UN LIMITATO VIA LIBERA ALLA COLTIVAZIONE DOMESTICA DI STUPEFACENTI: LA SENTENZA N. 12348/2019 DELLA CORTE DI CASSAZIONE A SEZIONI UNITE

21 Aprile 2020

cannabis light

La questione

A quasi un anno dalla famosa pronuncia sulla c.d. “cannabis light” (…e quattro giorni prima della “giornata mondiale della cannabis”), sono state depositate le motivazioni della sentenza con cui le Sezioni Unite della cassazione si sono pronunciate sulla rilevanza penale della coltivazione di piante stupefacenti (Cass. SS.UU. 19 dicembre 2019 n. 12348).

Tale sentenza compone l’ultimo tassello di un lungo cammino giurisprudenziale, segnato da plurimi pronunciamenti della Corte di cassazione e della Corte costituzionale, volto a precisare il bene giuridico tutelato dalla fattispecie prevista dall’art. 73 DPR 309/90 (produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope) e a valutarne gli ambiti di estensione vis-a-vis del principio di offensività (astratta e concreta) del reato.

Più nello specifico, con la sentenza in oggetto, le Sezioni Unite della cassazione sono state chiamate a dirimere un contrasto giurisprudenziale sorto sulla rilevanza penale della coltivazione di piante stupefacenti, in particolare laddove la coltivazione non abbia caratteristiche “agricole” ma sia bensì finalizzata all’autoconsumo, anche qualora le piante non siano ancora giunte a piena maturazione e sviluppo del principio attivo.

I precedenti orientamenti giurisprudenziali

Occorre innanzitutto riassumere i vari indirizzi giurisprudenziali andati a stratificarsi nel tempo, richiamati dalle Sezioni Unite, dal momento che nel sistema italiano i principi enunciati dalla Corte di cassazione hanno una funzione di indirizzo giurisprudenziale, ma i giudici di merito – che sono soggetti solamente alla Legge – non sono tenuti ad aderirvi (come avviene ad esempio negli Stati Uniti con le pronunce della Corte Suprema, che hanno invece un’efficacia vincolante).

Un primo orientamento – maggiormente restrittivo – sottolineava come la coltivazione, sia essa “tecnico-agricola” o “domiciliare”, è attività di per sé illecita, poiché crea un rischio di diffusione nel mercato di sostanza stupefacente. Secondo tale orientamento, non rileverebbe la quantità di principio attivo espresso dalla pianta (anche per non avvenuta maturazione), dovendosi incardinare la rilevanza penale dell’attività di coltivazione nella sola capacità della pianta di giungere a maturazione e di produrre sostanza stupefacente.

Il secondo orientamento maturato sul punto – maggiormente ancorato sul parametro della “efficacia drogante della sostanza”, ossia della sua capacità a produrre effetti psicotropici sugli assuntori (elemento cardine anche della sopracitata sentenza sulla c.d. “cannabis light”) – richiedeva invece, ai fini della rilevanza penale della condotta, il concreto raggiungimento da parte della pianta di un grado di maturazione tale da esprimere efficacia drogante, unito alla capacità della coltivazione di produrre un quantitativo di sostanza stupefacente tale da favorire concretamente la circolazione della droga e l’alimentazione del mercato degli stupefacenti (ossia una coltivazione estesa e non “domestica”).

La coltivazione “domestica”

Discostandosi da una mera adesione acritica ad uno o l’altro orientamento, il ragionamento della Corte principia con il riconoscimento dell’autonomia concettuale dell’attività di coltivazione di sostanze stupefacenti, differenziata dalla semplice detenzione. La coltivazione sarebbe difatti riconducibile alla “attività di fabbricazione illecita di sostanze stupefacenti” a norma dell’art. 28 DPR 309/90. Si valorizzerebbe altresì il dato oggettivo che essa – a differenza della detenzione – è sempre considerata un reato a prescindere dall’uso esclusivamente personale dello stupefacente (l’art. 75 del DPR, sull’uso personale, non prevede infatti la coltivazione tra le condotte integranti l’illecito amministrativo).

Il ragionamento delle Sezioni Unite procede tuttavia distinguendo tra coltivazione “tecnico-agraria” e coltivazione “domestica”. Pur ribadendo che quest’ultima non è riconducibile alla detenzione – e la sua irrilevanza penale non può pertanto essere ancorata meramente al fine dell’autoconsumo – la Corte sottolinea come tale irrilevanza sia da ricercarsi nell’impossibilità di ricondurre una coltura di minima estensione nella definizione di coltivazione prevista dalla norma penale. Difatti, la coltivazione domestica intrapresa con il solo scopo di soddisfare esigenze personali presenta, per definizione, una capacità produttiva estremamente scarsa e di per sé incapace di impattare sulla circolazione della droga nel mercato.

Il discrimine tra la coltivazione penalmente irrilevante e quella illecita viene pertanto riconosciuto nella “prevedibilità” della coltivazione di produrre un basso quantitativo di sostanza stupefacente. A tal fine, le Sezioni Unite danno pertanto rilievo ad una serie di elementi correlati alle “tecniche” di coltivazione, che devono essere tutti compresenti nel caso concreto, quali:

  • la minima dimensione della coltivazione”;
  • il suo svolgimento in forma domestica e non in forma industriale”;
  • la rudimentalità delle tecniche utilizzate”;
  • lo scarso numero di piante”;
  • la mancanza di indici di un inserimento dell’attività nell’ambito del mercato degli stupefacenti”;
  • l’oggettiva destinazione di quanto prodotto all’uso esclusivo del coltivatore”.

La coltivazione “tecnico-agraria”

La Corte sottolinea pertanto la distinzione tra la coltivazione “domestica”, caratterizzata da una produttività modesta, e quella “tecnico-agraria”, astrattamente idonea invece ad aumentare, anche in maniera considerevole, l’offerta del mercato delle sostanze stupefacenti.

La sentenza in esame interviene quindi a chiarire un altro punto di primaria importanza, confermando come la configurabilità del reato di cui all’art 73 dpr 309/90 prescinda dalla quantità di principio attivo ricavabile dalla pianta al momento dell’analisi.

È pacifico infatti che la valutazione del principio attivo di piante giunte al completamento del loro ciclo di maturazione possa essere indicativa dell’idoneità a produrre effetto drogante. Tuttavia, per quanto attiene a coltivazioni non ancora “mature”, la Corte ritiene che il potersi raffigurare il positivo sviluppo della stessa sia elemento sufficiente a caratterizzarne la rilevanza penale. Ad esclusione dell’illiceità verrebbero pertanto valorizzati alcuni dati impattanti sulla “prevedibilità” di produzione di sostanza stupefacente, quali in primis la conformità delle piante coltivate al tipo botanico vietato o l’uso di modalità di coltivazione inadeguate che non possano portare le piante ad una corretta maturazione con annesso sviluppo di principio attivo drogante.

Conclusioni

In conclusione la Corte precisa che laddove la coltivazione domestica volta all’autoconsumo non integri il reato di cui all’art. 73 del DPR 309/90, non potrà trovare applicazione neanche l’illecito amministrativo previsto dall’art. 75 del decreto, poiché tale norma (che punisce l’uso personale con le sanzioni amministrative della sospensione o del divieto di conseguimento, per un periodo ricompreso tra 1 mese e 1 anno, della patente di guida e/o della licenza di porto d’armi e/o del passaporto e/o del permesso di soggiorno per motivi di turismo) non si riferisce in nessun caso alla coltivazione.

Piuttosto, incorrerà in tali sanzioni amministrative il coltivatore che detenga sostanza coltivata e già contenente principi attivi al fine del suo consumo.

 

 

  Autore Avv. Federico Caporale



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