Etilometro e suo funzionamento: un onere per chi?

Si segnala un’interessante evoluzione giurisprudenziale in materia di violazioni stradali per guida in stato di ebbrezza ex art. 186 C.d.S. con particolare riferimento alla strumentazione etilometrica utilizzata nei controlli e finalizzata alla contestazione del reato.

Di recente, infatti, la Corte di Cassazione, ha radicalmente modificato il proprio consolidato orientamento in materia, stabilendo come costituisca onere della Pubblica Accusa fornire la prova in ordine al regolare funzionamento dell’etilometro, della sua omologazione e della sua sottoposizione a revisione (Cass. Pen., sez. IV, sentenza n. 38618/2019).

Si tratta di un importante ed atteso approdo giurisprudenziale che si inserisce come rilevante novità in materia di circolazione stradale.

Il panorama precedente.

Prima dei recenti interventi, le contestazioni in materia partivano da una presunzione di fondo del corretto funzionamento della strumentazione in uso alle Forze dell’Ordine.

Pur con i correttivi della tollerabilità di un range di errore della macchina, l’orientamento consolidato della Corte di Cassazione ravvisava in capo all’imputato l’onere di fornire una prova contraria in ordine al malfunzionamento della strumentazione oppure l’utilizzo di una errata metodologia nell’esecuzione dell’aspirazione.

Così facendo, tuttavia, il tutto si risolveva in una sostanziale impossibilità per l’imputato di provare tali mancanze o difetti, integrando quella che comunemente viene definita una “probatio diabolica”.

Questo anche perché il regolamento di esecuzione ed attuazione del Codice della Strada non ha mai previsto ipotesi di inutilizzabilità delle prove acquisite, limitandosi ad indicare quali siano le verifiche necessarie ai fini dell’omologazione dell’etilometro.

L’intervento della Corte Costituzionale.

E’ questo il contesto normativo ed interpretativo nel quale si inserisce l’intervento della Corte Costituzionale che nel 2015 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 45 comma 6 del Codice della Strada “nella parte in cui non prevedeva che tutte le apparecchiature impiegate nell’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità (c.d. autovelox) fossero sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura, così esonerando, secondo l’interpretazione datane dal diritto vivente, gli utilizzatori dall’obbligo di verifica periodica di funzionamento e taratura delle apparecchiature” (C. Cost. sentenza n. 113/2015).

Il principio di razionalità veniva così ad essere richiamato sia in termini di razionalità formale (come principio logico di non contraddizione) sia in termini di razionalità pratica (per la nota usura ed invecchiamento dei macchinari che determinano l’esigenza di controlli periodici sul funzionamento).

Con riferimento, quindi, quindi agli autovelox già nel 2015 la Corte Costituzionale aveva esonerato l’automobilista dall’onere di provarne il malfunzionamento, che rendeva prima di allora non superabile la presunzione di funzionamento.

I passi avanti in sede civile.

Dobbiamo attendere il 2019 perché questo orientamento della Corte Costituzionale venga fatto proprio dalla Corte di Cassazione, prima dalle Sezioni civili che per prime hanno ritenuto applicabili i principi emanati con riguardo agli autovelox anche alla strumentazione etilometrica.

La Cassazione, infatti, riconosceva in capo all’Amministrazione l’onere di dimostrare il corretto funzionamento – e quindi l’attendibilità del risultato – dello strumento di misurazione “siccome attinente al fatto costitutivo della pretesa sanzionatoria” (Cass. Civ., sez. VI, ord. n. 1921 del 24.01.2019).

Viene così ad essere ribaltato l’onere della prova, riconoscendo l’impossibilità per l’automobilista di provare circostanze di fatto per lui impossibili da verificare.

La novità della sentenza n. 38618 del 19.09.2019.

È in questo contesto innovativo che si inserisce la recente pronuncia della Suprema Corte che ha rivoluzionato il panorama, ribaltando completamente l’onere probatorio e costituendo importante novità e spunto difensivo.

La finalità espressa è stata quella di scongiurare il rischio di una “evidente ed irragionevole distonia” – per usare le parole della Corte – “in particolare tra i settori civile, amministrativo e penale, nella parte in cui l’onere della prova del funzionamento dell’etilometro spetterebbe alla pubblica amministrazione in sede civile e all’imputato in sede penale”.

Nel risolvere la questione, la Corte ha radicalmente ribaltato il proprio orientamento ed enunciato il principio di diritto per cui “in tema di guida in stato di ebbrezza, allorquando l’alcoltest risulti positivo, costituisce onere della pubblica accusa fornire la prova del regolare funzionamento dell’etilometro, della sua omologazione e della sua sottoposizione a revisione”.

L’importanza del renvironment della Corte è di assoluto rilievo atteso che finalmente si è riconosciuto il vulnus difensivo che una prova diabolica rappresentava in capo all’imputato, costretto ad accettare una sostanziale presunzione di corretto funzionamento ed adeguamento della strumentazione nell’impossibilità concreta di poter fornire prova contraria.

Il diritto di difesa ha oggi una nuova e concreta possibilità di esternazione ed applicazione.

 

 

 

  Autrice Avv. Chiara Luciani

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