servizi pubblici gestiti in regime di concessione amministrativa. L’art. 42, comma 3, ancora, dispone che la tassa è graduata a seconda dell’importanza dell’area occupata e, il comma 4, individua il criterio di determinazione della tassa nell’estensione dell’area occupata.

Si è dunque affermato, alla luce della normativa di riferimento che, ai fini del sorgere dell’obbligazione tributaria ovvero della sussistenza del presupposto oggettivo di imposizione, la Tosap, benché, connessa principalmente al provvedimento di concessione emesso dall’Amministrazione comunale o provinciale, è dovuta, anche per l’occupazione avvenuta senza titolo, perché l’obbligo contributivo sorge, nel suo presupposto oggettivo, quando vi sia stata limitazione o sottrazione all’uso normale e collettivo di suolo, nell’interesse proprio del singolo.

Il soggetto passivo di imposta trova, invece, specifica e chiara individuazione solo nell’art. 39, del citato D.Lgs., intitolato “soggetti attivi e passivi” il quale, come già detto, prevede che la tassa è dovuta al comune o alla provincia dal titolare dell’atto di concessione o di autorizzazione o, in mancanza, nell’occupante di fatto, anche abusivo, in proporzione alla superficie effettivamente sottratta all’uso pubblico nell’ambito del rispettivo territorio.

La lettura combinata delle due disposizioni di legge (D.Lgs. n. 507 del 1993, artt. 38 e 39), quale risulta dal contesto, attraverso una piana interpretazione letterale e alla luce della sottesa ratio legis, non può che condurre a ritenere, con riferimento ai presupposti oggettivi applicativi di imposta e in continuità con l’orientamento giurisprudenziale, consolidato e indiscusso sul punto, che la TOSAP colpisce tutte le occupazioni di spazio e aree pubbliche, non solo quelle fatte espressamente oggetto di concessione o autorizzazione da parte dell’ente territoriale ma, anche (ovvero in assenza di tali atti), quelle poste in essere di fatto, anche abusivamente.

Ciò posto in punto di individuazione del presupposto applicativo che determina oggettivamente il momento genetico dell’obbligazione tributaria e venendo, ora, all’individuazione del soggetto sul quale grava tale obbligazione, il successivo art. 39, non può essere letto altrimenti, se non nel senso che il soggetto passivo di imposta è, in primo luogo, il soggetto titolare dell’atto di concessione o di autorizzazione o, qualora questo manchi, l’occupante di fatto, ovvero, in altri termini, che il criterio di tassazione che legittima la richiesta del tributo a carico dell’occupante di fatto rappresenta, nel testo e secondo la ratio della legge, chiaramente un’ipotesi residuale, che ricorre, nel solo caso, in cui vi sia “mancanza” di un provvedimento concessorio o autorizzazione.

Tale indirizzo interpretativo, peraltro, è stato ulteriormente recepito e confermato dal legislatore il quale, nell’istituire, a partire dal gennaio 1999, il canone di occupazione del suolo pubblico (Cosap), che della Tosap mutua finalità sostanziale e in gran parte disciplina, ha previsto, con il D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 63, comma 1, come sopra illustrato, un regime complessivo in forza del quale il canone è dovuto dal concessionario e, solo in ipotesi di occupazione abusiva (cioè in mancanza di concessione), dall’occupante di fatto.

La soluzione, della legittimazione passiva graduata tra il titolare dell’atto di concessione e l’occupante di fatto va, quindi, preferita perché, in ossequio ai canoni interpretativi fissati dall’art. 12 disp. gen., comma 1, è coerente al dettato e alla ratio della normativa regolante l’imposta in esame e rispettosa del principio, desumibile dall’art. 23 Cost., di tassatività e determinatezza delle norme impositive il quale impone che “nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”.

In conclusione, secondo le Sezioni Unite, deve preferirsi, la soluzione che, sulla base dell’interpretazione letterale delle norme disciplinanti, nel D.Lgs. n. 507 del 1993, la TOSAP, individua nell’art. 39 del citato D.Lgs., un ordine di graduazione della legittimazione passiva di imposta, ravvisando nel criterio di tassazione che prevede quale soggetto passivo l’occupante di fatto, un’ipotesi residuale percorribile solo in assenza del titolare di atto di concessione o di autorizzazione. Tale indirizzo interpretativo è, inoltre, rispettoso del principio, sancito dall’art. 23 Cost., di tassatività e determinatezza della norma tributaria la quale, come già detto, non tollera interpretazioni estensive o analogiche.

Sulla base di tali premesse, è stato fissato il seguente principio di diritto: “In tema di tassa per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche (TOSAP), la legittimazione passiva del rapporto tributario, in presenza di un atto di concessione o di autorizzazione rilasciato dall’ente locale, spetta, ai sensi del D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507, art. 39, esclusivamente al soggetto titolare di tale atto, e solo in mancanza di questo, all’occupante di fatto, rimanendo irrilevante, ai fini passivi di imposta, l’utilizzazione del suolo pubblico consentita a soggetti terzi in virtù di atto di natura privatistica”.

Sul punto è stata condivisa l’ordinanza remittente (con conseguente accoglimento delle ragioni della ricorrente) la quale ha posto in rilievo che il trasferimento di tale concessione o autorizzazione, quale atto amministrativo emesso dall’ente locale a favore di un ben determinato soggetto, ritenuto in possesso di determinati requisiti di legge, avrebbe presupposto, non già un’attività meramente negoziale tra privati, bensì una vera e propria funzione provvedimentale della pubblica amministrazione attestante la volontà di quest’ultima, esternata nelle forme di legge, previa verifica ex novo di tutti i presupposti del caso, di individuare in un altro soggetto il titolare della concessione o autorizzazione occupativa (e tale non può ritenersi la Delib. 4 settembre 2002, n. 48, richiamata nel controricorso, adottata dal Consiglio comunale in occasione di operazioni straordinarie di scissione e fusione per incorporazione tra le varie società di gestione di servizi comunali, in quanto riferita alla concessione del servizio pubblico di fornitura acqua e gas, e non specificamente all’occupazione di suolo pubblico già in capo alla società proprietaria).

Ferma, quindi, l’intrasmissibilità per via negoziale dell’atto amministrativo abilitativo, è stato ribadito  l’orientamento secondo cui solo le facoltà riconducibili al godimento di un’area pubblica in regime di concessione possono essere fatte oggetto di trasferimento tra privati ma tale trasferimento, vincolante tra le parti e generatore in capo a queste ultime di diritti soggettivi perfetti, devolvibili al giudice ordinario, non è opponibile alla pubblica amministrazione che ad esso rimane del tutto estranea (cfr. Cass. 27/03/2009 n. 7532/2009 e, di recente, Cass. 23 agosto 2018 n. 20984).

Ciò posto, ed escluso, quindi, che la ricorrente potesse essere chiamata al versamento della TOSAP, in virtù del contratto di affitto di azienda posto in essere con la società proprietaria delle reti, è stato, altresì, escluso, alla luce del principio di diritto sopra fissato, che la stessa potesse essere considerata il soggetto passivo di imposizione quale occupante di fatto, in via mediata, del suolo pubblico di insistenza della rete idrica e del gas dalla stessa gestita.

 

Autore Avv. Luigi Critelli

Ecobonus 110%: la Guida dell’Agenzia delle Entrate

Con il decreto legge 19 maggio 2020, n. 34, convertito dalla legge 17 luglio 2020 n.77, è stato introdotto il cd “Ecobonus”, vale a dire la possibilità di detrarre dalle imposte il 110% delle spese sostenute dal 1° luglio

2020 al 31 dicembre 2021 per il rinnovamento energetico e per l’adeguamento sismico degli edifici.

Le nuove disposizioni si aggiungono a quelle già vigenti, che consentono di beneficiare di agevolazioni fiscali dal 50% all’85% per spese di recupero del patrimonio edilizio (cd. sismabonus) e di riqualificazione energetica degli edifici (cd. ecobonus).

Tipologie di interventi.

Possono usufruire del superbonus gli interventi eseguiti su:

  • parti comuni di edifici (es. condominio);
  • unità immobiliari funzionalmente indipendenti e con uno o più accessi autonomi dall’esterno (villette a schiera);
  • singole unità immobiliari.

 

L’ecobonus 110% sarà valido anche per le seconde case ad eccezione di quelle di lusso (categorie catastali: A1  abitazioni signorili – A8 ville – A9  castelli), che anche se prima casa sono sempre escluse dal beneficio.

 

Gli interventi coperti dal bonus si distinguono in “interventi trainanti” che sono necessari ed indispensabili per ottenere il beneficio fiscale al 110%, ed “interventi trainati” che beneficiano della detrazione solo se compiuti in abbinamento ai primi.

Gli Interventi cd. “trainanti” sono quelli di:

  • isolamento termico delle superfici opache verticali, orizzontali e inclinate che interessano l’involucro degli edifici, compresi quelli unifamiliari, con un’incidenza superiore al 25% della superficie disperdente lorda dell’edificio medesimo o dell’unità immobiliare sita all’interno di edifici plurifamiliari che sia funzionalmente indipendente e disponga di uno o più accessi autonomi dall’esterno (cd. cappotto termico);
  • sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale esistenti con impianti centralizzati per il riscaldamento, e/o il raffrescamento e/o la fornitura di acqua calda sanitaria sulle parti comuni degli edifici, o con impianti per il riscaldamento, e/o il raffrescamento e/o la fornitura di acqua calda sanitaria sugli edifici unifamiliari o sulle unità immobiliari site all’interno di edifici plurifamiliari che siano funzionalmente indipendenti e dispongano di uno o più accessi autonomi dall’esterno;
  • interventi antisismici di cui ai commi da 1-bis a 1-septies dell’articolo 16 del decreto-legge n. 63 del 2013 (cd. sismabonus) ed in particolare quelli di adozione di misure antisismiche con particolare riguardo all’esecuzione di opere per la messa in sicurezza statica, in particolare sulle parti strutturali, per la redazione della documentazione obbligatoria atta a comprovare la sicurezza statica del patrimonio edilizio, nonche’ per la realizzazione degli interventi necessari al rilascio della suddetta documentazione. Gli interventi relativi all’adozione di misure antisismiche e all’esecuzione di opere per la messa in sicurezza statica devono essere realizzati sulle parti strutturali degli edifici o complessi di edifici collegati strutturalmente e comprendere interi edifici e, ove riguardino i centri storici, devono essere eseguiti sulla base di progetti unitari e non su singole unita’ immobiliari”.

Gli interventi cd. “trainati”, sono quelli di:

  • efficientamento energetico, in particolare di installazione di pannelli solari e di sistemi di accumulo integrati;
  • l’installazione di colonnine elettriche per la ricarica dei veicoli elettrici.

 

Beneficiari.

  • i condomìni;
  • le persone fisiche, al di fuori dell’esercizio di attività di impresa, arti e professioni;
  • gli Istituti autonomi case popolari (IACP) comunque denominati nonché dagli enti aventi le stesse finalità sociali dei predetti Istituti, istituiti nella forma di società che rispondono ai requisiti della legislazione europea in materia di “in house providing”. In particolare, la detrazione spetta per interventi realizzati su immobili, di loro proprietà ovvero gestiti per conto dei comuni, adibiti ad edilizia residenziale pubblica.

Per tali soggetti il Superbonus spetta anche per le spese sostenute dal 1° gennaio 2022 al 30 giugno 2022.

  • le cooperative di abitazioni per gli immobili da esse posseduti o assegnati in godimento ai propri soci;
  • gli enti del terzo settore (organizzazioni non lucrative di utilità sociale), organizzazioni di volontariato iscritte nei registri, associazioni di promozione sociale registrate;
  • associazioni e società sportive dilettantistiche registrate, sulle parti di immobili destinati a spogliatoi.

 

Possono beneficiare dell’agevolazione fiscale anche: i titolari di diritto reale di godimento (usufrutto, uso e abitazione), i nudi proprietari, i detentori con contratto di locazione o comodato regolarmente registrato, purché muniti del consenso all’esecuzione dei lavori da parte sia del proprietario che dei familiari del possessore o detentore. I titolari di reddito d’impresa o professionale rientrano tra i beneficiari nella sola ipotesi di partecipazione alle spese per interventi trainanti effettuati dal condominio sulle parti comuni.

 

La misura della detrazione.

La detrazione è riconosciuta nella misura del 110%, da ripartire tra gli aventi diritto in cinque quote annuali di pari importo. Per l’applicazione dell’aliquota corretta occorre fare riferimento  alla data dell’effettivo pagamento (criterio di cassa) per le persone fisiche, gli esercenti arti e professioni e gli enti non commerciali e alla data di ultimazione della prestazione, indipendentemente dalla data dei pagamenti, per le imprese individuali, le società e gli enti commerciali (criterio di competenza).

 

I limiti di spesa.

  • Interventi di isolamento termico: € 50.000 per gli edifici unifamiliari o per le unità immobiliari funzionalmente indipendenti site all’interno di edifici plurifamiliari; €  40.000, moltiplicato per il numero delle unità immobiliari che compongono l’edificio, se lo stesso è composto da due a otto unità immobiliari; €  30.000, moltiplicato per il numero delle unità immobiliari che compongono l’edificio, se lo stesso è composto da più di otto unità immobiliari;
  • sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale sulle parti comuni: € 20.000 moltiplicato per il numero delle unità immobiliari che compongono l’edificio per gli edifici composti fino a otto unità immobiliari; € 15.000 moltiplicato per il numero delle unità immobiliari che compongono l’edificio per gli edifici composti da più di otto unità immobiliari;
  • sostituzione di impianti di climatizzazione invernale sugli edifici unifamiliari o sulle unità immobiliari di edifici plurifamiliari: la detrazione è calcolata su un ammontare complessivo delle spese non superiore a € 30.000, per singola unità immobiliare. La detrazione spetta anche per le spese relative allo smaltimento e alla bonifica dell’impianto sostituito;
  • impianti solari fotovoltaici: la detrazione è calcolata su un ammontare complessivo delle spese stesse non superiore a € 48.000, e comunque nel limite di spesa di € 2.400 per ogni kW di potenza nominale dell’impianto solare fotovoltaico, per singola unità immobiliare e € 1.600 per ogni kW di potenza nel caso in cui sia contestuale ad un intervento di ristrutturazione edilizia, di nuova costruzione o di ristrutturazione urbanistica;
  • per l’installazione delle infrastrutture per la ricarica di veicoli elettrici negli edifici se eseguito congiuntamente ad un intervento di isolamento termico delle superfici opache o di sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale la detrazione prevista dall’articolo 16-ter del decreto-legge n. 63 del 2013, calcolata su un ammontare massimo delle spese pari a € 3.000, è elevata al 110%.

 

Requisiti.

Gli interventi di isolamento termico dovranno rispettare i requisiti previsti da un apposito decreto da emanarsi ad opera del Ministero dello sviluppo economico e comportare il miglioramento di almeno due classi energetiche e se l’edificio o l’unità familiare è già nella penultima (terzultima) classe, il conseguimento della classe energetica più alta. L’APE (attestato di prestazione energetica) rilasciato prima e dopo gli interventi attesterà il miglioramento energetico.

 

Alternative alla detrazione fiscale.

Il contribuente in luogo dell’utilizzo della detrazione in sede di dichiarazione dei redditi può optare per una delle due seguenti soluzioni alternative:

  • sotto forma di sconto in fatturafino a un importo massimo pari al corrispettivo dovuto, anticipato dal fornitore di beni e servizi relativi agli interventi agevolati, il quale, poi lo recupera come credito d’imposta di importo pari alla detrazione spettante, utilizzabile in compensazione tramite F24 e con facoltà di cessione a soggetti terzi, compresi gli istituti di credito e gli altri intermediari finanziari;
  • tramite cessione del credito d’imposta, di importo pari alla detrazione spettante, a soggetti terzi, compresi gli istituti di credito e gli altri intermediari finanziari, a fornitori dei beni e dei servizi necessari alla realizzazione degli interventi, istituti di credito e intermediari finanziari.

 

L’opzione può essere effettuata in relazione a ciascuno stato di avanzamento dei lavori che, non possono essere più di due per ciascun intervento complessivo, di cui il primo stato deve riferirsi ad almeno il 30% e il secondo ad almeno il 60% dell’intervento medesimo e deve essere comunicata in via telematica, anche tramite gli intermediari abilitati alla trasmissione delle dichiarazioni.

 

Adempimenti.

Per esercitare l’opzione, il contribuente deve acquisire il visto di conformità dei dati attestanti la sussistenza dei presupposti che danno diritto alla detrazione. I soggetti abilitati al rilascio del predetto visto sono coloro i quali sono incaricati della trasmissione telematica delle dichiarazioni (dottori commercialisti, ragionieri, periti commerciali e consulenti del lavoro) e i responsabili dell’assistenza fiscale dei CAF.

 

Tali soggetti verificheranno la presenza delle asseverazioni e delle attestazioni che certificano il rispetto dei requisiti tecnici necessari e la congruità delle spese sostenute.

Sia che si opti per lo sconto in fattura o per la cessione del credito, occorrerà richiedere:

  • per gli interventi di riqualificazione energetica, che i tecnici abilitati asseverino il rispetto dei requisiti e attestino la congruità delle spese sostenute. Una copia dell’asseverazione va trasmessa per via telematica all’Enea;
  • per gli interventi antisismici, che i professionisti incaricati della progettazione strutturale, della direzione dei lavori delle strutture e del collaudo statico e gli iscritti ai relativi ordini o collegi, asseverino l’efficacia degli interventi rispetto alla riduzione del rischio sismico e attestino la congruità delle spese sostenute.

La non veridicità delle dichiarazioni comporta la decadenza dal beneficio e una sanzione pecuniaria da € 2mila a 15mila per chi rilascia attestazioni o asseverazioni infedeli.

I soggetti responsabili delle attestazioni e asseverazioni, rilasceranno le predette attestazioni previo rilascio di  una polizza assicurativa, con massimale adeguato al numero dei documenti rilasciati e agli importi degli interventi che ne sono oggetto, comunque non inferiore a 500mila euro.

 

Autrice Avv. Graziella Lapenta

Cos’è lo scudo fiscale?

Che cosa si intende con la terminologia “scudo fiscale”?

Definizione:

Lo scudo fiscale è un tipo specifico di regolarizzazione di alcuni illeciti, che riguarda l’ambito tributario e fiscale ed ha effetti anche in ambito penale. Si può ritenere simile ad un condono, perché ha effetti inibitori sia per quanto concerne le azioni di accertamento tributario, sia per quelle penali relative ai suddetti illeciti. I comportamenti irregolari o illeciti oggetto dello scudo fiscale sono quelli effettuati dal contribuente riguardo la produzione e detenzione di capitali all’estero derivanti da redditi non denunciati.

Funzionamento e normativa:

Lo scopo principale dello scudo fiscale è il rientro di parte del deficit creato proprio dalle violazioni di cui sopra, e il recupero quindi delle risorse per un risanamento del bilancio pubblico. La “versione” di scudo fiscale più dibattuta e ritenuta più controversa è stata quella del 2009 –  si fa riferimento al D.L. 194/2009, cosiddetto “Mille Proroghe” , con il quale l’allora governo Berlusconi  IV ha rimesso in discussione i termini e le modalità dell’uso di questo strumento.

I beneficiari del provvedimento, che prevedeva la sanatoria delle violazioni tramite il rimpatrio (fisico o solo giuridico) delle attività finanziarie o patrimoniali all’estero, oppure tramite la regolarizzazione (semplice emersione, senza prevedere un rimpatrio delle stesse) delle attività detenute in paesi membri dell’Unione Europea,  sono stati i contribuenti con residenza fiscale in Italia, incluse persone fisiche, enti non commerciali (compresi i trust), società semplici e associazioni equiparate.

Misura dell’imposta

Chi ha usufruito dello scudo fiscale del 2009 ha avuto la possibilità di regolarizzare questi capitali pagando il 5% dell’ammontare del valore delle attività, a titolo di imposte, interessi e sanzioni e senza intaccare il rendimento dei capitali all’estero nel periodo in cui sono state evase le imposte dovute in italia. Il 5% corrisponde al minimo della sanzione prevista in caso di scoperta della violazione delle norme sul monitoraggio dei capitali, ed inoltre il pagamento dell’imposta permetteva l’annullamento delle violazioni di natura tributaria e le relative sanzioni amministrative.

Non punibilità reati tributari

Infatti, il rimpatrio o la regolarizzazione non possono in ogni caso costituire elemento utilizzabile a sfavore del contribuente, in ogni sede amministrativa o giudiziaria civile, amministrativa ovvero tributaria, in via autonoma o addizionale (Sentenza n. 33833/2018 della Corte di Cassazione). Tra i reati tributari non punibili rientrano ad esempio l’omessa e infedele dichiarazione dei redditi, la dichiarazione fraudolenta, il falso in scrittura contabile, il falso in bilancio, l’occultamento o distruzione di documenti.

L’esclusione della punibilità riguardava anche le società controllate estere in cui spesso confluiscono i capitali sommersi, con la condizione che non esistesse un procedimento penale già avviato alla data di presentazione della dichiarazione riservata.

Anonimato emersioni

Ciò che ha distinto maggiormente lo scudo fiscale italiano da quelli esteri è l’aspetto di riservatezza che protegge l’anonimato delle dichiarazioni di emersione. La formula di Gran Bretagna e Stati Uniti ha sempre previsto la dichiarazione dell’identità dell’evasore, così come quella dell’ammontare della propria evasione e il pagamento di tutte le tasse arretrate e degli interessi, per poter usufruire di uno sconto nelle sanzioni e della decadenza delle conseguenze penali, mentre nel caso italiano il contribuente (o evasore) è tutelato da un certo grado di segretezza, come evidenziato dalla Sentenza sopracitata.  Inoltre se il denaro rimpatriato viene investito  nell’acquisto di capitali azionari, mantiene il regime di segretezza, mentre se viene utilizzato in attività imprenditoriale perde il diritto all’anonimato.

“Edizioni” successive:

La legge n 186/2014 ha introdotto la cosiddetta “voluntary disclosure” o collaborazione volontaria, che consente una denuncia spontanea degli investimenti e dei proventi di  altre attività finanziarie prodotti o detenuti all’estero e non dichiarati. La regolarizzazione consisteva nel pagamento di tutte le imposte dovute, sommate ad una minore sanzione e all’annullamento dei reati tributari.

Il D.L. 1487/2017 ha infine previsto un’ulteriore sanatoria, detta “mini-voluntary disclosure” volta alla regolarizzazione delle attività finanziarie di lavoratori frontalieri ed ex residenti all’estero iscritti all’AIRE.

Hard Brexit Exposed

Previsioni per un’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea senza accordi.

L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è imminente e i preparativi per raggiungere un accordo che limiti i danni ai privati cittadini e alle imprese vanno a rilento. Il Regno Unito dovrebbe completare il processo di uscita entro il 31 ottobre 2019 e nelle ultime settimane si sono susseguite ardite dichiarazioni del nuovo PM Boris Johnson, sfavorevole a qualsiasi dilazione della data di uscita dall’UE, a costo di lasciare l’Unione senza un accordo. Cosa comporterebbe questa possibilità? Il governo inglese ha diffuso un documento ufficiale che riporta dettagli relativi a questo scenario, chiamato Operation Yellowhammer, che ha contribuito, con altre fonti non governative,  a chiarire alcune probabili conseguenze di una Hard Brexit.

 

Sul piano politico.

Quando il Regno Unito uscirà effettivamente dall’UE, tutti gli accordi pregressi con l’Unione cesseranno, e diventerà uno Stato Terzo a tutti gli effetti. Molti degli stati membri non sono favorevoli a instaurare degli accordi bilaterali, ma stanno implementando delle misure tutelari unilaterali per proteggere i propri interessi; per ora, infatti, l’unico accordo messo a punto è stato quello con l’Irlanda. Mentre è certo che tutti i cittadini dell’Unione Europea residenti nel Regno Unito manterranno ogni loro diritto, non è detto che questo valga per i cittadini inglesi all’estero, infatti la loro situazione dipenderà dai singoli stati membri, che al momento stanno redigendo proposte legislative al riguardo. Per chi viaggerà da e per l’Europa probabilmente aumenteranno i controlli di sicurezza al confine e questo non solo comporterà ritardi e disagi su tutta la linea, ma molti viaggiatori sceglieranno itinerari alternativi per comodità. Le conseguenze si rispecchieranno anche sul piano strettamente sociale, infatti il governo inglese sta già organizzando le forze dell’ordine in modo da gestire eventuali disordini pubblici e proteste che si prevedono nei mesi successivi all’uscita dall’Unione Europea.

 

Sul piano economico e fiscale.

L’economia e il commercio saranno necessariamente influenzati dalla mancanza di chiarezza degli accordi e la reattività delle imprese sarà poco uniforme, in base ai piani di contingenza. In tutti i settori si registreranno dei disagi più o meno intensi e duraturi, che si rifletteranno anche sulla qualità della vita soprattutto delle fasce più povere della popolazione.  Basti pensare all’inevitabile aumento dei prezzi di servizi e prodotti di uso quotidiano, come l’energia elettrica e il carburante. Inoltre, diminuirà la disponibilità di alcuni alimenti freschi e anche in questo caso i prezzi aumenteranno, causando disagio tra i consumatori, che almeno inizialmente acquisteranno in modo isterico peggiorando la situazione. Alcune imprese smetteranno di commerciare con il Regno Unito o trasferiranno le proprie sedi per evitare di pagare tariffe che le renderebbero poco competitive, altre continueranno, ma si verificherà probabilmente una perdita di posti di lavoro che creerà malcontento e proteste. Oltretutto, l’assicurazione sanitaria dei turisti e dei pensionati inglesi in UE sarà esattamente come quella dei cittadini di altri paesi terzi, con il rischio di doversi rivolgere alla sanità privata o di dover comunque avere un’assicurazione specifica, sostenendo delle spese elevate.

In caso di Hard Brexit la Francia ha già annunciato che sarà tempestiva l’implementazione dei controlli al confine e questo significa che verosimilmente il 50% -80% dei carichi che attraverserà la Manica nei giorni successivi non sarà a norma per i controlli UE e, considerato il traffico intenso e lo spazio limitato nei porti francesi per stoccare la merce, ci sarà un rallentamento e forse anche un blocco del traffico. Le previsioni indicano almeno tre mesi di disagi prima che ci sia un miglioramento della situazione logistica. In assenza di un deal, inoltre, si verificherà una profonda crisi legale, data dal fatto che non ci saranno istruzioni precise su come regolamentare il trasferimento di dati personali da e verso l’Unione Europea e il caos potrebbe durare anni prima che una nuova procedura venga definita.

Fiscalmente, verranno meno tutte le cessioni intracomunitarie da e per il Regno Unito, quindi ogni scambio sarà considerato import/export e questo provocherà un generico aumento dei costi, dazi alti su merci che l’Italia esporta nel Regno Unito e tempi più lunghi per il versamento dell’IVA. Senza le limitazioni UE, il Regno Unito avrà una discreta libertà nel modificare le aliquote su prodotti o servizi selezionati e soprattutto di estendere l’applicazione dell’esenzione IVA. Nell’eventualità di una Brexit senza accordi, ma anche nel caso contrario, sia il Regno Unito sia i singoli stati membri si sono impegnati a fornire canali di assistenza specifici per i contribuenti. L’Agenzia delle Entrate ha creato a questo proposito la piattaforma “Info Brexit”, attiva da aprile di quest’anno, che raccoglie domande e richieste specifiche e chiarisce i dubbi sulle conseguenze fiscali e l’applicazione di norme dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

 

Alla linea dura di Johnson si contrappone ad ogni modo quella dell’opposizione, guidata da Jeremy Corbyn, segretario del Partito Laborista, che ha risposto alla sospensione del Parlamento inglese richiesta da Johnson con una proposta appena diventata legge che impedisce al PM di uscire senza accordo il giorno 31 ottobre. La mozione Benn, passata alla Camera dei Lord negli scorsi giorni, obbliga infatti il PM a richiedere al Consiglio un ennesimo rinvio nel caso l’incontro del 17 ottobre non dovesse portare a un accordo definitivo, spostando così la data di uscita al 31 gennaio 2020. Questi ultimi giorni prima dell’incontro sono pieni di tensione, con un continuo botta e risposta tra personalità del Consiglio Europeo e il Primo Ministro inglese, che sembra rifiutarsi tuttora di ritardare la data definitiva della Brexit.

 

 

 

Carolina Tardito, autrice

Autrice Carolina Tardito Baudin

Decreto Crescita: Patent Box & Rientro dei cervelli

Il 1° maggio u.s. è entrato in vigore il D.L. n. 34/19 (il c.d. “Decreto Crescita) che dovrà essere convertito in legge entro il 30 giugno prossimo.

Tra le principali novità, il team dipartimento Tax Lexchance ne segnala due particolarmente interessanti:

-la semplificazione del “patent box”, che introduce la possibilità per i contribuenti di beneficiare dell’agevolazione patent box direttamente nella dichiarazione dei redditi nell’arco temporale di tre esercizi. In particolare, a decorrere dal periodo di imposta in corso al 1° maggio 2019, i soggetti titolari di reddito di impresa che optano per il regime agevolativo, possono scegliere di determinare e dichiarare il reddito agevolabile, indicando le informazioni necessarie alla determinazione in un’idonea documentazione predisposta secondo quanto sarà previsto da un futuro provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate;

– ed il “rientro dei cervelli”, con cui vengono rafforzate le misure agevolative per i soggetti che aderiscono al regime degli impatriati nonché al regime del rientro dei cervelli. Per questi ultimi e per i soggetti che trasferiscono la residenza in Italia a partire dall’anno 2020:

  • si incrementa dal 50 al 70% la riduzione dell’imponibile;

  • si semplificano le condizioni per accedere al regime: non residenza in Italia nei due periodi d’imposta precedenti e impegno a risiedere in Italia per almeno 2 anni; attività lavorativa prestata prevalentemente nel territorio italiano;

  • si estende l’agevolazione anche ai lavoratori che avviano un’attività d’impresa a partire dal periodo d’imposta in corso al 1° gennaio 2020;

  • si introducono maggiori agevolazioni fiscali in presenza di specifiche condizioni (numero di figli minorenni, acquisto dell’unità immobiliare di tipo residenziale in Italia, trasferimento della residenza in regioni del Mezzogiorno).

Invece, con riferimento ai docenti e ricercatori che trasferiscono la residenza in Italia a partire dall’anno 2020:

  • si incrementa da 4 a 6 anni la durata del regime fiscale di favore;

  • si prolunga la durata dell’agevolazione fiscale a 8, 11 e 13 anni, in presenza di specifiche condizioni (numero di figli minorenni e acquisto dell’unità immobiliare di tipo residenziale in Italia).

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