FOUR WOMEN

Arte e teatro contro la violenza sulle donne.

Lexchance è lieta di sponsorizzare l’evento FOUR WOMEN dove le opere dell’artista torinese Sabrina Rocca e
la performance teatrale del gruppo torinese Doppeltraum renderanno unica questa serata dedicata alla lotta contro la violenza delle donne.
I volontari di Emergency Torino presenteranno i progetti in Afghanistan, in particolare sull’assistenza alle donne e ai loro diritti.

Four Women.

L’evento FOUR WOMEN nasce con l’intento di creare un format che combina il sociale e l’arte, in ogni sua forma.
Per questo evento il fil rouge è la lotta contro la violenza delle donne, una denuncia sociale che vogliamo trasmettere attraverso la forza e il coraggio delle stesse.

Sabrina Rocca con il suo stile pop esalta i “superpoteri” delle donne ecco alcune sue opere:

 

         

 

La compagnia teatrale Doppeltraum riassume qui la sua performance:

“Nessuno è di fronte alle donne più arrogante, aggressivo e sdegnoso di un uomo poco sicuro della propria virilità.”
Simone De Beauvoir

Il 25 Novembre è la giornata dedicata a tutte quelle donne che sono state e sono vittime di violenza. Purtroppo, non basta un solo giorno a ricordare quanto di drammatico accade nella vita delle donne ogni giorno; donne che combattono sole contro un sistema patriarcale radicato a livello politico e domestico e donne che invece diventano il volto dell’egemonia del sistema.

Proprio ragionando sulle donne che nel tempo hanno testimoniato la violenza subita, Cristina Renda, Luana Doni e Chiara Bosco della compagnia teatrale torinese Doppeltraum Teatro, hanno deciso di dare voce alle esperienze di chi, di violenza, ne ha scritto. Annie Ernaux, Harriet Jacobs, Francesca Genti, Serena Dandini, Simone de Beauvoir, Audre Lorde, Vanessa Springora tra le donne che, attraverso l’arte, sono riuscite ad alleviare un dolore insopportabile e ad aprire gli occhi di chi le osservava, ascoltava, vedeva, sulla valenza proteiforme della violenza.
Per questa ragione, durante la serata del 9 di Giugno, le attrici di Doppeltraum Teatro hanno deciso di creare un percorso fatto di letture e di musica, quella di Nina Simone, voce del dolore, dell’anima e della lotta. Ognuna con la sua storia, ognuna con la propria espressione, tutte unite da un unico dolore.

I testi che andranno a leggere le 3 attrici saranno tratti da:

Annie Ernaux
-Francesca Genti
-Harriet Jacobs
-Vanessa Springora
-Serena Dandini
-Giuseppe Carrisi
-Simone de Beauvoir
-Audre Lorde
-Nina Simone

La data da segnare è giovedì 9 giugno 2022 dalle ore 18.30 nella location Castello Galli a La Loggia, Torino.

Cliccando BIGLIETTI  potrai acquistare i biglietti a seguito di una donazione libera.

 

LAVORO IRREGOLARE: QUANDO SCATTA LA MAXISANZIONE.

In via generale, la maxisanzione non trova applicazione tutte le volte che viene evidenziata la volontà del datore di lavoro di non occultare il rapporto di lavoro, anche se si tratta di una diversa qualificazione dello stesso.

Ne consegue che il personale ispettivo non adotterà la maxisanzione:

– nei casi di intervenuta regolarizzazione spontanea ed integrale del rapporto di lavoro originariamente in “nero”, prima di qualsiasi accertamento da parte di organismi di vigilanza o prima dell’eventuale convocazione per l’espletamento del tentativo di conciliazione monocratica e in caso di differente qualificazione del rapporto di lavoro. In presenza di erogazione di prestazioni economiche (es. indennità di infortunio), assume rilievo la data dell’evento. Ciò significa che se la regolarizzazione del lavoratore che si è infortunato è intervenuta prima dell’accesso ispettivo, non verrà considerata spontanea (e quindi troverà applicazione la maxisanzione) se la comunicazione preventiva non è stata effettuata almeno 24 ore prima dell’infortunio e se il datore di lavoro prova di non aver occultato il rapporto di lavoro;

– e se il datore di lavoro si è trovato nell’impossibilità di effettuare la comunicazione del rapporto di lavoro a causa della chiusura dello studio di consulenza ha cui ha affidato la gestione degli adempimenti lavoro (ad esempio per ferie).

 

Criteri di irrogazione della maxisanzione

Le sanzioni si dividono in tre diversi scaglioni che variano a seconda della durata dell’illecito prima della regolarizzazione:

1)     da euro 1.800 a euro 10.800 per ciascun lavoratore irregolare, in caso di impiego del lavoratore sino a trenta giorni di effettivo lavoro;

2)     da euro 3.600 a euro 21.600 per ciascun lavoratore irregolare, in caso di impiego del lavoratore da trentuno sino a sessanta giorni di effettivo lavoro;

3)     da euro 7.200 a euro 43.200 per ciascun lavoratore irregolare, in caso di impiego del lavoratore oltre sessanta giorni di effettivo lavoro.

 

Le suddette sanzioni sono aumentate del 20% in caso di impiego:

  • di lavoratori stranieri irregolari;
  • di minori in età lavorativa (vale a dire coloro che non possono far valere dieci anni di scuola dell’obbligo ed il compimento dei sedici anni);
  • di percettori del reddito di cittadinanza di cui al D.L. n. 4/2019 (conv. da L. n. 26/2019).

 

Le sanzioni sono raddoppiate se il datore di lavoro, nei tre anni precedenti, è stato destinatario di sanzioni amministrative o penali per i medesimi illeciti.
Affinchè trovi applicazione la recidiva, è necessario che tali illeciti risultino definitivamente accertati (ossia sia decorso il termine per impugnare l’ordinanza-ingiunzione e/o sia stata pagata la sanzione e/o sia passata in giudicato la sentenza emessa a seguito di impugnazione della medesima ordinanza).
In caso di irrogazione della maxisanzione, non trovano applicazione le altre sanzioni previste dalla normativa sui rapporti di lavoro come quella per la mancata consegna della lettera di assunzione oppure quella sull’omessa registrazione nel LUL, salvo che il datore di lavoro non fosse tenuto ad istituirlo per il lavoratore in nero. In quest’ultimo caso trova applicazione la sanzione per l’omessa istituzione.
Troverà invece applicazione sia la maxisanzione che la sanzione prevista per aver   effettuato pagamenti non utilizzando strumenti tracciabili nel caso in cui venga accertato l’impiego di lavoratori irregolari remunerati in “nero”.

 

stefano ponte Autore Avv. Stefano Ponte

La concessione del sequestro conservativo sullo yacht nel corso del giudizio di appello: la Corte d’appello di Genova conferma l’ordinanza emessa in sede di sospensiva.

LA CONCESSIONE DEL SEQUESTRO CONSERVATIVO SUL BENE YACHT IN SEDE DI SOSPENSIVA IN APPELLO: LA CORTE D’APPELLO DI GENOVA EMETTE ORDINANZA EX ART. 351 – 771 c.p.c. E CONFERMA IL SEQUESTRO IN SEDE DI RECLAMO EX ART. 669terdecies c.p.c.

I FATTI PROCESSUALI: UNA SINTESI.

Il procedimento che ha dato origine ai provvedimenti della Corte d’Appello di Genova, Sezione Prima e Sezione Seconda, oggetto del presente contributo, viene introdotto da un ricorso autonomo ex artt. 283 – 351 c.p.c. che parte cantiere – appellante promuove, in corso di causa, per chiedere la sospensione dell’esecutività della sentenza di primo grado in punto “riconsegna dello yacht” e, in via di subordine, la concessione di una nuova misura cautelare nella forma del sequestro conservativo da disporsi sull’imbarcazione medesima.

Il contenzioso trae origine dall’azione giudiziaria introdotta da una società operante nel settore della cantieristica navale, assistita dal nostro studio, nei confronti di un armatore – proprietario di uno yacht battente bandiera straniera, a fronte del mancato pagamento di una consistente somma di denaro dovuta in ragione di attività di refitting e manutenzione di natura ordinaria e straordinaria effettuate sull’imbarcazione.

La predetta società ha ottenuto, prima dell’inizio del giudizio ordinario di primo grado, un sequestro conservativo sullo yacht, ubicato presso le sedi cantieristiche, sequestro che è stato confermato ripetutamente in corso di causa dal Tribunale, sia in forma monocratica che collegiale, e revocato, inaspettatamente, all’esito del giudizio.

Promosso appello da parte della società cantieristica unitamente all’istanza di sospensiva, il ricorso ex artt. 283 – 351 c.p.c. viene trattato autonomamente.

In sede di ricorso e in sede di discussione vengono messe in evidenza le ragioni che legittimano la società cantieristica a non poter dar seguito all’ordine di restituzione dello yacht, pena l’impossibilità di soddisfazione del proprio credito, nonché l’esigenza di ottenere nuovo sequestro conservativo, laddove quello concesso in primo grado sia divenuto inefficace.

 

LE MOTIVAZIONI DELLA CORTE D’APPELLO DI GENOVA – SEZIONE PRIMA.

Con provvedimento emesso nel mese di Dicembre 2021 la Corte d’Appello di Genova, in accoglimento delle domande formulate da parte ricorrente – appellante (cfr cantiere), ha ritenuto di poter concedere un nuovo sequestro conservativo sullo yacht, impedendone così la riconsegna a parte armatrice, non essendovi alcuna circostanza di ordine fattuale e giuridica tale da poter escludere la sua concessione in sede di sospensiva e ritenendo configurabili le condizioni per una riforma della sentenza di primo grado.

Brevemente i motivi della decisione.

La Corte osserva che: “Ai fini dell’accoglimento dell’inibitoria, la Corte viene chiamata ad esprimere una valutazione riguardante la sussistenza di elementi di “fumus boni iuris” dell’impugnazione tali da far apparire, allo stato degli atti, sicuramente o probabilmente destinata ad incisiva riforma la sentenza appellata, dovendo essere prima di tutto chiarito che una tale valutazione non è preclusa nel caso concreto dal rigetto dell’istanza ex art. 283 c.p.c., la quale non implica l’insussistenza del fumus boni iuris, in quanto fondata unicamente sulla natura dichiarativa della pronuncia di revoca del sequestro alla quale consegue la disposta restituzione del bene sequestrato. (…) Se, dunque, si ammette che il giudice di appello compia, in sede di inibitoria, una valutazione di fumus boni iuris, in termini di probabilità di riforma della sentenza appellata, il che implica ovviamente, atteso anche il normale effetto devolutivo del giudizio di appello , una valutazione, sempre in forma sommaria e provvisoria, della fondatezza delle ragioni della parte appellante, non si vede perché si dovrebbe vietare una valutazione del tutto analoga con riferimento ad una richiesta cautelare come quella in esame, avuto riguardo alla particolarità del caso concreto, in cui la motivazione della sentenza considera irrilevanti ai fini del decidere due circostanze che invece appaiono – solo in via di sommaria delibazione e naturalmente riservata alla sede decisoria ogni ulteriore ed eventualmente diversa valutazione – rilevanti ai fini del decidere (…)”.

In secondo luogo, quanto alla configurabilità del c.d. periculum, il Collegio ha correttamente rilevato che: “è sufficiente fare riferimento alla circostanza che l’istante rischia di perdere la garanzia del proprio credito, vale a dire il privilegio marittimo ex art. 552 cod. nav., applicabile alle imbarcazioni da diporto ai sensi dell’art. 1 comma d.lgs n.171/2005, in forza del quale “Per quanto non previsto dal presente codice, in materia di navigazione da diporto si applicano le leggi, i regolamenti e gli usi di riferimento ovvero, in mancanza, le disposizioni del codice della navigazione” nonché “alla non trascurabile entità del credito azionato (…)”. E, ancora, “il sequestro della nave in questione, battente bandiera di stato estero, appare consentita anche in applicazione dell’art. 2 Convenzione di Bruxelles del 10/5/1952”.

La Corte ha, quindi, disposto un nuovo sequestro conservativo sull’imbarcazione ex artt. 669quater e 671 c.p.c.

 

LE CONCLUSIONI ALL’ESITO DEL GIUDIZIO DI RECLAMO EX ART. 669TERDECIES C.P.C AVVERSO L’ORDINANZA CAUTELARE EMESSA DALLA CORTE D’APPELLO DI GENOVA – SEZIONE PRIMA: LE MOTIVAZIONI DELLA CORTE D’APPELLO DI GENOVA – SECONDA SEZIONE CIVILE.

Avverso il predetto provvedimento è stato promosso reclamo ex art. 669terdecies c.p.c. da parte armatrice davanti ad altra Sezione della Corte d’Appello. Concessi i termini per le difese ed esaurita la fase di discussione, la Corte ha rigettato il reclamo, ivi compresa l’istanza di revoca ex art. 684 c.p.c. formulata in via di subordine.

In relazione alla ritualità della domanda cautelare in sede di sospensiva, il Collegio ha osservato quanto segue.

Va respinta, altresì, l’eccezione preliminare formulata dal reclamante circa l’”irritualità del provvedimento impugnato, non emanabile in sede di trattazione dell’istanza di inibitoria”. Infatti, il sequestro conservativo può essere chiesto in corso di causa anche nel giudizio di appello e la Corte di Appello adita, cui è stata chiesta la concessione del sequestro conservativo in corso di causa, trattandosi del giudice del merito del gravame, ha accolto l’istanza, ritenendo configurabili i requisiti del fumus boni iuris e del periculum in mora posti a base dell’istanza di sospensiva, non essendovi alcuna preclusione in relazione alla sede nella quale concedere, in appello, la misura cautelare. Va notato che, avuto riguardo all’urgenza, che è un elemento normale, se non essenziale, della situazione che induce a chiedere il sequestro, la legge configura l’attività che conduce alla pronuncia del provvedimento cautelare come un procedimento a cognizione sommaria per il quale è sufficiente la delibazione del fumus boni iuris e del periculum in mora. Pertanto, se la Corte di Appello compie, in sede di inibitoria, una valutazione del fumus boni iuris e del periculum in mora, non vi sono ragioni ostative ad una analoga valutazione relativamente ad una richiesta cautelare quale quella in esame, non essendo ciò impedito nemmeno dal fatto che l’istanza di inibitoria è stata rigettata dalla Corte di Appello in quanto tale rigetto è derivato dalla natura dichiarativa della pronuncia.

 

CONCLUSIONI

Le recenti decisioni della Corte d’Appello di Genova confermano, pertanto, la ricostruzione giuridica offerta dalla nostra difesa in virtù della quale, laddove sussistenti i presupposti di fatto e di diritto, analiticamente argomentati, il sequestro conservativo possa essere concesso in corso di causa ed in sede di sospensiva in appello, laddove sia già ravvisabile una probabile riforma della sentenza di primo grado e sia necessario garantire la soddisfazione del credito della società cantieristica.

 

alessandra-labanca-lexchance  Autrice avv. Alessandra Labanca

CRISI D’IMPRESA: LE NOVITA’ INTRODOTTE DAL D.L. 118/2021

Con l’emanazione del Decreto-legge 24 agosto 2021, n. 118, il legislatore ha approvato nuove misure urgenti in materia di crisi d’impresa e di risanamento aziendale, con l’obiettivo di ampliare gli strumenti a disposizione delle imprese per sopravvivere all’emergenza epidemiologica ed attuare la tanto agognata “ripartenza”.
In particolare, per quanto è di nostro interesse, il provvedimento interviene su tre fronti.

 

  1. Differimento dell’entrata in vigore del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza

In primo luogo, il D.L. n. 118/2021 rinvia nuovamente l’entrata in vigore del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (d.lgs. n. 14/2019) al 16 maggio 2022, con ulteriore differimento delle disposizioni concernenti le procedure di allerta e di composizione assistita della crisi innanzi all’OCRI (Organismo di composizione della crisi d’impresa) al 31 dicembre 2023.

 

  1. Introduzione dell’istituto della composizione negoziata della crisi d’impresa e del concordato semplificato per la liquidazione del patrimonio

La novità più importante contenuta nel decreto-legge in esame è l’introduzione della procedura di composizione negoziata per la soluzione della crisi d’impresa: consiste in un istituto di carattere stragiudiziale, che potrà essere utilizzato, a decorrere dal 15 novembre 2021 (salvo eventuali modifiche che potranno essere introdotte in sede di conversione in legge), dall’imprenditore che si trova in condizioni di squilibrio patrimoniale od economico-finanziario, ma non ancora in stato di insolvenza.

In forza della procedura in commento, in particolare, l’imprenditore potrà essere affiancato da un esperto terzo ed indipendente, che avrà l’incarico di agevolare le trattative con i creditori, al fine di trovare la migliore soluzione per il superamento dello stato di crisi ed il risanamento aziendale.

Le possibili soluzioni adottabili in esito alla procedura – disciplinate all’art. 11, comma 1 – sono:

  • la conclusione di un contratto con uno o più creditori idoneo ad assicurare la continuità aziendale per un periodo non inferiore a 2 anni;
  • la conclusione di una convenzione di moratoria ai sensi dell’art. 182-octiesFall.;
  • la stipula di un accordo sottoscritto dall’imprenditore, dai creditori e dall’esperto, che produce i medesimi effetti di un piano di risanamento ai sensi dell’ 67, comma 3, lett. d), L.Fall., senza tuttavia la necessità di attestazione.

Come precisato all’art. 11, comma 2, l’imprenditore potrà sempre domandare l’omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti ai sensi degli artt. 182-bis, 182-septies e 182-novies L.Fall., con la precisazione che la percentuale di cui all’art. 182-septies è ridotta al 60%  se  il raggiungimento dell’accordo risulta dalla relazione finale dell’esperto.

Segnaliamo, seppure nella presente sede non è possibile approfondirne tutti gli aspetti, che l’art. 6 prevede la possibilità, per l’imprenditore che si avvalga della procedura di composizione negoziata della crisi, di richiedere l’applicazione di misure protettive del patrimonio, che hanno l’effetto di limitare le possibilità di azione nei confronti dell’imprenditore da parte dei creditori e di precludere il pronunciamento di sentenze di fallimento o di stato di insolvenza fino alla conclusione delle trattative o all’archiviazione dell’istanza di composizione negoziata.

Sono, inoltre, previste, all’art. 14, alcune c.d. misure premiali in favore dell’imprenditore in crisi, ossia misure e agevolazioni fiscali derivanti dal ricorso alla composizione negoziata.

Ulteriore novità nel campo delle procedure concorsuali è prevista dall’art. 11, comma 3, secondo cui, nel caso di mancata individuazione, in esito alla procedura negoziata, di una soluzione idonea al superamento della situazione di crisi, l’imprenditore potrà, oltre ad avvalersi delle classiche procedure concorsuali di cui alla normativa previgente (piano attestato di risanamento, fallimento, amministrazione straordinaria, ecc.), anche presentare una proposta di concordato semplificato per la liquidazione del patrimonio ex art. 18 del D.L. n. 118/2021.

Viene così introdotto l’istituto del concordato per cessione di beni unitamente al piano di liquidazione, che prevede l’omologazione da parte del Tribunale, a fronte di una valutazione positiva circa la fattibilità del piano di liquidazione, l’insussistenza di un pregiudizio per i creditori rispetto all’alternativa della liquidazione fallimentare e l’assicurazione di una utilità per ciascun creditore, e, successivamente, la nomina di un liquidatore.

 

  1. Introduzione di modifiche alla legge fallimentare, con l’anticipazione di alcuni strumenti di composizione negoziale previsti dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza

L’art. 20, comma 1, reca, infine, importanti novelle alla legge fallimentare (R.D. 16  marzo 1942, n. 267), intervenendo principalmente sulla disciplina del concordato preventivo e degli accordi di ristrutturazione dei debiti ed anticipando, di fatto, alcune disposizioni contenute nel Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza.

Con particolare riferimento a tale ultima categoria di novelle, l’articolo in commento prevede l’inserimento nella legge fallimentare della disciplina degli accordi di ristrutturazione ad efficacia estesa, della nuova disciplina della convenzione in moratoria e degli accordi di ristrutturazione agevolati, istituti già disciplinati dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, i quali, con tale introduzione, vedono anticipare la loro entrata in vigore rispetto al differimento di cui al punto 1 della presente disamina.

 

Un cambiamento radicale di prospettiva: dalla centralità del fallimento alla valorizzazione delle procedure negoziali di gestione della crisi di impresa.

Come più volte evidenziato nella relazione illustrativa al Decreto-legge in esame, il legislatore ha preso definitivamente atto dell’impossibilità di affrontare la crisi delle aziende nel periodo
successivo alla pandemia con gli istituti vigenti, riconducibili alla legge fallimentare, ritenuti ormai inadeguati a fronteggiare le esigenze di tutela dei creditori ed, al contempo, della produzione.

Il principale obiettivo dell’intervento normativo in commento è, quindi, quello di incentivare, con strumenti nuovi e che prevedano una maggiore interazione tra le parti coinvolte, l’accesso alle procedure alternative rispetto al fallimento, favorendo, per un verso, l’emersione anticipata della  crisi e, per altro verso, il risanamento delle imprese in condizioni di squilibrio patrimoniale o economico-finanziario che hanno le potenzialità necessarie per restare sul mercato.

 

avv. Luna Ambrosino Autrice Avv. Luna Ambrosino

IL SINISTRO NELLA PISCINA CONDOMINIALE E LA RESPONSABILITA’ DELL’AMMINISTRATORE.

La piscina condominiale.

La piscina condominiale, anche se non espressamente prevista tra i beni comuni dall’art. 1117 c.c. – comprendente alcuni beni in via meramente esemplificativa – è considerata, per la sua destinazione, un bene a servizio di una struttura condominiale e degli abitanti dell’edificio.

Ma di chi è la responsabilità se, durante l’utilizzo della piscina condominiale, si verifica un sinistro, che provochi delle lesioni, anche mortali? Il tema è stato affrontato di recente dalla sentenza della Cassazione del 19 maggio 2021, n. 13595.

La responsabilità in caso di sinistro e la sentenza della Cassazione 19/5/2021 n. 13595.

La sentenza 19/05/2021 n. 13595 prende in esame un sinistro occorso ad una minore rimasta incastrata nel foro ove vi era la pompa di aspirazione, posta sul fondo della piscina condominiale, e successivamente deceduta.

Nei primi due gradi di giudizio è stata affermata la responsabilità sia del Condominio che della società appaltatrice dei lavori di manutenzione ordinaria della piscina, con conseguente condanna al risarcimento danni ai familiari (madre e fratello) della vittima in via paritaria.

A seguito di gravame proposto dalla compagnia assicurativa del Condominio, la Suprema Corte, preliminarmente, ha affrontato il tema della custodia del bene individuando quali soggetti -pubblici o privati- che siano custodi di un bene coloro che:

  • hanno il possesso o la detenzione della cosa, in ragione della relativa disponibilità ed effettiva possibilità di controllo;
  • hanno obblighi di vigilanza, controllo e diligenza;
  • hanno l’onere di adottare tutte le misure idonee a prevenire ed impedire la produzione di danni a terzi, con lo sforzo adeguato alla natura e alla funzione della cosa e alle circostanze del caso concreto.

Nel caso della piscina, custode è certamente l’appaltatore, con riferimento all’appalto -conferito dal Condominio- del servizio continuativo e periodico di manutenzione.

La responsabilità da custodia è però anche configurabile in capo al Condominio.

Lo stesso è infatti un autonomo soggetto di diritto e, pertanto, risponde autonomamente quale custode dei beni e servizi comuni.

L’amministratore di Condominio ha il potere – dovere di provvedere non solo alla gestione e al controllo delle cose comuni, ma anche alla relativa custodia, col conseguente obbligo di vigilare affinché le stesse non rechino danni a terzi o agli stessi condomini.

Potere-dovere che si estende anche alla piscina condominiale, la cui gestione soddisfa esigenze collettive della comunità condominiale.

Lo stesso è inoltre obbligato ad adottare tutte le misure necessarie affinché le cose comuni non rechino pregiudizio, ed è di conseguenza responsabile dei danni derivanti dalle parti comuni dell’edificio e dagli accessori e pertinenze, ivi ricompresa la piscina condominiale.

Peraltro, nel caso in esame, l’amministratore e l’appaltatore erano consapevoli del pericolo rappresentato dalla grata in fondo alla piscina, ma:

– non lo avevano in alcun modo segnalato (ad esempio non era stato apposto alcun cartello o altri sistemi di avvertimento);

– non avevano destinato persone alla sorveglianza della piscina;

– non era stata disposta la chiusura dell’impianto.

Concustodia.

La Suprema Corte precisa che l’obbligo di custodia del Condominio e i corrispondenti poteri dell’amministratore non vengono meno nemmeno qualora siano appaltati a terzi lavori riguardanti le parti comuni dell’edificio condominiale, di norma ricorrendo in tal caso l’ipotesi della concustodia.

Il Condominio non ha pertanto potuto invocare la sola responsabilità della società appaltatrice, sussistendo anche in capo all’Amministratore l’onere di vigilanza e controllo.

 

 

  Autrice Avv. Elisa Macrì

LA TRUFFA TRAMITE “PHISHING”: COME RICONOSCERLA E COME REAGIRE.

Il phishing.

 

Il c.d. “phishing” è un particolare tipo di truffa in cui il truffatore finge di essere un interlocutore affidabile (spesso una banca o un istituto finanziario) per farsi consegnare dati sensibili, finanziari o password. Solitamente essa avviene attraverso comunicazioni email, ma possono anche essere sfruttati post sui social media, banner pubblicitari, sms, messaggi whatsapp o telefonate.

Il meccanismo su cui si basa questo tipo di truffa è però sempre lo stesso:

 

  • la vittima si trova davanti a comunicazioni che – a prima vista – sembrano provenire da un soggetto conosciuto, fidato o comunque affidabile;
  • spesso, tale soggetto finge una situazione di emergenza (ad esempio: “il tuo account sta per essere chiuso” o “il tuo conto bancario è oggetto di un attacco informatico”);
  • viene richiesto alla vittima di rivelare dati che verranno poi utilizzati a suo danno.

 

Come riconoscerlo.

 

Nel mondo moderno riceviamo ogni giorno tantissime comunicazioni. Tra esse, possono nascondersi dei tentativi di truffa. Come possiamo riconoscerli?

Innanzitutto, sviluppando un po’ di sana diffidenza. Allo stesso modo in cui non ci fideremmo di un soggetto che, fermatici per strada, si presentasse come il direttore della nostra banca e ci chiedesse una firma su un documento bancario – dobbiamo imparare a dubitare di comunicazioni NON RICHIESTE da parte di enti che ci invitano a fornire password o dati sensibili (in particolare se finanziari).

Ogni qualvolta si ricevono comunicazioni di questo tipo, è importante fare attenzione ai particolari. E’ bene allertarsi in presenza di alcuni indicatori di rischio, ad esempio:

 

  • la comunicazione contiene degli errori grammaticali o ortografici;

 

  • la grafica è diversa da quella che solitamente contraddistingue le comunicazioni di quell’ente;

 

  • l’indirizzo del mittente (controlliamolo sempre!) non è riconoscibile o non è quello tipico dell’ente (ad esempio, contiene errori o formulazioni diverse da quelle originali).

 

In ogni caso, non clicchiamo su link o non apriamo allegati alle mail in presenza di elementi di sospetto e, più in generale, non forniamo mai nostri dati se la richiesta non deriva da una comunicazione che abbiamo stimolato noi. In caso di dubbio, possiamo sempre chiamare l’ente e controllare che sia stato proprio lui a contattarci.

 

Come reagire.

 

Nel caso fossimo caduti vittima di phishing, rechiamoci subito dalle forze di polizia o in uno studio legale specializzato che sappia assisterci nella predisposizione della querela e, nel caso ci fossero stati rubati dei soldi, nella richiesta di risarcimento. Ricordiamoci che questo tipo di truffa coinvolge sovente di due aspetti, tra loro strettamente correlati.

Il primo, di carattere penale, attiene al reato commesso nei nostri confronti e riguardo al quale si deve presentare denuncia-querela alla Procura della Repubblica.

Il secondo, di carattere civile, attiene invece ai danni patrimoniali da noi subiti. Questo aspetto spesso coinvolge una richiesta di risarcimento all’ente finanziario e si basa sostanzialmente sull’assenza di gravi colpe da parte della vittima. E’ quindi importante mettere in atto tutti gli accorgimenti che sono stati esposti sopra, al fine di non agire incautamente.

Ad ogni modo, ricordiamoci sempre che in caso di truffa è bene muoversi velocemente, al fine di mitigarne le conseguenze dannose.

 

 

nicolo' bussolati  Autore Avv. Nicolò Bussolati

INAMMISSIBILE IL RECLAMO CAUTELARE AVVERSO L’ORDINANZA DI CONFERMA DEL SEQUESTRO CONSERVATIVO SULLO YACHT.

I FATTI PROCESSUALI: UNA SINTESI.

Il procedimento che ha dato origine al provvedimento emesso dal Tribunale di Imperia in composizione collegiale in data 19 Aprile 2021, oggetto del presente contributo, viene introdotto da un reclamo ex art. 669terdecies c.p.c. che parte armatrice – ricorrente promuove, in corso di causa, avverso l’ordinanza di conferma della misura cautelare nella forma del sequestro conservativo disposta su uno yacht. Tale ultima ordinanza viene emessa dal Giudice del merito nell’agosto 2020, all’esito di un procedimento introdotto dalla stessa parte per la revoca del sequestro ex art. 669decies c.p.c. “Revoca e modifica”.

Il contenzioso trae origine dall’azione giudiziaria introdotta nell’anno 2018 da una società operante nel settore della cantieristica nautica, assistita dal nostro studio, nei confronti di un armatore – proprietario di uno yacht battente bandiera inglese, a fronte del mancato pagamento di una consistente somma di denaro dovuta in ragione di attività di manutenzione di natura straordinaria effettuate sull’imbarcazione.

La predetta società ha ottenuto, prima dell’inizio del giudizio ordinario, un sequestro conservativo sullo yacht, ubicato presso le sedi cantieristiche, fino alla concorrenza dell’importo dovuto oltre oneri, sequestro che è stato convalidato a seguito dell’introduzione del contradditorio e successivamente confermato in un primo reclamo ex art. 669terdecies c.p.c. promosso da parte armatrice. In sede di reclamo, il Collegio, condivise le ragioni del cantiere nautico, ha confermato la legittimità della misura, ritenendo sussistenti i presupposti della c.d. verosimiglianza dell’esistenza del diritto (c.d. fumus boni iuris) e del c.d. pericolo nel ritardo (c.d. periculum in mora).

Nel corso del giudizio di merito, l’armatore – proprietario ha promosso una serie di sub procedimenti volti ad ottenere la revoca della misura cautelare, tutti aventi esito negativo con conseguente reiterata conferma del sequestro.

Con l’ordinanza impugnata nel giudizio di reclamo concluso con il provvedimento che si analizza, il Tribunale di Imperia, in composizione monocratica, respinge l’istanza avversaria sul presupposto che le ragioni di fatto addotte dalla parte sequestrante siano fondate, anche all’esito dell’istruttoria esperita, e che le ragioni di diritto sostenute da controparte non possano giustificare la revoca del sequestro sullo yacht.

Nel termine concesso dal Collegio, la società resistente, assistita dal nostro studio, ha formulato in via preliminare una serie di eccezioni di natura processuale che, secondo il ragionamento prospettato dalla difesa, rendono inammissibile e/o improcedibile il ricorso avversario con conseguente conferma della misura cautelare sul bene yacht.

 

LE MOTIVAZIONI DEL TRIBUNALE DI IMPERIA.

Con provvedimento emesso in data 19 Aprile 2021 il Tribunale di Imperia, in composizione collegiale, ha accolto le eccezioni processuali formulate in via preliminare dalla società resistente ritenendo, in sintesi, che il reclamo avversario debba essere dichiarato inammissibile in quanto la parte ricorrente – armatrice ha utilizzato lo strumento del reclamo del tutto impropriamente ed a fronte di un provvedimento non impugnabile con tale rimedio.

Brevemente i motivi della decisione.

Il Tribunale di Imperia, dopo aver ricordato il principio generale della “tassatività” dei mezzi di impugnazione, da estendersi “anche alla “reclamabilità” dei provvedimenti di natura cautelare e, quindi e come nel caso in esame, anche di autorizzazione a disporre sequestro conservativo” e dopo aver riproposto l’analisi dei presupposti giuridici di cui all’art. 669terdecies, primo comma c.p.c., ha osservato quanto segue. In primo luogo, dal combinato disposto delle due premesse derivala non reclamabilità dell’ordinanza con la quale, nel corso del giudizio di merito, il Giudice abbia “rigettato l’istanza di revoca” del provvedimento cautelare (nella fattispecie di sequestro conservativo) proposta dalla parte in danno della quale, ante causam, esso era stato autorizzato; quanto precede risultando del tutto evidente come con tale provvedimento non venga né “concesso” né “negato” il provvedimento cautelare de quo”.

In secondo luogo, il Collegio ha correttamente rilevato la differenza tra i provvedimenti conclusivi il ricorso ex art. 671 c.p.c. e quello ex art. 669decies c.p.c. In sintesi, nel primo caso, il “Giudice (ante causam ovvero in corso di causa) – in assenza di un precedente provvedimento, esaminata la situazione e valutata ex novo la sussistenza dei presupposti – di fatto esercita il potere giurisdizionale attribuitogli in materia cautelare”. Nella seconda ipotesi, quale quella di “rigetto della richiesta di revoca” il “Giudice, (…), si limita esclusivamente a ritenere “non modificate” le ragioni poste a sostegno del provvedimento già in essere. Il provvedimento, pertanto, continua a fondarsi sulla precedente decisione.

In terzo luogo, il Collegio, condividendo una giurisprudenza consolidata richiamata nelle difese della società resistente, osserva come l’ordinanza emessa all’esito di un procedimento ex art. 669decies c.p.c. non possa essere oggetto di reclamo in quanto ammettere l’utilizzo di tale rimedio processuale consentirebbe “una costante e reiterata reclamabilità dell’ordinanza cautelare di cui si chiede la revoca, con la possibilità anche di eludere le preclusioni poste dall’art. 669 terdecies c.p.c.” (Tribunale di Messina, sez. II, 29 Novembre 2005). E, ancora, “tale rimedio non può estendersi automaticamente ed indifferentemente a qualsivoglia provvedimento in materia cautelare, così per quanto attiene alle ordinanze di cui all’art. 669 decies c.p.c. non sono reclamabili, quantomeno, quelle di rigetto dell’istanza cautelare di revoca” (Tribunale di Milano, 29 Agosto 2002).

 

LE CONCLUSIONI ALL’ESITO DEL GIUDIZIO DI RECLAMO.

La recente decisione del Tribunale di Imperia conferma, pertanto, l’orientamento giurisprudenziale che si ritiene condivisibile, in virtù del quale i provvedimenti emessi all’esito del procedimento ex art. 669decies c.p.c. (nel caso di specie, di conferma di sequestro conservativo) non possano essere oggetto di reclamo ex art. 669terdecies c.p.c.

 

 

  Autrice Avv. Alessandra Labanca

IL SOGGETTO PASSIVO IMU IN CASO DI CONTRATTO DI LEASING RISOLTO.

Il caso: Cass. Sez V Ord. n.9624 del 13.04.2021.

 

Il caso in esame è inerente ad un diniego di rimborso IMU per la quota oggetto di contratto di locazione finanziaria già risolto per inadempimento del conduttore sostenendosi che la soggettività passiva IMU fino al momento della riconsegna del bene permane in capo al locatario. Tanto la Commissione di primo grado che la Commissione regionale rigettavano la domanda ritenendo che il soggetto passivo è il locatario a decorrere dalla data della stipula e per tutta la durata del contratto.

Veniva dunque proposto ricorso per Cassazione lamentando la violazione dell’art. 9 del D.Lgs. n.23/11. Altresì, si sosteneva che la durata del contratto di locazione finanziaria decorreva dal momento della stipula al momento della riconsegna del bene, segnando tale momento il cambio di soggettività passiva dal locatario utilizzatore al concedente

 

Ragioni della decisione.

Come sottolineato dalla Suprema Corte, il punto critico della questione verte nell’individuazione del termine del contratto di locazione finanziaria, in caso di risoluzione, e nel momento in cui la soggettività passiva IMU torna in capo alla società di leasing. Spesso, infatti, la cessazione del contratto e riconsegna del bene immobile non sono contestuali.

Secondo un primo indirizzo interpretativo, il contratto cesserebbe dalla data di risoluzione per inadempimento. Il locatario non sarebbe più da considerarsi soggetto passivo e a nulla rileverebbe il fatto che la riconsegna non sia contestuale alla risoluzione.

Pertanto, nel periodo intercorrente fra la risoluzione anticipata del contratto e la riconsegna del bene, sarebbe il proprietario a dover versare l’IMU, in quanto il locatario sarebbe un mero detentore senza titolo.

Secondo l’opposto indirizzo, più risalente, per la durata del contratto di locazione finanziaria dovrebbe comprendersi il periodo intercorrente tra la data della stipulazione e la data di riconsegna effettiva del bene. L’utilizzatore, dunque, sarebbe il soggetto passivo IMU fino alla data di riconsegna dell’immobile, comprovata dal relativo verbale.

Secondo tale orientamento, il presupposto dell’IMU (come quello della vecchia ICI) è testualmente individuato dall’art. 8 D.Lgs. n.23/11 nel possesso dei beni immobili.

Tuttavia, per effetto di quanto previsto dalla successiva norma sulla soggettività passiva (art. 9), il concetto di “possesso” previsto dall’art. 8 del summenzionato decreto ha un contenuto diverso e più ampio della nozione di possesso delineata dal codice civile. Ai fini dei menzionati tributi, infatti, si qualificano come possessori anche soggetti (definiti detentori qualificati) che dispongono dell’immobile sulla base non di un diritto reale di godimento, bensì di un diritto personale. Uno di questi casi è quello rappresentato proprio dall’utilizzatore in leasing, il quale è gravato della responsabilità dei citati tributi per l’intera durata del contratto, in quanto tale negozio gli attribuisce i medesimi benefici ed oneri del proprietario.

Tale situazione si protrae del tutto invariata fino a quando l’utilizzatore mantiene presso di sé la disponibilità concreta dell’immobile, tanto che nel nostro ordinamento vige un più generale principio secondo il quale, nei contratti di durata che attribuiscono ad un soggetto il diritto di godere di un bene altrui, la mancata riconsegna del bene stesso a seguito della risoluzione del rapporto per causa del conduttore determina la permanenza in capo a quest’ultimo degli obblighi e dei rischi assunti con il contratto.

Tale interpretazione è stata, tuttavia, successivamente superata (Cass. Sez. 5, n.29973/2019) e si è ritenuto che il soggetto passivo IMU, in caso di risoluzione del contratto di leasing, torna ad essere il locatore, ancorché non abbia ancora acquisito la materiale disponibilità del bene per mancata riconsegna da parte del locatario, in quanto, ai fini impositivi, assume rilevanza non tanto la detenzione materiale del bene, bensì l’esistenza di un vincolo contrattuale che legittima la detenzione qualificata. Detenzione qualificata che permane solo finché è in vita il rapporto giuridico, traducendosi invece in mera detenzione senza titolo in seguito al suo venir meno (a differenza di quanto avviene per la differente disciplina in tema di TASI).

 

Conclusioni.

Aderendo a tale ultima interpretazione, con la pronuncia in commento, la Suprema Corte ha ribadito che è il titolo (cioè il contratto stipulato) che determina la soggettività passiva del locatario finanziario e non la disponibilità materiale del bene, aggiungendo altresì che tale soluzione è anche maggiormente rispettosa delle esigenze di certezza dei rapporti giuridici e dei rapporti tributari, dovendo l’ente impositore fare riferimento a dati certi e conoscibili come la risoluzione del contratto.

Sulla scorta di tali considerazioni, il ricorso è stato rigettato.

 

 

  Autore avv. Luigi Critelli

PILLOLE DI DISCIPLINA IN MATERIA DI TRASPARENZA ED ANTI-CORRUZIONE

“Convinti che la corruzione non sia più una questione locale ma un fenomeno transnazionale che colpisce tutte le società e tutte le economie”.
In questi termini la Convenzione di Merida si presentava agli Stati firmatari come modello di legislazione innovativo e pronto per una nuova modalità di lotta alla corruzione, il cui cambio di direzione risiede principalmente nel tentativo di fondare un sistema di regole che puntino più sulla “prevenzione” che sulla “repressione” del fenomeno corruttivo.

Settantuno articoli, quelli che compongono la Convenzione, che hanno fatto da base alla legge 190/2012- poi modificata con dal d.lgs 97/2016- con la quale è stata innovata la legislazione in materia, adattandola alle nuove previsioni internazionali.

Emblematica, a tal fine, la creazione di una figura nuova ed interna alle Pubbliche Amministrazioni (tutte, anche quelle c.d. di secondo grado quali i Collegi e gli Ord0ini Professionali), appositamente istituita per rispondere alle esigenze di prevenzione e trasparenza del filone amministrativo: “Il responsabile per la prevenzione della corruzione e della trasparenza” (RPCT).

I COMPITI DEL RESPONSABILE PER LA PREVENZIONE DELLA CORRUZIONE E DELLA TRASPARENZA

Prima di individuare i compiti posti in capo a tale figura, vale la pena specificare che il RPCT viene nominato tra i dirigenti di ruolo in servizio che, tuttavia, non abbiano incarichi ulteriori (ad esempio, non devono ricoprire il ruolo di “tesoriere”).

La nomina spetta all’organo di indirizzo e non deve riguardare, salvo casi di assoluta eccezione, esperti esterni all’amministrazione di riferimento. I compiti, i poteri e le funzioni di tale figura sono stati rafforzati e meglio individuati dal Decreto Legislativo 97/2016 nell’ottica di meglio integrarla con il c.d. sistema dei piani: quell’insieme, cioè, di adempimenti che determinati soggetti pubblici debbono compiere per rendere evidenti verso l’esterno, ma anche verso l’interno, previsioni, obiettivi e strategie in materia di corruzione e trasparenza.

Il RPCT si occupa – in via esclusiva- di predisporre il Piano triennale per la prevenzione della corruzione e della trasparenza (PTPC) e di sottoporlo all’Organo di indirizzo per la necessaria approvazione. Lo stesso, dunque, dovrà vigilare sul “funzionamento e sull’osservanza del Piano” vagliandone, quindi, la sua efficacia, proponendo all’uopo le modifiche nel caso di mutamenti nell’organizzazione o attività dell’amministrazione stessa. Vengono, inoltre, previsti obblighi “relazionali” poiché il RCPT dovrà redigere la relazione annuale per illustrare i risultati dell’attività svolta relativamente alle misure di prevenzione previste nel PTPC. Esistono ulteriori precisazioni che attengono maggiormente al grande tema del diritto d’accesso- istituto innovato e divenuto di centrale importanza- prevedendo, tra l’altro, il compito di occuparsi dei casi di riesame dell’accesso civico, alle quali deve dare riscontro con provvedimento motivato entro 20 giorni.

Ben si comprende che la figura del RPCT è cruciale in quel processo di maggior “apertura e trasparenza” della P.A. al cittadino. Lo spazio di autonomia e di indipendenza dell’organo lo rendono, dunque, essenziale per quell’immagine riflessa all’esterno della pubblica amministrazione che potrebbe trovare spazio anche nel procedimento sanzionatorio a carico del dipendente (basti ricordare il sistema di sanzioni per danno all’immagine).

RESPONSABILITA’ A CARICO DEL RPCT

L’eventuale fase patologica dell’incarico è strettamente connessa con le risultanze tanto delle indagini interne promosse dall’Autorità Garante, quanto con le risultanze del processo penale eventualmente conseguente alle riscontrate violazioni (se integranti fattispecie di rilevanza penale). Le sanzioni previste quali conseguenza della fase patologica mirano sostanzialmente a limitare gli eventuali effetti che potrebbero ledere l’immagine esterna della pubblica amministrazione, nonché a stabilire le eventuali responsabilità.

Discernere gli eventuali profili di responsabilità dei diversi soggetti del sistema è fondamentale per chiarire le misure previste dall’ordinamento. Se da un lato ci sarà la figura del RPCT, dall’altro ci potrebbero essere profili di colpevolezza relativi ad altri soggetti, a vario titolo coinvolti o aventi responsabilità per l’evento o per la condotta.

Ancora, il responsabile potrebbe essere colpito da una responsabilità indiretta e di riflesso delle azioni o omissioni perpetrate a danno della P.A. da altri dipendenti/organi.

 

Autrice avv. Valentina Dicorato

No alla seconda dose dei vaccini ai non aventi diritto.

Il Tribunale Amministrativo per la Regione Sicilia – sede di Catania – con il decreto n. 102/2021 si è pronunciato sul provvedimento con cui l’Assessore della Salute della Regione Sicilia ha sospeso la somministrazione della seconda dose del vaccino per il Coronavirus a tutti i soggetti che, pur non avendone diritto, avevano comunque ricevuto la prima dose.

Secondo il collegio siciliano, tenuto conto del contingentamento del numero delle dosi di vaccino, è di primario interesse il regolare proseguimento della campagna vaccinale secondo le graduatorie di priorità.  Pertanto, chi ha conseguito indebitamente la prima dose di vaccino non ha maturato alcun diritto ad ottenerne una seconda prima dei soggetti previsti da tali graduatorie.

Tali soggetti dovranno pertanto attendere la regolare chiamata alla vaccinazione, senza “scorciatoie”.

Inoltre, la decisione del TAR Sicilia offre un interessante spunto medico/scientifico sugli effetti potenzialmente dannosi per il mancato completamento del ciclo vaccinale e/o per la sottoposizione ad un nuovo ciclo di altre due dosi. Al riguardo il TAR ha infatti evidenziato:

  • che non vi sono evidenze di rischi derivanti dalla mancata somministrazione della seconda dose (se non quello della possibile inefficacia del vaccino);
  • e che l’Ema non ha dato indicazioni di reazioni avverse in caso di sovradosaggi (nessun pericolo, insomma, se dopo la somministrazione della prima dose, i soggetti venissero convocati regolarmente per la somministrazione di altre due dosi).

 

Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia sezione staccata di Catania (Sezione Quarta)

Il Presidente

ha pronunciato il presente

DECRETO

 

sul ricorso numero di registro generale 237 del 2021, proposto da -OMISSIS-, rappresentati e difesi dagli avvocati Fabio Borrometi e Salvatore Poidomani, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia;

contro

– l’Assessorato della Salute della Regione Siciliana, in persona dell’Assessore pro tempore, non costituito in giudizio;

– l’Azienda Sanitaria Provinciale di Ragusa, in persona del legale rappresentante pro tempore, non costituita in giudizio;

per l’annullamento, previa sospensione dell’efficacia:

– del provvedimento prot. n. -OMISSIS- emesso dall’Assessorato della Salute della Regione Siciliana in data 28/1/2021;

– di ogni atto preordinato allo stesso, consequenziale e connesso;

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Vista l’istanza di misure cautelari monocratiche proposta dai ricorrenti, ai sensi dell’art. 56 cod. proc. amm.;

 

Rilevato che i ricorrenti impugnano il provvedimento con il quale l’Assessore della Salute della Regione Siciliana ha sospeso la somministrazione della seconda dose di vaccino (richiamo) per tutti i soggetti che, non avendone diritto, hanno avuto comunque accesso alla prima dose di vaccino;

Rilevato che i ricorrenti, pur non rientrando nelle categorie prioritarie indicate dal Piano Strategico Nazionale di vaccinazione anti Sars-Cov2/Covid-19, hanno ricevuto la prima dose del vaccino Comirnaty prodotto da Pfizer- Biontech, in data 6/1/2021;

Rilevato che i ricorrenti, per effetto della invocata tutela monocratica, aspirano alla declaratoria dell’obbligo dell’Azienda sanitaria intimata di somministrare la seconda dose di vaccino entro la data del 17/2/2021, assumendo (ma non fornendo alcun principio di prova) che, in mancanza, potrebbero verificarsi effetti gravemente dannosi per la loro salute, da un lato, per il mancato completamento del ciclo vaccinale e, dall’altro lato, per il rischio di essere nuovamente sottoposti ad un nuovo ciclo vaccinale composto da altre due dosi;

Ritenuto, quanto al primo profilo, che non risultano evidenze scientifiche di eventuali rischi derivanti dalla mancata somministrazione della seconda dose, se non quello della possibile inefficacia del vaccino, effetto che riporterebbe i ricorrenti alla situazione quo ante a quella determinata dall’aver avuto accesso alla prima dose, pur non avendone diritto;

Ritenuto, quanto al secondo profilo, che il danno paventato è allo stato meramente ipotetico, non essendo dato sapere se e quando i ricorrenti saranno convocati per la somministrazione del vaccino nel rispetto delle previsioni del Piano strategico e non essendosi alcuna evidenza scientifica che l’effetto della prima dose vaccinale possa perdurare nel tempo, tenuto conto anche che nelle informazioni relative all’utilizzo del farmaco (pubblicate sul sito dell’EMA), addirittura in caso di sovradosaggio, non sono state indicate reazioni avverse;

Ritenuto pertanto che, nel bilanciamento del contrapposto interesse, che non è quello del risparmio di spesa, come indicato in ricorso, ma quello di garantire il regolare proseguimento della campagna vaccinale nei confronti degli aventi diritto, tenuto conto del contingentamento del numero delle dosi di vaccino, l’istanza di misure cautelari monocratiche proposta dai ricorrenti, vada respinta.

 

P.Q.M.

Respinge l’istanza di misure cautelari monocratiche proposta dai ricorrenti, ai sensi dell’art. 56 cod. proc. amm.

Fissa per la trattazione collegiale la camera di consiglio del giorno 11 marzo 2021, ore di rito.
Il presente decreto sarà eseguito dall’Amministrazione ed è depositato presso la Segreteria del Tribunale che provvederà a darne comunicazione alle parti. Ritenuto che sussistano i presupposti di cui di cui all’articolo 52, commi 1 e 2, del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, e all’articolo 9, paragrafi 1 e 4, del Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016 e all’articolo 2-septies del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, come modificato dal decreto legislativo 10 agosto 2018, n. 101, manda alla Segreteria di procedere, in qualsiasi ipotesi di diffusione del presente provvedimento, all’oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi dato idoneo a rivelare lo stato di salute delle parti o di persone comunque ivi citate. Così deciso in Catania il giorno 12 febbraio 2021.

 

Il Presidente Federica Cabrini

 

 

Autrice avv. Elisa Macrì

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