La legittimazione ad agire dello studio associato per i crediti delle prestazioni dei singoli professionisti.

26 Maggio 2020

La legittimazione ad agire dello studio associato per i crediti delle prestazioni dei singoli professionisti

Il caso

Uno studio associato presentava domanda di ammissione al passivo per un credito da prestazioni professionali con richiesta di applicazione del privilegio ex art. 2751 bis n.2 c.c.

Il giudice delegato ammetteva il credito solo in parte ed al chirografo, osservando che la domanda di insinuazione era stata proposta dallo studio associato e non vi era prova del carattere personale della prestazione; tanto più che dalla documentazione inviata al curatore risultava che molteplici prestazioni non erano state effettuate dal sottoscrittore della domanda, ma da altri componenti dello studio associato. Ne seguiva opposizione da parte dello studio associato.

Il Tribunale di Bolzano dichiarava inammissibile l’opposizione rilevando la mancanza di legittimazione ad agire dello studio associato e sostenendo che dall’opposizione non si desumeva a che titolo lo studio associato fosse legittimato a far valere i crediti del sottoscrittore non essendo stato allegato alcun atto di cessione del credito o l’esistenza di altro rapporto avente efficacia traslativa.
Veniva dunque proposto ricorso in Cassazione.

 

Ragioni della decisione

Con il primo motivo, veniva denunciata la violazione e falsa applicazione dell’art. 36 c.c. deducendosi che il Tribunale sarebbe incorso in errore confondendo la questione, meramente processuale, della legittimazione ad agire in giudizio, con l’effettiva titolarità del rapporto.

Il ricorrente riferiva che nel caso di specie lo studio associato era già stato riconosciuto come soggetto legittimato a far valere, nei confronti del fallimento, il credito per l’attività professionale svolta come da fatture emesse dallo stesso studio associato ed allegate all’insinuazione al passivo: il giudice Delegato aveva invero parzialmente ammesso il credito, escludendo unicamente il riconoscimento del privilegio: oggetto dell’opposizione allo stato passivo, era dunque unicamente la mancata attribuzione del privilegio ex art. 2751 bis c.c..

A fronte di ciò, il Tribunale aveva illegittimamente rilevato d’ufficio il difetto di titolarità del rapporto controverso, vale a dire un elemento afferente al “merito” della controversia, rimesso al potere dispositivo delle parti, che non era stato mai oggetto di contestazione.

Il secondo motivo denunciava la nullità del decreto per violazione dell’art. 112 c.p.c., per avere il Tribunale di Bolzano rilevato d’ufficio la carenza di titolarità del rapporto giuridico controverso in capo allo studio associato.

In buona sostanza, il ricorrente lamentava che il Tribunale avesse erroneamente affermato, con rilievo d’ufficio, la carenza di legittimazione processuale dello studio associato, confondendo la situazione meramente processuale della legittimazione ad agire, con l’effettiva titolarità del rapporto oggetto di causa, che costituisce questione di merito.

Entrambi i motivi, strettamente connessi ed in parte coincidenti, sono stati ritenuti fondati.

Secondo il consolidato indirizzo della Suprema Corte, l’associazione professionale costituisce un centro autonomo di imputazione e di interessi rispetto ai singoli professionisti che vi si associano (Cass. 8853/2007; 17683/2010) ponendo altresì in evidenza che, ai sensi dell’art. 36 c.c., l’ordinamento interno e l’amministrazione delle associazioni non riconosciute sono regolati dagli accordi tra gli associati, che ben possono attribuire all’associazione la legittimazione a stipulare contratti e ad acquisire la titolarità di rapporti poi delegati ai singoli aderenti e da essi personalmente curati; in tal caso sussiste legittimazione attiva dello studio professionale associato – cui la legge attribuisce la capacità di porsi come autonomo centro d’imputazione di rapporti giuridici rispetto ai crediti per le prestazioni svolte dai singoli professionisti a favore del cliente conferente l’incarico, in quanto il fenomeno associativo tra professionisti può non essere univocamente finalizzato alla divisione delle spese ed alla gestione congiunta dei proventi (Cass. 6285/2016).

E’ stato al riguardo precisato che la domanda di insinuazione al passivo proposta da uno studio associato fa presumere l’esclusione della personalità del rapporto d’opera professionale da cui quel credito è derivato e dunque l’insussistenza dei presupposti per il riconoscimento del privilegio in oggetto, salva l’allegazione e la prova, a titolo esemplificativo, di un accordo tra gli associati che preveda la cessione all’associazione del credito al compenso per la prestazione professionale che ha in tal caso natura personale e quindi privilegiata.

Nel caso di specie, era pacifica tanto la proposizione dell’insinuazione al passivo fallimentare da parte dello studio associato quanto la parziale ammissione del medesimo studio associato al passivo del fallimento il quale aveva successivamente proposto opposizione ex art. 98 L.F. al solo fine del  riconoscimento del privilegio.

Sulla legittimazione processuale ad agire dello studio associato, in assenza di impugnazione della curatela, si era dunque formato il “giudicato endofallimentare”.

Ed invero, nel giudizio di verificazione del passivo è pienamente efficace la regola del giudicato endofallimentare ex art. 96 L. Fall. sicchè, ove il creditore, ammesso al passivo in collocazione chirografaria, abbia opposto il decreto di esecutività per il mancato riconoscimento del privilegio richiesto senza che, nel conseguente giudizio di opposizione, il curatore si sia costituito ed abbia contestato l’ammissibilità stessa del credito, il giudice dell’opposizione non può, “ex officio”, prendere nuovamente in considerazione la questione relativa all’ammissione del credito ed escluderlo dallo stato passivo in base ad una rivalutazione dei fatti già oggetto di quel provvedimento, essendo l’ammissione coperta dal predetto giudicato (Cass. 6524 del 2017; 25640 del 2017).

Da ciò discende che la legittimazione ad impugnare il provvedimento di esclusione del privilegio spettava (solo) allo studio associato, il quale aveva proposto l’insinuazione ed era stato dunque parte del processo concluso con la pronuncia impugnata.

Il decreto impugnato è stato dunque cassato e la causa va rinviata al tribunale di Bolzano in diversa composizione.

 

Autore Avv. Luigi Critelli



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