IL CASO CAMBRIDGE ANALYTICA E LA SANZIONE A FACEBOOK

Facebook ha recentemente patteggiato con la Sec e con la Federal Trade Commission per risolvere la questione sulla violazione di privacy legata a Cambridge Analytica: dovrà pagare due sanzioni, rispettivamente di cento milioni e cinque miliardi di dollari agli enti federali e impegnarsi a sottostare a normative molto più rigide riguardanti la protezione della privacy degli utenti, che saranno regolate da un comitato salva-privacy indipendente, con un funzionario nominato direttamente dalla FTC.

Ma qual è stata esattamente la situazione che ha portato Facebook a dover pagare la sanzione da record?

Nel 2014 un ricercatore di Cambridge di nome Aleksandr Kogan ha creato un app: “thisisyourdigitallife”. Tale app consisteva nella creazione di diversi profili psicologici in base alle preferenze degli utenti sul web e, per poterla utilizzare, ci si poteva registrare con la propria mail oppure effettuare il Facebook login. Questo servizio, apparentemente gratuito, in realtà era pagato con dei dati dell’utenza, che registrandosi all’app condivideva indirizzi mail, età, sesso ed altre tipologie di dati del proprio profilo Facebook. Questa è una pratica comune e molto utilizzata, ma all’epoca Facebook dava accesso anche ai dati della rete di amici dell’utente che si registrava all’app, il che significa che per ogni user che consapevolmente ha condiviso l’accesso ai propri dati, anche quelli delle persone a lui vicine sono stati condivisi con i gestori dell’app senza alcun preavviso o autorizzazione. Così Facebook passava al gestore di Thisisyourdigitallife dati relativi a circa 50 milioni di profili, in modo completamente legale. Se non fosse che Kogan ha poi condiviso questi dati raccolti con la Cambridge Analytica, un’azienda di raccolta e analisi dati specializzata in strategie di microtargeting comportamentale, ovvero tecniche di pubblicità e comunicazione estremamente precise basate sulla profilazione psicometrica dell’utenza e, così facendo, ha violato il regolamento di Facebook sulla privacy, per il quale non si possono cedere a terzi i dati raccolti, pena la sospensione dell’account.

Christopher Wylie, un ex dipendente di Cambridge Analytica, sostiene che Facebook sapesse dell’illecito da tempo, ma che abbia atteso marzo di quest’anno per sospendere l’account in questione, quando alcune testate giornalistiche hanno iniziato un’inchiesta sul rapporto tra le due aziende e hanno accusato Facebook di essere responsabile della diffusione dei dati, nonché di aver sottovalutato o insabbiato la questione.

A prescindere dalla responsabilità penale di Facebook, il problema è chiaramente nella sua infrastruttura: alcune delle politiche del social network rischiano di essere ingannevoli o perlomeno fumose ed è sempre più complesso per il gigante della tecnologia proteggere i dati di tutti i suoi utenti. La multa da 5 miliardi di dollari non sarà certo un problema concreto per un’azienda che ne fattura più di 50 l’anno, ma sarà una pietra miliare nel percorso di rigida regolamentazione che ne deriverà in materia di privacy negli Usa.

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