IL SOGGETTO PASSIVO IMU IN CASO DI CONTRATTO DI LEASING RISOLTO.

Il caso: Cass. Sez V Ord. n.9624 del 13.04.2021.

 

Il caso in esame è inerente ad un diniego di rimborso IMU per la quota oggetto di contratto di locazione finanziaria già risolto per inadempimento del conduttore sostenendosi che la soggettività passiva IMU fino al momento della riconsegna del bene permane in capo al locatario. Tanto la Commissione di primo grado che la Commissione regionale rigettavano la domanda ritenendo che il soggetto passivo è il locatario a decorrere dalla data della stipula e per tutta la durata del contratto.

Veniva dunque proposto ricorso per Cassazione lamentando la violazione dell’art. 9 del D.Lgs. n.23/11. Altresì, si sosteneva che la durata del contratto di locazione finanziaria decorreva dal momento della stipula al momento della riconsegna del bene, segnando tale momento il cambio di soggettività passiva dal locatario utilizzatore al concedente

 

Ragioni della decisione.

Come sottolineato dalla Suprema Corte, il punto critico della questione verte nell’individuazione del termine del contratto di locazione finanziaria, in caso di risoluzione, e nel momento in cui la soggettività passiva IMU torna in capo alla società di leasing. Spesso, infatti, la cessazione del contratto e riconsegna del bene immobile non sono contestuali.

Secondo un primo indirizzo interpretativo, il contratto cesserebbe dalla data di risoluzione per inadempimento. Il locatario non sarebbe più da considerarsi soggetto passivo e a nulla rileverebbe il fatto che la riconsegna non sia contestuale alla risoluzione.

Pertanto, nel periodo intercorrente fra la risoluzione anticipata del contratto e la riconsegna del bene, sarebbe il proprietario a dover versare l’IMU, in quanto il locatario sarebbe un mero detentore senza titolo.

Secondo l’opposto indirizzo, più risalente, per la durata del contratto di locazione finanziaria dovrebbe comprendersi il periodo intercorrente tra la data della stipulazione e la data di riconsegna effettiva del bene. L’utilizzatore, dunque, sarebbe il soggetto passivo IMU fino alla data di riconsegna dell’immobile, comprovata dal relativo verbale.

Secondo tale orientamento, il presupposto dell’IMU (come quello della vecchia ICI) è testualmente individuato dall’art. 8 D.Lgs. n.23/11 nel possesso dei beni immobili.

Tuttavia, per effetto di quanto previsto dalla successiva norma sulla soggettività passiva (art. 9), il concetto di “possesso” previsto dall’art. 8 del summenzionato decreto ha un contenuto diverso e più ampio della nozione di possesso delineata dal codice civile. Ai fini dei menzionati tributi, infatti, si qualificano come possessori anche soggetti (definiti detentori qualificati) che dispongono dell’immobile sulla base non di un diritto reale di godimento, bensì di un diritto personale. Uno di questi casi è quello rappresentato proprio dall’utilizzatore in leasing, il quale è gravato della responsabilità dei citati tributi per l’intera durata del contratto, in quanto tale negozio gli attribuisce i medesimi benefici ed oneri del proprietario.

Tale situazione si protrae del tutto invariata fino a quando l’utilizzatore mantiene presso di sé la disponibilità concreta dell’immobile, tanto che nel nostro ordinamento vige un più generale principio secondo il quale, nei contratti di durata che attribuiscono ad un soggetto il diritto di godere di un bene altrui, la mancata riconsegna del bene stesso a seguito della risoluzione del rapporto per causa del conduttore determina la permanenza in capo a quest’ultimo degli obblighi e dei rischi assunti con il contratto.

Tale interpretazione è stata, tuttavia, successivamente superata (Cass. Sez. 5, n.29973/2019) e si è ritenuto che il soggetto passivo IMU, in caso di risoluzione del contratto di leasing, torna ad essere il locatore, ancorché non abbia ancora acquisito la materiale disponibilità del bene per mancata riconsegna da parte del locatario, in quanto, ai fini impositivi, assume rilevanza non tanto la detenzione materiale del bene, bensì l’esistenza di un vincolo contrattuale che legittima la detenzione qualificata. Detenzione qualificata che permane solo finché è in vita il rapporto giuridico, traducendosi invece in mera detenzione senza titolo in seguito al suo venir meno (a differenza di quanto avviene per la differente disciplina in tema di TASI).

 

Conclusioni.

Aderendo a tale ultima interpretazione, con la pronuncia in commento, la Suprema Corte ha ribadito che è il titolo (cioè il contratto stipulato) che determina la soggettività passiva del locatario finanziario e non la disponibilità materiale del bene, aggiungendo altresì che tale soluzione è anche maggiormente rispettosa delle esigenze di certezza dei rapporti giuridici e dei rapporti tributari, dovendo l’ente impositore fare riferimento a dati certi e conoscibili come la risoluzione del contratto.

Sulla scorta di tali considerazioni, il ricorso è stato rigettato.

 

 

  Autore avv. Luigi Critelli

La responsabilità del consulente in concorso con i reati commessi dal cliente: un recente arresto della cassazione sul sequestro preventivo operato nei confronti del PROFESSIONISTA.

Con la sentenza n. 25022 del 3 settembre 2020 relativa ad un procedimento cautelare per sequestro preventivo, la Cassazione torna a pronunciarsi sui criteri di allocazione della responsabilità penale nei confronti del consulente per reati commessi dall’assistito.

Con la sentenza n. 25022 del 2020 (Cass. pen., Sez. II, Sent. n. 25022 del 3 settembre 2020, ud. 13 luglio 2020, Presidente Gallo, Relatore Imperiali), la Cassazione torna a pronunciarsi sui criteri di allocazione della responsabilità penale nei confronti del consulente per reati commessi dall’assistito.
Il tema appare di particolare delicatezza, posta la funzione di discrimine tra consulenza lecita e aiuto penalmente rilevante da parte del consulente, in specie per la consulenza in materia tributaria, fallimentare e più latamente aziendale.

La recentissima pronuncia della Corte di cassazione si sofferma specificatamente sull’ammissibilità del sequestro preventivo operato direttamente nei confronti del consulente, inserendosi nell’alveo di una serie di arresti giurisprudenziali in tema che, con l’occasione, appare utile richiamare.

La giurisprudenza sul concorso del consulente fiscale negli illeciti tributari del cliente.

Di particolare importanza appare la giurisprudenza sviluppata dalla Corte di cassazione con riguardo alla partecipazione penalmente rilevante del consulente fiscale negli illeciti tributari commessi in via principale dal suo assistito. Sul punto, si ricorda che la legge sui reati tributari ha tipizzato il concorso del consulente in forma di circostanza aggravante (D.Lgs. 74/2000, art. 13bis: “le pene stabilite per i delitti di cui al titolo II sono aumentate della metà se il reato è commesso nell’esercizio dell’attività di consulenza fiscale svolta da un professionista o da un intermediario finanziario o bancario attraverso l’elaborazione o la commercializzazione di modelli di evasione fiscale”). A riguardo dell’elemento soggettivo del reato, è richiesta in capo al commercialista la coscienza e la volontà di partecipare al reato dell’assistito (Cass. n. 1999/2018). Tuttavia, la Cassazione ha ritenuto che anche la forma “eventuale” del dolo (conoscenza e accettazione di un rischio di realizzazione del reato) sia sufficiente ad integrare la responsabilità del consulente, soprattutto in presenza di anomalie nella contabilità del cliente che, appunto, dovrebbero ingenerare nel commercialista la consapevolezza del rischio di commissione di illeciti tributari (Cass. n. 28158/2019). In relazione all’attività materiale richiesta – sebbene la Corte si sia recentemente espressa in maniera stringente, rilevando come, al fine di fondare una responsabilità concorsuale, il contributo dato alla commissione dell’illecito da parte del consulente debba essere “concreto, consapevole, seriale e ripetitivo”, e tale da renderlo “consapevole e cosciente ispiratore della frode” (Cass. n. 36461/2019) – la giurisprudenza formatasi sul punto ha più volte ribadito come il commercialista possa concorrere nel reato tributario anche laddove il beneficio dell’attività fraudolenta sia percepito dal solo assistito e l’attività del consulente – sebbene in stretta collaborazione con il cliente – sia limitata ad offrire il mezzo tecnico attraverso cui commettere il reato (si veda, in tema di emissione di: fatture false – Cass. n. 28341/2001; indebita compensazione – Cass. n. 1999/2017, n. 24166/2011; dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti – Cass. n. 7384/2018, n. 39873/2013).

Il concorso nei reati fallimentari.

E’ parimenti ritenuto ammissibile il concorso nel reato di bancarotta fraudolenta da parte del consulente – estraneo alla compagine della società fallita – che assuma un contegno idoneo a pregiudicare gli interessi del ceto creditorio. A livello generale, è in tal caso richiesto che il consulente fornisca un ausilio agevolatore della produzione dell’evento illecito con la consapevolezza e la volontà di aiutare l’imprenditore in dissesto a frustrare gli adempimenti predisposti dalla legge a tutela dei creditori dell’impresa (ex plurimis, Cass. n. 27367/2011).

A particolare riguardo dell’ipotesi di bancarotta fraudolenta per distrazione (ossia con il depauperamento del patrimonio sociale ai danni della classe creditoria), la giurisprudenza di legittimita’ ha chiarito che il soggetto esterno alla società puo’ concorrere nel reato dell’imprenditore anche senza necessità di un previo accordo o, perfino, una specifica conoscenza della situazione di dissesto della società (Cass. n. 39387/2012).

Anche in relazione alla partecipazione a reati fallimentari, pertanto, appare emergere una problematica di “confine” nell’offerta dell’ausilio tecnico proprio della funzione consulenziale, in particolare laddove tale ausilio – sebbene formalmente tipico della funzione di consulenza – venga poi sfruttato dall’assistito per la commissione di un reato.

Forse in maniera più precisa di quanto sviluppato dalla giurisprudenza in materia di concorso nei reati tributari, la Cassazione ha qui chiarito che, in assenza di un diretto coinvolgimento nella concreta attuazione dello schema fraudolento, i limiti del contributo penalmente rilevante devono essere trovati nell’attività consulenziale che, esorbitando l’ordinaria consulenza legale o fiscale, si traduca in una vera e propria “ideazione” o “programmazione” del reato (ex plurimis, Cass. 19545/2010).

Il sequestro preventivo operato direttamente nei confronti del consulente.

La Corte di cassazione, con sentenza del 3 settembre ultimo scorso relativa ad un procedimento per truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche ex art. 640 bis c.p., è quindi recentemente tornata sul tema del contributo concorsuale del professionista, pronunciandosi sull’ammissibilità del sequestro preventivo nei confronti del consulente aziendale dell’autore principale dei fatti.

In tale pronuncia, la Corte identifica espressamente i requisiti caratterizzanti la soglia minima di rilevanza del contributo consulenziale nella “strettissima solidarietà, sul piano materiale e morale” con l’autore principale del reato. Tale criterio, tuttavia, appare eccessivamente vago, e atto a comprendere attività “ordinarie” di consulenza anche qualora prive di quel quid ideativo o programmativo richiesto negli arresti giurisprudenziali sopra analizzati.

Nel caso di specie, la Corte rileva come il consulente non si sarebbe limitato a svolgere mera attività di consulenza aziendale finalizzata all’ottenimento di finanziamenti ed agevolazioni pubbliche, ma avrebbe per converso prestato una consapevole partecipazione ai reati di truffa. Elementi sintomatici di tale partecipazione sarebbero state alcune movimentazioni di denaro tra i due correi, tali da rivelare una compartecipazione del consulente all’ingiusto profitto acquisito, e la diretta presentazione da parte dello stesso, con procedura online, delle istanze per il conseguimento di finanziamenti.

Se è pacifico che la posizione concorsuale possa fondare presupposto sufficiente per un sequestro probatorio, la questione appare di particolare rilevanza con riguardo a quei reati – come quelli tributari – per i quali è prevista la possibilità di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente (ossia di beni per un valore equivalente all’accertato profitto criminoso). In tal caso, la giurisprudenza appare univoca nel ritenere che il sequestro per equivalente possa interessare indifferentemente ciascuno dei concorrenti nel reato fiscale, anche per l’intera entità del profitto accertato e in misura superiore alla quota astrattamente riferibile al singolo indagato (ex multis, Cass. 4195/2017), creando pertanto il rischio per il consulente di vedersi sequestrare e confiscare beni pari all’intero profitto illecito possibilmente realizzato dal suo assistito.

 

 

nicolo' bussolati Autore Avv. Nicolò Bussolati

 

Al danneggiato spetta una somma superiore al danno subito solo nell’ipotesi di sfruttamento di beni o risorse di sua proprietà.

Il caso.

Una società editrice pubblicava alcuni articoli su un proprio quotidiano in cui alludeva al coinvolgimento di un avvocato in eventi di terrorismo.

La società editrice veniva condannata, in diversi giudizi, al risarcimento dei danni da diffamazione, prima a favore del predetto professionisti, e poi, dopo la sua morte, in favore degli eredi.

La stessa era stata altresì condannata alla pubblicazione, a sue spese, della sentenza di condanna su diversi quotidiani nazionali.

Non avendo ottemperato a quest’ordine, gli eredi agivano per il risarcimento del danno. Risarcimento che veniva quantificato dal Tribunale di Firenze nella misura corrispondente all’arricchimento del danneggiante, ossia al costo da quest’ultimo risparmiato a seguito dell’omessa pubblicazione, stimato in oltre euro 130.000.

La Corte di Appello, adita in secondo grado, riduceva l’ammontare del danno in ragione della inerzia dei danneggiati che, pur potendo provvedere a loro spese alla pubblicazione (art. 120 c.p.c.), non vi avevano provveduto cosi contribuendo al danno subito (art. 1227 c.c.).

La Corte di cassazione, con sentenza 2087 del 2015, smentiva la Corte d’Appello annullando la decisione assunta da quest’ultima ed affermando il principio di diritto secondo cui l’inerzia del danneggiato che non provvede da sè alla pubblicazione della sentenza non costituisce concorso colposo valutabile ai fini del risarcimento.

La Corte di Appello di Firenze, in sede di rinvio, riteneva tuttavia che il danno non potesse stimarsi tenendo conto dell’arricchimento del danneggiato, vale a dire del costo risparmiato da costui per l’omessa pubblicazione, ma dovesse valutarsi in base all’art. 2043 c.c., ed andasse, proprio in tale ottica, stimato equitativamente non essendovi parametri oggettivi cui ancorarlo.

Avverso tale sentenza che liquidava un risarcimento inferiore ad euro 100.000 ricorrevano gli eredi.

 

Ragioni della decisione.

La sentenza di appello, in sede di rinvio, ha qualificato la condotta del diffamante, che omette di ottemperare all’ordine di pubblicazione della sentenza, come fatto illecito ex art. 2043 c.c. anche sulla scorta della ratio del rimedio della pubblicazione della sentenza di condanna, sul presupposto che funzione di quella misura è di integrare il risarcimento, ossia di fornire una riparazione del danno subito, complementare a quella che può venire dal risarcimento per equivalente; cosi che anche l’ordine di pubblicare la sentenza ha uno scopo risarcitorio, e la sua violazione provoca un danno risarcibile nei termini di cui all’art. 2043 c.c., dunque nei termini del pregiudizio subito.

Con la conseguenza che, trattandosi di un pregiudizio non stimabile con criteri oggettivi, ne è imposta una valutazione equitativa.

Le parti ricorrenti hanno contestato questa tesi con due motivi subordinati l’uno all’altro.

Con il primo motivo hanno lamentato la violazione degli artt. 2041 e 1226 c.c. sostenendo che è errato ritenere che il danno da risarcire coincida con il pregiudizio subito dai danneggiati, senza tener conto dell’arricchimento che invece ha avuto il danneggiante mediante il fatto illecito; che dunque si dovrebbe applicare alla fattispecie l’art. 2041 c.c. e non già l’art. 2043 c.c., anche in ragione della funzione del rimedio della pubblicazione della sentenza che non è meramente risarcitorio e non è complementare al risarcimento per equivalente.

Con il secondo motivo, invece le parti ricorrenti hanno proposto una censura subordinata al mancato accoglimento della prima, denunciando la violazione degli artt. 1226 e 2043 c.c., nel senso che ove si dovesse ritenere che il danno coincide con la mera perdita senza alcun rilievo per l’arricchimento, allora la stima effettuata dalla corte è stata motivata in maniera apodittica e senza tenere conto della gravità delle ripercussioni che la diffamazione ha avuto nell’ambito familiare, oltre che erronea quanto al calcolo degli accessori.

Tralasciata la trattazione del secondo motivo di impugnazione in quanto semplicemente dichiarato infondato in ragione di una -ritenuta- adeguata motivazione della determinazione del danno e risarcimento compiuta dalla Corte di merito e della correttezza di tale quantificazione, peraltro insindacabile davanti alla Suprema Corte, occorre soffermarsi sul primo motivo di censura (anch’esso rigettato) ovvero sulla pretesa di un risarcimento non coincidente con il pregiudizio subito ma corrispondente al maggiore arricchimento derivatone per la società editrice.

La questione è dunque quella posta, da tempo, per il caso di arricchimento mediante fatto ingiusto.

Vi sono ossia casi in cui il fatto illecito procura un arricchimento al danneggiante, che spesso è anche maggiore del danno inferto; casi in cui, come è noto, si è suggerito di prevedere che il danneggiato abbia azione per l’intero.

E’ questa, del resto, la soluzione corrente in Germania e nei sistemi di common law, dove nel caso in cui l’illecito produca un arricchimento per il danneggiante, costui risarcisce nei limiti di tale arricchimento, anche se superiore al danno inferto.

Le parti ricorrenti hanno chiesto l’applicazione di una regola simile, che, tuttavia, non è espressamente codificata nel nostro ordinamento, dove, anzi, vige il principio opposto secondo cui il risarcimento è limitato al pregiudizio subito e non deve superare il valore di quest’ultimo.

La tesi delle parti danneggiate (risarcimento del fatto ingiusto non nei limiti del danno subito, ma in quello dell’arricchimento conseguito dal danneggiante), ripete una origine sostenuta in dottrina, secondo cui dal sistema sarebbe ricavabile un principio di divieto di arricchimento mediante fatto ingiusto, indicato da alcune norme significative: in primo luogo l’art. 1148 c.c. da cui si ricava, a contrario, che il possessore in mala fede deve restituire i frutti anche se superano quelli che il proprietario avrebbe potuto ricavare dalla cosa, dunque deve restituire l’arricchimento; e poi l’art. 2032 c.c. da cui si ricava, per interpretazione corrente, che ciascuno attraverso la ratifica può costringere chi ha compiuto affari ingerendosi nella sua sfera a riversargli gli utili ottenuti, ossia il guadagno fatto attraverso una gestione di affari illecita, come si deduce dal riferimento che la norma fa alla disciplina del mandato.

Infine, l’art. 125 del codice della proprietà industriale che obbliga l’usurpatore a restituire gli utili conseguiti usurpando.

In sostanza, secondo la cennata corrente di pensiero, è ricavabile dal sistema una regola generale in base alla quale quando il fatto illecito è fonte di arricchimento per il danneggiante, costui deve risarcire nella misura dell’arricchimento se superiore a quella del danno inferto.

La ratio dell’istituto, ossia dell’arricchimento mediante fatto ingiusto, sarebbe quella di garantire la funzione preventiva del risarcimento, che altrimenti sarebbe vanificata.

Chi prevede che danneggiando un terzo ricava un guadagno maggiore del danno che infligge, e sa che dovrà restituire solo quest’ultimo, sarà portato a danneggiare, avendone comunque un vantaggio, pur dopo aver corrisposto il risarcimento.

La regola dell’arricchimento mediante fatto ingiusto mira ad evitare questo effetto scoraggiando l’illecito proprio attraverso la previsione di restituire l’intero arricchimento ottenuto.

Il danneggiato è in tal modo svincolato dai limiti dell’art. 2041 c.c., che non avrebbe in tal caso carattere sussidiario proprio per la sua coincidenza con il fatto illecito, o meglio la sua interferenza con esso, cosi che la necessità di risarcire nei limiti dell’arricchimento ricavato è il frutto della combinazione delle due norme.

Questa tesi, sostenuta in sede teorica, è però inadeguata al caso de quo, ed in generale lo è anche rispetto al danno aquiliano in genere.

L’insieme delle norme che si sono viste sopra – e come forse più chiaramente si deduce dall’art. 125, comma 3 codice della proprietà industriale, che riconosce al titolare del diritto leso la restituzione degli utili realizzati dall’usurpatore- manifesta un principio diverso da quello, cosi ampio e generale, sopra riferito; ossia manifesta il principio che il profitto dell’autore dell’illecito rileva, nella determinazione del rimedio, quando è realizzato sfruttando indebitamente un diritto altrui, di natura proprietaria o che consente al titolare il godimento e lo sfruttamento del bene, indebitamente sottratto (lo sfruttamento) dal terzo per suo personale profitto.

In sostanza, l’arricchimento è determinante ai fini risarcitori se è frutto di una particolare condotta: quella di sfruttamento indebito di beni o risorse altrui.

In questi casi, infatti, può farsi anche applicazione analogica artt. 1148 c.c., e art. 125, comma 3 codice proprietà industriale.

In ogni altra ipotesi, se si ammettesse rilievo all’arricchimento, il danneggiato lucrerebbe una somma superiore al danno subito.

Ossia, la regola propria dell’illecito civile, secondo cui il risarcimento va commisurato al danno subito dal danneggiato, e non deve essere superiore a questo, potrebbe in ipotesi subire eccezioni quando l’illecito sia connotato dai presupposti propri dell’arricchimento senza causa, che sono, per l’appunto, quelli di una condotta di interferenza nei beni altrui, e di sfruttamento illecito delle loro potenzialità.

Nessuna di queste ipotesi ricorre nel caso trattato dalla pronuncia in commento, nel quale l’arricchimento del gruppo editoriale è consistito nel risparmio realizzato nel non aver sopportato i costi di pubblicazione, ed è un arricchimento che non solo non deriva dallo sfruttamento indebito del diritto altrui, ma è semplicemente insito nell’inadempimento stesso, ossia nella stessa mancata ottemperanza alla sentenza.

 

 

Autore Avv. Luigi Critelli

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